A Highland Falls, un piccolo comune della Hudson Valley circa novanta chilometri a nord di New York, l’alluvione del luglio del 2023 continua a pesare sul bilancio pubblico. Il villaggio ha preso in prestito 6 milioni di dollari per riparare strade, ponti, serbatoi e muri di contenimento. Oggi spende circa mezzo milione di dollari all’anno soltanto per gli interessi.
Il 9 luglio di tre anni fa, a Orange County caddero circa venti centimetri di pioggia in poche ore. Highland Falls è costruita sul fianco di una collina e buona parte dell’acqua scese verso il centro prima di poter essere assorbita dal terreno o raccolta dai sistemi di drenaggio. Main Street si trasformò in un torrente, alcuni tratti di strada furono trascinati via e molti muri di sostegno, costruiti un secolo fa, crollarono. Nella vicina Fort Montgomery morì Pamela Nugent, una donna di 43 anni travolta dall’acqua mentre cercava di lasciare la casa con la sua famiglia. La governatrice Kathy Hochul dichiarò lo stato di emergenza già durante la tempesta.

Tre anni dopo diversi lavori devono ancora essere completati. Nel 2024 il bilancio del villaggio è aumentato di oltre il 7 per cento e le imposte locali di più del 5 per cento. Il sindaco James DiSalvo ha descritto il sistema usato per anticipare i lavori come una specie di partita giocata senza riserve: il comune finanziava un intervento, aspettava il rimborso e impiegava il denaro nel cantiere successivo. I rimborsi, però, non coprivano tutte le spese e arrivavano più lentamente delle fatture.
Il caso di Highland Falls aiuta a capire la cifra contenuta in un nuovo rapporto di Rebuild by Design, l’organizzazione nata dopo l’uragano Sandy per occuparsi di adattamento climatico. Secondo il rapporto, lo Stato di New York dovrà investire almeno 519 miliardi di dollari entro il 2050 per costruire, aggiornare o proteggere le proprie infrastrutture dagli effetti del cambiamento climatico. Sono circa 26mila dollari per residente.
La stima deriva da più di 700 progetti e documenti pubblici raccolti insieme al New York State Adaptation Practitioners Network. Comprende difese costiere, sostituzione di ponti e canali di scolo, adeguamento delle reti fognarie, gestione dell’acqua piovana, protezione della rete elettrica, riduzione del caldo urbano e recupero di zone umide. L’inventario include opere concluse, cantieri aperti, progetti finanziati e proposte che al momento esistono soltanto sulla carta.
I 519 miliardi, quindi, non corrispondono a una nuova richiesta di finanziamento e neppure a una previsione dei danni provocati dalle prossime catastrofi. Il rapporto ha sommato costi di natura e stato molto diversi, usando il valore più alto quando i documenti presentavano una forchetta. Ha considerato soprattutto interventi successivi all’uragano Sandy, con l’eccezione di una valutazione sulle acque reflue risalente al 2008.
La cifra resta probabilmente incompleta. Non comprende le spese sostenute direttamente da famiglie, aziende e aziende agricole, né la manutenzione futura, l’inflazione o i danni delle prossime alluvioni e tempeste. Molti comuni piccoli non hanno personale o denaro per studiare i propri rischi e progettare gli interventi necessari. Nei dati risultano meno costosi anche perché una parte dei loro bisogni non è stata ancora quantificata.

