Lo schermo che riscrive la guerra

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una mutazione profonda della rappresentazione delle ostilità: le battaglie vengono montate, sonorizzate, confezionate, diventano virali e consumabili, arrivando a trasformare perfino la morte in storytelling

La guerra non si combatte più soltanto nei territori occupati o nelle città devastate. Oggi si svolge anche negli schermi che scorriamo ogni giorno, dentro i feed dei social, immersa in quella sequenza continua di contenuti che riempie la nostra attenzione. È una trasformazione radicale: il conflitto diventa materiale narrativo, la tragedia si riduce a clip, il dolore si trasforma in intrattenimento.

Eppure, proprio in questo nuovo paesaggio frammentato e velocissimo, raccontare ciò che accade diventa un atto morale e civile. Un dovere che riguarda giornalisti, studiosi, istituzioni e cittadini digitali. La guerra nell’era dell’intelligenza artificiale non è solo combattuta con armi e droni, ma anche – e soprattutto – con immagini alterate, ricostruzioni distorte e menzogne automatizzate.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una mutazione profonda della rappresentazione delle ostilità. Le battaglie non vengono più solo documentate: vengono montate, sonorizzate, confezionate. Diventano virali. Diventano consumabili, e in questa spettacolarizzazione si riflette una politica che adotta i codici delle piattaforme, arrivando a trasformare perfino la morte in storytelling.

Soldati ucraini si esercitano prima di un attacco alle postazioni russe nel 2023 | via Shutterstock

Ancora più significativo è il coinvolgimento di influencer nella strategia comunicativa. Durante il conflitto di Gaza, diversi creator sono stati utilizzati da governi per promuovere una propria versione della crisi. Selfie accanto agli aiuti umanitari, clip costruite con un’estetica Instagram, sorrisi accanto alla sofferenza. La propaganda diventa glamour.

Il dolore degli altri si trasforma in un elemento narrativo da condividere per orientare l’opinione pubblica. È l’effetto più evidente di una società che, come ricordava Zygmunt Bauman, vive in uno stato permanente di “liquidità”, dove tutto – perfino la tragedia – può essere modellato, ridotto, spettacolarizzato.

Ma il passaggio decisivo, quello che dobbiamo comprendere fino in fondo, è il ruolo delle fake news come strumenti d’attacco. Nel conflitto russo‑ucraino, la disinformazione è diventata un fronte parallelo, fatto di contenuti falsi, ricostruzioni manipolate, notizie “ritagliate” per confermare convinzioni preesistenti. È la logica del pregiudizio di conferma: crediamo solo a ciò che conforta ciò che già pensiamo. Così la menzogna appare plausibile, mentre il dubbio – strumento fondamentale della democrazia – viene percepito come una minaccia.

Ed è qui che arriva l’elemento più inquietante, quello che considero centrale: le fake news generate dalle macchine.

Nel marzo 2026, come riportato da “Wired”, il chatbot Grok – il sistema sviluppato da Elon Musk – è stato chiamato a verificare un video che mostrava presunti missili iraniani su Tel Aviv. Non solo ha sbagliato tutto: ha confuso luoghi, date e contesto, ma soprattutto ha creato un’immagine falsa per confermare la sua stessa interpretazione.

Non siamo più davanti alla semplice manipolazione: siamo entrati nell’era della menzogna automatizzata.Quando è un algoritmo a generare la falsità, la falsità si moltiplica senza fatica. Non serve più una strategia: basta una piattaforma. È un salto epocale.

L’esperto di disinformazione Tal Hagin ha riassunto questa minaccia con parole che dovrebbero farci riflettere: “Più a lungo resteremo senza regole sugli abusi dell’AI, maggiori saranno i danni. La diffusione di fake news basate sull’intelligenza artificiale rischia di spingerci oltre un mondo basato sui fatti”.

Se perdiamo l’ancoraggio ai fatti, perdiamo la realtà. E se perdiamo la realtà, il dibattito pubblico diventa teatro, la democrazia si svuota e la guerra diventa pura sceneggiatura. Una sceneggiatura senza più freni.

Ecco perché oggi più che mai occorre una nuova etica dello sguardo. Non basta raccontare: bisogna verificare, decifrare, contestualizzare. Occorre formare cittadini capaci di leggere la complessità, non di subire la velocità. L’educomunicazione, di cui mi occupo da anni, non è più un progetto culturale: è un’urgenza democratica.

Ci troviamo di fronte a guerre che scorrono negli smartphone, che si nutrono di algoritmi, che costruiscono emozioni sintetiche e verità capovolte. Ma non siamo condannati a subirle. Possiamo scegliere di educare allo spirito critico, di insegnare a verificare le fonti, di riportare l’etica al centro del discorso pubblico. La tecnologia può ferire, ma può anche illuminare. Può creare confusione, ma può anche costruire consapevolezza. Dipende da noi. La speranza è  una responsabilità. E nasce da qui: dal coraggio di scegliere la verità, anche quando è scomoda; dal desiderio di capire, invece di semplificare; dalla capacità di guardare la guerra non come un contenuto da scorrere, ma come una tragedia che ci riguarda tutti.

Immagine di Francesco Pira

Francesco Pira

Professore Associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi, insegna Comunicazione Strategica, Teorie e Tecniche del Giornalismo Digitale e Giornalismo Sportivo, Social Media e Comunicazione d’Impresa, presso i corsi di laurea magistrale e triennale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina. A marzo 2024 è stato nominato Presidente della branch Comunicazione Media e Informazione dii Confassociazioni, di cui era stato Vice Presidente e dal giugno 2020 è Presidente anche dell’Osservatorio Nazionale sulle Fake News. Il quotidiano italiano Avvenire l’ha definito uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno Fake News.

Condividi questo articolo sui Social

Facebook
WhatsApp
LinkedIn
Twitter

Post Correlati

Ritorna il camping di lusso a Governors Island

Se stai cercando una fuga perfetta dalla frenesia della città senza allontanarti troppo, Governors Island potrebbe essere la tua destinazione ideale. E se desideri trasformare questa breve fuga in un’esperienza indimenticabile, Collective Retreats è pronto ad accoglierti con le sue

Leggi Tutto »
Torna in alto