La storia di SCP Global Import è quella di una famiglia italiana che ha attraversato crisi, migrazioni e ripartenze senza mai perdere la propria identità. In questa intervista, Pietro ripercorre il trasferimento negli Stati Uniti voluto dal padre Nicola Pirraglia, l’apertura del caffè di famiglia, la sua scomparsa nel 2023 e la nascita di SCP Global Import, oggi attiva nell’importazione e distribuzione di prodotti Made in Italy tra Connecticut, Rhode Island, New York e New Jersey. Al centro del racconto ci sono il valore della famiglia, il coraggio di ricominciare e la volontà di onorare, ogni giorno, l’eredità lasciata dal padre.
Quando nasce la vostra azienda e da dove prende avvio questa tradizione familiare che oggi porta avanti con suo fratello e sua sorella come rappresentanti dell’ultima generazione?
Diciamo che questa azienda è nata da poco. Prima abbiamo aperto un bar, un caffè italiano in Connecticut, e poi ci siamo buttati nell’importazione, perché sì, a New York i prodotti italiani si trovano, però sono sempre i soliti prodotti, quelli che puoi trovare ovunque. Non ci sono sempre prodotti di un certo livello, quelli che davvero vorresti avere a casa a un prezzo normale. Spesso è tutto troppo caro. Allora ci siamo lanciati in questa importazione e abbiamo cominciato. L’attività di importazione esiste da due anni.
Prima dell’importazione, dunque, il vostro sogno americano era un altro. Com’è cominciato tutto?
Sì, assolutamente. Noi non siamo partiti per fare questo. Siamo andati in America e abbiamo aperto un caffè, un bar italiano, con mio padre. È stato lui il promotore di tutto, perché noi vivevamo in Italia fino al 2014. Poi, con la crisi, mio padre ha deciso di andare in America. Io l’ho seguito: siamo partiti io e lui per primi, mentre mia sorella, mia madre e mio fratello sono rimasti in Italia. Noi siamo arrivati a febbraio, abbiamo preso casa, abbiamo cominciato a lavorare; loro poi sono arrivati ad agosto. Siamo stati tutti insieme in un piccolo appartamento per un paio d’anni. Dopo quattro anni abbiamo comprato casa in Connecticut. Poi mio cognato, l’attuale marito di mia sorella, è entrato in famiglia, e a quel punto mio padre disse: “Ma perché dobbiamo lavorare ognuno per conto suo, per persone diverse? Perché non lavoriamo tutti insieme?”. Così ci siamo uniti e abbiamo aperto il caffè.
Al centro di questa storia c’è chiaramente la figura di suo padre, Nicola Pirraglia. Quanto è stato importante?
Mio padre ha cominciato tutto. Purtroppo, un anno dopo l’apertura del caffè, è venuto a mancare. Quindi sì, lui ha iniziato tutto, e poi alla fine non ha potuto vedere tutto quello che sta succedendo adesso. Però tutto quello che facciamo lo facciamo per lui. Quando lasciò l’Italia aveva 57 anni: era una persona già grande, con tre figli. Io e mio fratello gemello avevamo 16 anni, mia sorella 17. E lui ha preso le valigie e ha detto basta, andiamo dall’altra parte del mondo. Noi non conoscevamo la lingua, non conoscevamo niente. Io non sapevo dire neanche “ciao” in inglese. Ho iniziato a lavorare dicendo al datore di lavoro che parlavo inglese, ma non era vero. Facevo il fotografo ai matrimoni, e ancora oggi lo faccio nei weekend. Mi chiedevano: “Sai fare le foto?”. Io rispondevo di sì, “Dammi la macchina”. Poi col tempo hanno capito che era solo per poter iniziare a lavorare, perché avevo bisogno di lavorare. È stato lì che ho imparato il business americano, il modo di vivere in America, quello che devi fare e quello che non devi fare, come rispettare le persone. È molto diverso dall’Italia. In Italia conosci tutti, in America devi davvero farti valere per quello che sei, altrimenti passano oltre.

Che uomo era suo padre?