Questo spiega in parte la differenza con New York City, alla quale sono attribuiti 387 dei 519 miliardi complessivi. Nella città la spesa stimata arriva a circa 50mila dollari per abitante. Proteggere una metropoli costiera richiede lavori su metropolitane, tunnel, fognature, centrali elettriche e quartieri costruiti quasi al livello del mare, spesso in spazi dove è difficile allargare un canale o creare una nuova area di drenaggio. New York dispone inoltre di più tecnici e di piani più dettagliati rispetto ai piccoli centri: i suoi costi sono visibili anche perché sono stati studiati meglio.
I dati climatici spiegano perché questi lavori vengano considerati necessari. Secondo il New York State Climate Impacts Assessment, le precipitazioni intense sono diventate più frequenti dagli anni Cinquanta e gli eventi classificati in passato come piogge “da una volta ogni cent’anni” si sono verificati quasi il doppio delle volte previste. Entro la fine del secolo le precipitazioni annuali potrebbero aumentare fra il 6 e il 17 per cento, con incrementi particolarmente rilevanti a New York City, nei Catskills e nella bassa valle dell’Hudson.
Il cambiamento climatico non permette di attribuire automaticamente una singola alluvione al riscaldamento globale. Un’atmosfera più calda può però contenere più vapore acqueo, aumentando la quantità di pioggia scaricata durante gli eventi più intensi. L’innalzamento del mare rende inoltre più gravi le mareggiate e più difficile il deflusso dell’acqua lungo la costa. A New York il livello marino è già salito di quasi trenta centimetri nell’ultimo secolo e potrebbe aumentare di altri trenta-sessanta centimetri entro la metà di questo.
Gli effetti sono stati visibili anche nelle ultime settimane. Due diverse serie di temporali hanno allagato strade e superstrade nell’area metropolitana, compresi SoHo e il Bronx, mentre in Connecticut e New Jersey automobili sono rimaste sommerse e migliaia di utenze senza elettricità. Il 21 luglio un tratto della Bronx River Parkway è stato inghiottito dall’acqua.
Il problema ancora irrisolto riguarda chi pagherà gli interventi. Nel 2022 gli elettori dello Stato approvarono un Environmental Bond Act da 4,2 miliardi di dollari, dei quali oltre 2,2 miliardi sono già stati assegnati. A marzo l’amministrazione Hochul ha messo a disposizione altri 100 milioni per bacini idrografici, pianure alluvionali e infrastrutture verdi. Sono somme rilevanti per singoli progetti, ma molto lontane dalla scala descritta dal nuovo inventario.

Quando i finanziamenti federali e statali non bastano, i comuni devono rinviare i lavori oppure indebitarsi. A quel punto, il costo ricade poi sui residenti attraverso imposte, tariffe, premi assicurativi e riparazioni private. Gli aiuti della FEMA arrivano soltanto dopo il superamento di determinate soglie di danno e una dichiarazione presidenziale. Anche il rispetto dei requisiti tecnici non garantisce l’intervento federale: il 2 luglio il presidente Donald Trump ha respinto la richiesta di Hochul per le spese causate dalla grande nevicata di febbraio a New York City, Long Island e nella Hudson Valley. La governatrice ha annunciato ricorso.
Un’altra possibile fonte di denaro è il Climate Change Superfund Act, firmato da Hochul nel dicembre del 2024. La legge prevede che i grandi produttori ed estrattori di combustibili fossili paghino complessivamente 75 miliardi di dollari in venticinque anni, in proporzione alle emissioni associate alle loro attività fra il 2000 e il 2018. Le risorse dovrebbero finanziare protezioni costiere, sistemi di drenaggio, interventi contro il caldo e ricostruzioni dopo gli eventi estremi. Anche se venissero raccolti per intero, quei 75 miliardi equivarrebbero a circa il 14 per cento dei costi censiti da Rebuild by Design.
La legge è stata impugnata da ventidue stati guidati dalla West Virginia, dalle associazioni dell’industria energetica e, con un procedimento separato, dall’amministrazione Trump. I ricorrenti sostengono che New York stia cercando di regolare emissioni prodotte anche fuori dai propri confini e di imporre retroattivamente una responsabilità alle aziende. Lo Stato risponde che la legge serve a ripartire spese che altrimenti sarebbero sostenute dai contribuenti. Le cause sono ancora pendenti.
New York ha avviato nel 2025 la preparazione del proprio Adaptation and Resilience Plan, coinvolgendo più agenzie statali e amministrazioni locali. Per ora sono stati definiti principi generali, gruppi di lavoro e modalità di consultazione. Manca ancora un piano completo che ordini gli interventi, stabilisca le priorità e indichi entrate sufficienti a finanziarli.
A Highland Falls questa lacuna è particolarmente visibile: ci sono serbatoi ancora da riparare, muri privati difficili da includere nei rimborsi pubblici e un debito contratto per riaprire strade che il comune non poteva lasciare chiuse. In molti casi le abitazioni colpite si trovavano fuori dalle aree indicate dalle mappe ufficiali come ad alto rischio, e i proprietari non avevano una copertura assicurativa specifica. La prossima tempesta potrebbe raggiungere altri quartieri e altri comuni che oggi, nei piani dello Stato, sembrano costare poco soltanto perché nessuno ha ancora fatto i conti.




