ExportUSA: dall’8 luglio cambieranno molte norme per esportare negli Stati Uniti

Oltre 600 categorie di prodotti saranno soggette a nuovi requisiti di compliance: chi non si adegua rischia il blocco totale delle merci alle frontiere, come spiega Lucio Miranda di ExportUSA

Dall’8 luglio 2026 cambierà il modo in cui molti prodotti di consumo potranno entrare negli Stati Uniti. La Consumer Product Safety Commission (CPSC), l’agenzia federale che si occupa della sicurezza dei prodotti venduti ai consumatori, renderà obbligatorio l’invio elettronico dei dati contenuti nei certificati di conformità per le merci importate soggette ai suoi standard. Non è una nuova tassa e non è, in sé, una nuova autorizzazione commerciale. È però un passaggio in più, da fare prima che la merce venga sdoganata, e per alcune aziende può diventare il punto in cui una spedizione si ferma.

La novità riguarda i prodotti importati che devono già rispettare una norma CPSC e avere un certificato di conformità. Finora, in molti casi, l’importatore doveva conservare la documentazione ed esibirla se richiesta. Con il nuovo sistema, chiamato eFiling, i dati principali del certificato dovranno essere trasmessi in forma elettronica attraverso l’Automated Commercial Environment, la piattaforma usata dalla dogana statunitense. In pratica, la conformità non resterà più soltanto in un fascicolo aziendale: dovrà comparire dentro il flusso digitale della pratica doganale.

La CPSC ha pubblicato una lista di circa 600 codici doganali HTS che potranno essere segnalati nel sistema perché ritenuti collegati a prodotti regolati o considerati più rischiosi. È un punto importante, perché non si tratta esattamente di 600 categorie merceologiche nel senso comune del termine. I codici HTS sono classificazioni doganali, e uno stesso settore può comprendere molti codici diversi. La stessa CPSC precisa inoltre che la lista non copre tutti i casi possibili: se un prodotto richiede un certificato, l’importatore resta responsabile dell’eFiling anche se quel codice non compare nella lista.

Tra i settori più esposti ci sono quelli legati ai bambini: giocattoli, passeggini, seggioloni, culle, biciclette, caschi, abbigliamento, tessili e altri articoli destinati all’infanzia. Per la normativa americana un “children’s product” è un prodotto progettato o destinato principalmente a bambini fino a 12 anni. In questi casi gli obblighi sono spesso più stringenti, perché oltre al certificato serve in genere una prova di conformità basata su test eseguiti da laboratori terzi accreditati dalla CPSC. Per chi esporta prodotti per neonati o bambini, quindi, il problema non sarà soltanto caricare un modulo online, ma avere già pronta una documentazione tecnica coerente.

Secondo Lucio Miranda, presidente di ExportUSA, società di consulenza che da vent’anni segue l’avvio e lo sviluppo della presenza italiana negli Stati Uniti, la scadenza può avere un impatto diretto sulle aziende italiane che vendono negli Stati Uniti beni di consumo, soprattutto nei comparti della prima infanzia, del giocattolo e dell’abbigliamento per bambini. «A partire dal prossimo 8 luglio 2026, l’importazione di 600 categorie di prodotti – inclusi quelli per bambini e per l’infanzia – sul mercato americano sarà soggetta a una serie di rigide procedure obbligatorie di compliance gestite dalla Consumer Product Safety Commission. La novità principale consiste nella transizione digitale del controllo doganale e nell’obbligo di certificazione dei prodotti destinati all’importatore. Per i prodotti rivolti a bambini e infanzia la certificazione deve essere affidata a un ente terzo accreditato – in Italia gli enti certificatori sono circa una quarantina». Il rischio non è la norma in sé, che riguarda obblighi di sicurezza già esistenti, ma il passaggio operativo: registrare l’azienda, associare correttamente i prodotti, individuare gli standard applicabili, raccogliere i test e trasmettere i dati nel modo richiesto. Un errore nella classificazione o un certificato incompleto possono diventare un problema doganale.

Lucio Miranda, Presidente di ExportUSA

La procedura ruota intorno al Product Registry della CPSC, un archivio online in cui gli importatori possono conservare e gestire i dati dei certificati da richiamare poi al momento dell’ingresso della merce. Non tutti useranno necessariamente lo stesso metodo tecnico, perché le aziende possono lavorare anche attraverso broker doganali o software collegati ai sistemi della dogana. Ma la logica è la stessa: al momento dell’importazione, le informazioni sulla conformità devono essere disponibili in formato digitale e collegate alla spedizione.

Per le imprese italiane abituate a vendere negli Stati Uniti attraverso importatori, distributori o piattaforme commerciali, la verifica va fatta prodotto per prodotto. Un capo di abbigliamento per adulti, un pigiama per bambini, un giocattolo elettrico e un accessorio per neonati non ricadono nello stesso percorso. La data generale è l’8 luglio 2026 per la maggior parte delle importazioni; per i prodotti che entrano da una Foreign Trade Zone e vengono poi immessi sul mercato statunitense la scadenza slitta all’8 gennaio 2027. Da quella data, arrivare alla frontiera senza i dati richiesti non sarà più una semplice mancanza documentale da sistemare dopo: potrà significare ritardi, controlli e blocco della merce fino alla regolarizzazione.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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