Per tutta la famiglia, ogni volta che arrivava quel momento in cui uno diceva “Vabbè, non sta funzionando, basta”, lui era pronto a dire il contrario: non ti fermare, buttati fino all’ultimo pelo che puoi prendere, buttati sempre. Mio padre l’ha fatto tante volte nella sua vita: è andato in Argentina, dall’Argentina è andato a New York, da New York è tornato in Italia, dall’Italia è tornato in America, poi è ritornato in Italia, poi di nuovo in America con noi. Il coraggio che aveva era incredibile. Ha ricostruito la sua vita molte volte, è salito, è sceso, è risalito, è riscese ancora. E ha tramandato ai figli questa volontà di combattere sempre.
Oltre al coraggio, che cosa vi ha lasciato dentro, come famiglia?
Per noi lui era la colonna della famiglia. Se litigavo con mio fratello, lui si metteva in mezzo e diceva: “Quello è tuo fratello”. La famiglia era la cosa più importante, l’unica cosa che hai davvero. Ancora oggi noi mangiamo tutte le sere insieme, andiamo in vacanza insieme, mia madre sta una volta a casa mia, una volta a casa di mio fratello e un’altra da mia sorella. Siamo una famiglia molto unita. Per tanti questa unione può sembrare quasi morbosa. Ma no: era così che voleva mio padre. Non accettava per nessun motivo che uno dicesse: “Stasera non vengo”. Se sei da solo, stai con noi. Noi mangiavamo tutti insieme tutte le sere. Lui voleva vedere tutti insieme, sempre. Non voleva litigi o divisioni.
Ricordi che cosa ha rappresentato per lui il successo del caffè?
Quando abbiamo aperto il caffè c’è stato un boom esagerato, perché in Connecticut posti italiani così non c’erano. Io ho delle fotografie di mio padre negli ultimi tempi belli, quando il locale andava forte, e nei suoi occhi si vedeva la felicità. Era come se dicesse: “Guarda, dopo quattro anni in America, partendo da zero, cosa abbiamo costruito”. Avevamo comprato una casa con la piscina, avevamo aperto un caffè. E aprire un business in America non è facile, ci vuole tanto. Però noi ci siamo riusciti con quello che avevamo, che era molto poco. L’abbiamo fatto davvero. Adesso sono quattro anni che il business esiste, e ogni anno continua a crescere.
Quanto conta, oggi, raccontare una storia familiare come la vostra?
Per noi conta tantissimo, perché è una storia di famiglia. Nel 2026, secondo me, pochi riescono a capire davvero che cos’è la famiglia. Tutti ce l’hanno, ma non sempre la vivono come una volta. Per questo è bello raccontare come una famiglia italiana riesca ancora a essere unita come negli anni Sessanta. Perché noi, in fondo, siamo così. Lo diciamo sempre: la nostra famiglia doveva nascere cinquant’anni fa, per come siamo fatti. E proprio per questo penso che sia una bella storia da raccontare.
Essere gemello ha inciso sul tuo modo di vivere la famiglia?
Assolutamente sì. Io lo dico sempre: avere un gemello vuol dire avere un migliore amico per sempre. Non hai mai la paura che dici “Se litigo con mio fratello, allora non mi parlerà più”. Quella cosa non ti passa proprio per la testa. Puoi fare qualunque cosa, ma tanto dopo cinque minuti ritorna tutto uguale. È qualcosa che non si può spiegare. Il modo in cui ti senti nei confronti del tuo gemello, o della tua gemella, è una cosa che non si può raccontare fino in fondo. A volte ti senti anche preoccupato, e dopo cinque minuti arriva la telefonata e scopri che era successo davvero qualcosa. C’è una connessione incredibile. Poi c’è anche il lato comico: mio padre spesso non sapeva chi fosse chi, quindi se uno faceva qualcosa, il rimprovero se lo prendevano tutti e due. E se dicevamo “Papà, ma non l’ho fatto io”, lui rispondeva: “Sì, ma stavi con lui? Allora dovevi dirgli di non farlo”. Quindi alla fine ce la prendevamo sempre tutti e due.
Torniamo al lavoro: il caffè resta aperto e continua a crescere. Come nasce, invece, il passaggio all’importazione?
