Luca Parmitano sarà il primo astronauta europeo a partecipare ad una missione di Artemis, il programma spaziale della NASA con il quale l’agenzia americana e i suoi partner internazionali stanno cercando di riportare esseri umani sulla Luna. Parmitano farà parte della prossima missione prevista per il 2027, Artemis III, che non prevede ancora un allunaggio, ma servirà a testare alcune procedure e tecnologie necessarie per le fasi successive del programma. Da quando il programma è Artemis è partito, comunque, molti si sono chiesti: se gli esseri umani sono riusciti ad arrivare sulla Luna già alla fine degli anni Sessanta, perché non ci sono più tornati per oltre mezzo secolo?
La domanda che viene quasi naturale è perché ci sia voluto così tanto. Tra il 1968 e il 1972 la NASA mandò astronauti intorno alla Luna e poi sulla sua superficie con una rapidità che oggi sembra quasi difficile da spiegare. Dopo l’Apollo 17, l’ultima missione lunare con equipaggio umano, nessuno ci è più tornato. Sono passati più di cinquant’anni prima che gli Stati Uniti riprendessero un programma pensato per riportare astronauti vicino e poi sulla Luna. Non perché nel frattempo la tecnologia fosse scomparsa, ma perché erano scomparse le condizioni che avevano reso possibile quella corsa.

Il programma Apollo nacque durante la Guerra fredda. L’Unione Sovietica aveva messo in orbita lo Sputnik nel 1957 e quattro anni dopo aveva mandato nello Spazio Yuri Gagarin, il primo essere umano a compiere un volo orbitale. All’epoca, la “corsa allo spazio”, come venne definita da molti cronisti, non era soltanto una questione scientifica, ma politica, militare e simbolica: serviva soprattutto a dimostrare di non essere rimasti indietro rispetto al principale avversario. Quando nel 1961 John Fitzgerald Kennedy promise di mandare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio, indicò un obiettivo difficilissimo da realizzare.
La NASA ci riuscì il 20 luglio 1969, con l’allunaggio dell’Apollo 11, e poi ripeté l’impresa altre cinque volte fino al dicembre del 1972. Ma quel modello era stato costruito per vincere una gara, non per durare, anche perché richiedeva finanziamenti enormi, una pressione politica continua e un consenso pubblico alimentato dalla competizione con l’Unione Sovietica. Il programma Apollo costò agli Stati Uniti 25,8 miliardi di dollari dell’epoca tra il 1960 e il 1973, che corrispondono a circa 309 miliardi di dollari attuali. Se si includono anche i programmi collegati, come Gemini e le missioni robotiche lunari, il conto sale a circa 338 miliardi di dollari attuali. Erano cifre sostenibili solo all’interno di quel contesto politico a dir poco eccezionale, in cui andare sulla Luna era considerato parte della competizione strategica con l’Unione Sovietica. Una volta raggiunto l’obiettivo, fu più complicato spiegare perché bisognasse continuare a spendere così tanto per fare, agli occhi di molti, una cosa già fatta.
Il bilancio della NASA aveva raggiunto il suo picco nel 1966, quando assorbiva più del 4 per cento del budget federale statunitense. Negli anni successivi cominciò a scendere (oggi l’agenzia si muove su un ordine di grandezza molto diverso: negli ultimi anni la quota è stata tra lo 0,3 e lo 0,4 per cento della spesa federale, e per il 2026 il Congresso ha finanziato la NASA con circa 24,4 miliardi di dollari). La guerra in Vietnam, le riforme interne e il cambio di priorità politiche ridussero lo spazio per nuovi programmi lunari. Richard Nixon, che era presidente durante il primo allunaggio, non vedeva la necessità di tornare sulla Luna ancora molte volte. Dopo l’Apollo 17, le linee di produzione del Saturn V furono chiuse e molte infrastrutture furono riconvertite.
Negli anni Settanta la NASA spostò il centro delle proprie attività verso l’orbita bassa terrestre. Lo Space Shuttle, usato per la prima volta nel 1981, doveva rendere più frequenti e meno costosi i viaggi nello Spazio. Fu impiegato per molte missioni scientifiche, per la manutenzione di satelliti e per la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. In quel periodo lo Spazio smise in parte di essere il luogo della sfida diretta tra Stati Uniti e Unione Sovietica e diventò anche un luogo di cooperazione, soprattutto dopo la fine della Guerra fredda.
Lo Shuttle mostrò però anche quanto fosse rischioso continuare a mandare persone nello Spazio. Gli incidenti del Challenger nel 1986 e del Columbia nel 2003 causarono la morte di quattordici astronauti e cambiarono il modo in cui l’opinione pubblica guardava alle missioni con equipaggio. Il programma Apollo aveva fatto sembrare quasi ordinario camminare sulla Luna, ma non lo era mai stato. Ogni missione restava un’operazione fragile, costosa e piena di rischi. Con meno pressione politica e meno entusiasmo collettivo, quei rischi diventarono più difficili da accettare.

Ci furono altri tentativi di rilanciare l’esplorazione lunare, ma quasi sempre si scontrarono con la politica americana. Nel 1989 George H.W. Bush annunciò un piano per tornare sulla Luna e poi andare su Marte, ma il programma fu giudicato troppo costoso e venne abbandonato durante la presidenza Clinton. Nei primi anni Duemila George W. Bush propose il programma Constellation, che avrebbe dovuto riportare astronauti sulla Luna, ma anche quello fu cancellato nel 2010 dall’amministrazione Obama. Ogni volta l’obiettivo era molto ambizioso, ma non abbastanza protetto dai cambi di governo, dai tagli di bilancio e dalle priorità del momento.
Artemis nasce anche dal tentativo di correggere alcuni di questi problemi. L’intenzione rispetto ad Apollo, però, è di costruire una presenza umana stabile intorno e poi sulla Luna, con l’obiettivo successivo di preparare missioni verso Marte. Il programma coinvolge l’Agenzia Spaziale Europea e altri partner internazionali, e si avvale anche dell’aiuto di Blue Origin e SpaceX, rispettivamente le due agenzie spaziali private di Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, ed Elon Musk, il proprietario – tra le altre cose – di Tesla. Artemis III, la missione in cui volerà Parmitano, serve proprio a provare questa nuova architettura: la capsula Orion della NASA dovrà agganciarsi in orbita con sistemi sviluppati da aziende diverse, prima che lo stesso schema venga usato più lontano dalla Terra.
Anche se la volontà politica sembra più decisa, non significa che tornare sulla Luna sia diventato semplice. Artemis resta un programma costoso, dipendente dai bilanci pubblici, dalle scelte politiche americane e dai ritardi dei partner privati. La differenza rispetto agli anni Sessanta è che oggi non si tratta solo di arrivare prima di qualcun altro. Si tratta di decidere che cosa fare della Luna una volta tornati: se usarla come laboratorio scientifico, come base per missioni più lontane o come nuovo territorio in cui estendere interessi economici e politici. Per oggi, comunque, possiamo concentrarci sul festeggiare la selezione di Parmitano.




