Esterno giorno. Una calle silenziosa di Venezia. Nessun rumore di trolley, nessuna fila davanti a un monumento. Solo il vento che attraversa i fili del bucato e fa danzare le lenzuola tra una finestra e l’altra. Il tempo qui sembra seguire un altro ritmo, quello lento delle case abitate, dei gesti quotidiani, delle parole scambiate tra vicini. È una Venezia che esiste ancora, lontana pochi passi dalle rotte del turismo di massa, dove la laguna e l’acqua continuano a essere il codice comune di chi la vive.
È proprio da questa Venezia autentica che nasce Marea, il nuovo intervento di arte pubblica partecipata dell’artista statunitense Melissa McGill, presentato nell’ambito della Biennale Arte Venezia 2026. Corte Nova, nel sestiere di Castello, tra i Giardini della Biennale e l’Arsenale, si trasforma in un’installazione a cielo aperto dove i tradizionali stenditoi veneziani – le storiche tagge – diventano il supporto di una grande opera collettiva.
Sospese tra le facciate della corte, lenzuola dipinte ondeggiano nel vento richiamando il movimento della laguna. Le loro superfici raccontano un paesaggio fatto di acqua, memoria e appartenenza. Qui il bucato steso non è soltanto una tradizione domestica: è un elemento identitario, un segno di vita che da secoli accompagna le calli veneziane e che diventa simbolo di una comunità ancora presente.
E mentre i teli si muovono nell’aria, evocano anche un’altra trama invisibile. Quella delle parole che un tempo attraversavano la calle da una finestra all’altra, tra le donne affacciate a stendere il bucato, tra un saluto, un racconto, un consiglio gridato da una sponda all’altra della corte. Lo stesso ondeggiare ci ricorda tuttavia anche il viaggio delle parole arrivate dal mare: lingue, culture, commerci e incontri che hanno fatto di Venezia, nei secoli, un crocevia del Mediterraneo. Le lenzuola dipinte da Melissa McGill sembrano così custodire entrambe queste memorie: quella intima della vita quotidiana e quella più ampia di una città che ha sempre dialogato con il mondo attraverso l’acqua.

In Marea il mare, la laguna, è protagonista. È la forza che unisce Venezia ai suoi abitanti, ma anche quella che oggi la mette di fronte alle sfide del cambiamento climatico e dell’innalzamento delle acque. Le onde dipinte da Melissa McGill sembrano attraversare la corte raccogliendo le voci dei residenti, intrecciando racconti personali e memoria collettiva. Un dialogo che parla anche della resistenza quotidiana di chi continua a vivere la città, preservandone l’identità mentre il turismo ne trasforma sempre più profondamente il tessuto sociale.
Artista con base a New York, Melissa McGill lavora da anni sul rapporto tra paesaggio, comunità e ambiente. Per realizzare Marea ha scelto un processo profondamente partecipativo, coinvolgendo i residenti di Corte Nova insieme a istituzioni, associazioni, studenti dell’Università IUAV e dell’Istituto Professionale Andrea Barbarigo di Venezia.
«I panni stesi mi sono sempre sembrati un segno di vita e resilienza. Con Marea ho voluto celebrare questa vitalità e aprire una riflessione sulle sfide che Venezia condivide con molte altre comunità nel mondo», racconta l’artista.
Dal confronto con gli abitanti della corte è nato un patrimonio di testimonianze così ricco che McGill sta realizzando anche un libro e un documentario dedicati alle storie dei veneziani e al loro rapporto con la città.
L’intervento è promosso in collaborazione con Massimiliano Smerghetto, la project manager Marcella Ferrari e l’Associazione Water Projects, fondata dalla stessa artista, con il contributo di numerose istituzioni, tra cui l’UNESCO.
Così, in una delle calli più iconiche di Venezia, il gesto antico di stendere il bucato diventa arte. Le lenzuola mosse dal vento non disegnano soltanto onde: trasportano parole, ricordi e incontri. Come il mare che per secoli ha portato a Venezia uomini, lingue e culture, continuano a far passare da una riva all’altra storie e relazioni, ricordando che la città vive innanzitutto nei suoi legami. Perché Venezia non è fatta soltanto dei suoi monumenti, ma delle persone che ancora la abitano, del loro ritmo lento e di quel dialogo incessante con l’acqua che, ieri come oggi, continua a unire ciò che sembra separato.