Il caffè è rimasto, certo. E già prima importavamo prodotti italiani, però lo facevamo tramite un’altra compagnia: noi compravamo da loro e poi rivendevamo. Quando mio padre è venuto a mancare, la famiglia si è dovuta sedere e organizzare. Quando perdi una colonna così, è normale fermarsi e dire: bene, invece di uscire tutti per la nostra strada, vediamo cosa possiamo fare. In quel momento questa compagnia italiana ci ha fatto una proposta: aprire una nostra linea, una nostra compagnia. Noi abbiamo iniziato piano piano, e questo era esattamente quello che mio padre diceva sempre: “È lì che dobbiamo arrivare, dobbiamo fare questo”. Ci siamo buttati, anche se nessuno di noi conosceva fino in fondo l’importazione. Però questi ragazzi ci hanno aiutato molto, ci hanno dato alcuni clienti che avevano, e così abbiamo comprato un camion, abbiamo iniziato con piccoli clienti, un passo alla volta. Oggi siamo arrivati ad averne una trentina nel giro di un anno.
La cosa impressionante è che suo padre aveva già intuito questa strada prima ancora che arrivasse la proposta…
Sì, ed è una cosa che continuo a sentire fortissima. L’altra sera ero in Italia, perché la mia ragazza è italiana e quindi facciamo avanti e indietro, e siamo andati a mangiare fuori. Ho incontrato un vecchio cugino di mio padre, che mi ha chiesto che lavoro facessi in America. Io gli ho detto che mi occupo di importazione. E lui mi ha risposto: “Mi ricordo che tuo padre una volta venne in Italia a guardare per alcune compagnie”. Io questa cosa non la sapevo. Ho fatto finta di saperlo, ma non lo sapevo davvero. Poi ho ricostruito tutto: mio padre, nel novembre prima di morire — lui è morto a maggio del 2023 — era sceso in Italia e già stava guardando questa possibilità. Quel cugino mi ha detto: “Ma è la stessa cosa di cui mi parlò tuo padre quando venne?”. E lì ho capito che sì, nel 2023 lui era già venuto con quell’idea in testa. Solo che mio padre era uno che non diceva niente a nessuno finché non era già dentro le cose. Faceva “casino”, faceva cose belle, ma lo diceva sempre dopo. E questa per me è una cosa incredibile.
Col senno di poi vivete quella proposta come un segno?
Sì, lo dico sinceramente. Io credo in Dio, credo nell’aldilà, credo che certe cose succedano e basta. Perché una compagnia che ti dice: “Io ti do tutti i miei clienti, voi state in America e fate tutto voi, noi stiamo in Italia e ci occupiamo di altro”, è una cosa che non esiste. Vuol dire che loro rinunciano a una parte del guadagno, perché chiaramente a me non possono vendere allo stesso prezzo con cui vendevano al cliente finale. Quindi l’idea di dire “Questo sta perdendo una parte, eppure me lo sta dando lo stesso” è incredibile. Nessuno se lo può spiegare, nemmeno noi. Poi con loro siamo diventati amici in un modo incredibile. Ma il fatto che quella proposta sia arrivata proprio a noi, in quel momento, e che fosse esattamente il sogno di mio padre… per me è una cosa che non riesci a spiegare solo con la logica…
Come si chiamano oggi le vostre attività?
Il bar si chiama Pausa Caffè. Il business di importazione invece si chiama SCP Global Import.
Che cosa importate dall’Italia?
Il prodotto che importiamo di più è la mozzarella campana di Battipaglia, soprattutto per ristoranti e market. Poi importiamo anche molti altri prodotti retail che vengono venduti nei negozi. In realtà portiamo un po’ di tutto, devo dire la verità. È tutto Made in Italy, tutto arriva dall’Italia. Il nostro target principale sono i ristoranti, perché è lì che si usa il prodotto italiano al cento per cento. Però lavoriamo anche con i market, con i supermercati italiani, con tutto quello che si vende in quel settore. Abbiamo un catalogo di 180 pagine, quindi davvero trattiamo di tutto.
Dove avete la vostra base operativa e in quali Stati lavorate?
Abbiamo una warehouse, uno stabilimento, in Connecticut, a Norwalk, e un altro stabilimento in New Jersey, a Edison. Quello di Norwalk è più piccolo, quello di Edison è di 90.000 square feet. Quella in Connecticut è nostra, mentre quella di Edison la utilizziamo insieme a una grande compagnia italiana che si occupa di importazione e trasporti container, molto più grande di noi. Siccome la persona con cui lavoriamo in Italia è collegata anche a questa azienda, ci hanno dato la possibilità di il loro magazzino. Lavoriamo soprattutto su Connecticut e Rhode Island, abbiamo clienti a Boston, a Providence, lavoriamo a New York e nel New Jersey. Quella è la nostra base. E adesso, speriamo, al ritorno in America abbiamo preso anche un cliente a Washington.
Com’è organizzato oggi il lavoro dentro SCP Global Import?
Io vado in giro per i clienti, mentre mio fratello si occupa delle delivery. Abbiamo un altro ragazzo che lavora con noi. Ma siamo veramente stretti, nel senso che io guido tutto il giorno, dalla mattina alla sera, e mio fratello consegna dalla mattina fino alla notte. Quando qui in Italia era mattina, in America erano le quattro e lui stava ancora lavorando. Dobbiamo assumere altre persone, questo è chiaro. Però è difficile, quando sei abituato a lavorare solo in famiglia. In famiglia puoi litigare, puoi gridare, puoi dirti le cose in faccia. Far entrare qualcun altro e dirgli “Adesso devi fare questo” non è facile. Però abbiamo un ragazzo che lavora con noi ed è spettacolare: sa come si lavora, si butta in mezzo alle cose, prende, va, fa.

La vostra idea di crescita passa comunque dalla difesa della qualità. È così anche nel caffè?
Assolutamente. Nel caffè, il sabato e la domenica, abbiamo la fila fuori. Noi abbiamo un locale vuoto a fianco, che al momento usiamo come deposito, e tante persone ci chiedono perché non ci allarghiamo. Ma il punto è che se aumenti il personale, aumenti tutto, e a quel punto spesso si abbassano i costi, si abbassa il livello della produzione e si abbassa la qualità. Quando vai in una piccola osteria si mangia sempre bene. Se entri in un ristorante con trecento coperti magari mangi bene lo stesso, ma è tutto su un altro livello. Nel nostro caffè, per esempio, l’espresso non esce mai bruciato. Nessuno può dire che non sia buono. C’è mio cognato alla macchina: abbiamo una Faema vecchissima, degli anni Settanta, manuale, che va piano. Ma il caffè è uno spettacolo. Anche se c’è fila, la qualità resta sempre top. E questa stessa mentalità la portiamo anche nel business dell’importazione.
Però crescere significherà anche aprirsi a nuove persone.
Sì, sarà necessario. Appena torno in America dovremo cambiare qualcosa. Questa settimana, per Pasqua, abbiamo portato dieci bancali di uova di cioccolato in America e io ero in Italia. Mio cognato era in Sicilia perché stiamo chiudendo un contratto con il Caffè dei Mori. Io sono andato a trovare anche una azienda leader di produzione si salsa con pomodori San Marzano: dal prossimo mese saremo gli unici importatori negli Stati Uniti di questo prodotto. Intanto mio fratello stava da solo con dieci bancali in aeroporto e stava morendo. Quindi gliel’ho detto: appena torno, almeno altre due persone dobbiamo prenderle. Ormai è necessario.
In famiglia, oggi, chi ha ereditato di più la visione e il coraggio di suo padre?
Non mi piace dire chi ce l’ha. Tutti dicono che ce l’ho io, però non mi piace dirlo. Mia sorella si fida ciecamente di me, di mio fratello e di mio cognato, perché siamo noi tre che prendiamo le decisioni nella famiglia per qualunque cosa. Prima c’era mio padre, poi siamo diventati noi tre. E ci siamo spartiti questa responsabilità perché tutti e tre devono avere il rispetto di aver onorato quell’uomo e di essere diventati uomini come lui. Anche mio cognato, che per noi è un fratello a tutti gli effetti: è entrato in famiglia quando noi avevamo 16 anni e lui 24. E soprattutto, quando mio padre si è ammalato, lui è entrato in casa, si è messo ad abitare con noi, lo accudiva, lo alzava, lo metteva sul letto, lo aiutava in tutto. Ha fatto veramente il figlio per mio padre. Questa cosa per me è importantissima da dire. Il rispetto che lui ha avuto verso mio padre è il rispetto che un figlio dà a un padre. E non perché mio padre l’avesse aiutato o altro, ma perché sentiva di doverglielo dare, soprattutto nel momento peggiore. Quando è successo tutto, noi eravamo scioccati: in uno o due mesi ci hanno detto che era finita. Lui si è rimboccato le maniche, ha messo da parte tutto e ha detto: adesso mi devo prendere cura di loro. Ha fatto da padre per me, per mio fratello, per mia sorella e per mia madre. Per questo oggi gli diamo davvero il rispetto di un fratello: se l’è meritato con tutto il cuore.

Che cosa significa per lei “cambiare il futuro della famiglia”?
Significa che io sto cercando di cambiare il dopo, il futuro di chi verrà dopo di noi. Non è una questione di Porsche davanti casa, Ferrari o orologi. Magari quelli sono sogni, certo, ma non è quello il punto. Il punto è che, se mio padre ha fatto tutto questo e quasi ci stava riuscendo, allora qualcun altro deve riuscirci. Perché il prossimo deve stare bene. Chi viene dopo di noi deve godersi quello che è stato fatto. Noi ci siamo goduti il lavoro che ha fatto mio padre per venire in America. A 57 anni prendere la famiglia e andare via senza sapere nulla è una cosa devastante.
Quali sono stati i sacrifici più grandi che ha visto fare a suo padre?
Quando siamo arrivati in America, abitavamo nel Bronx, io e mio padre, in un appartamento con tre stanze da letto, aspettando che arrivasse il resto della famiglia. Lui si faceva a piedi il tragitto da casa alla stazione: mezz’ora, quaranta minuti, con la neve, con la pioggia, con la grandine, con il freddo vero, anche a meno ventiquattro. Lo faceva la mattina, il pomeriggio e la sera. Poi prendeva la metropolitana e andava a lavorare in città. E ho scoperto solo dopo che non faceva un solo lavoro. Mentre cercava di prendere un lavoro importante in un ospedale, andava anche a lavorare in un ristorante, in cucina, nei basement americani, per portare a casa quello che serviva. Questa cosa gli è scappata solo dopo anni. Io non sapevo niente. Lui lavorava anche là, in cucina, per mantenere tutti. E tutto questo prima di aprire il caffè. Quelli sono i sacrifici veri…
È anche da lì che nasce la sua spinta ad andare oltre?
Sì. Perché se lui ha fatto tutti questi sacrifici a quell’età, chi viene dopo non può dire: “Vabbè, ora me la godo un po’”. No. Tu ti devi distruggere, devi combattere, devi portare l’azienda a un livello ancora più alto. E io lo farò. Devo portare l’azienda non solo sull’East Coast, ma in tutta l’America. E lo farò, perché sto già cercando persone in Delaware, in Colorado, in zone dove possiamo espanderci, perché lì si sta crescendo molto. Ci riuscirò…
Quindi l’obiettivo è portare SCP Global Import dall’East Coast a tutta l’America?
Sì. Tante persone mi dicono che sono matto. Ma io dico sempre che per andare avanti nella vita, per diventare qualcuno, devi avere un sogno. Se non hai un sogno, che campi a fare? È così bello sognare. E se quel sogno lo puoi raggiungere, perché no? Io mi ci butto. Sempre…
Di dove siete originari?
Siamo della provincia di Caserta, in Campania. Il paese si chiama Capriati al Volturno, ed è un paese di mille abitanti…
C’è qualcosa che sente importante aggiungere?
Penso di aver detto tutto. Questa è una storia che per noi conta davvero, perché parla di famiglia, di sacrificio, di lavoro e di un uomo che ha lasciato a tutti noi un modo di stare al mondo. Se oggi noi siamo ancora uniti, se lavoriamo così, se sogniamo così, è perché tutto è partito da lui…




