Le star americane arrivano a Roma con suv oscurati, assistenti, guardie del corpo e produzioni da centinaia di persone. Poi succede qualcosa. Dopo qualche settimana a Cinecittà o sui set sparsi nel Sud Italia, Hollywood cambia ritmo. Gli attori mangiano con la troupe italiana, i registi discutono in inglese con elettricisti romani, le pause si allungano, la distanza tra il mito e il backstage si abbassa improvvisamente. Stefano Montesi fotografa questo momento da più di trent’anni.
“Alla fine Hollywood l’ho vista quasi tutta qui”, racconta. “Ed è strano perché il pubblico immagina questi set come qualcosa di totalmente americano, mentre in realtà spesso il film viene costruito materialmente da professionisti italiani”.
Montesi è uno dei più importanti fotografi di scena italiani. Ha lavorato sui set di Ben-Hur, The Equalizer 3, Ripley, Without Blood, The Vatican, accanto a registi come Ridley Scott, Antoine Fuqua, Danny Boyle, Steven Zaillian, Gabriele Salvatores e Angelina Jolie. Nel tempo ha fotografato Denzel Washington, Nicole Kidman, Tom Cruise, Scarlett Johansson, Christian Bale, Martin Scorsese, Meryl Streep e Jack Black.

Ora una parte di questo archivio confluisce in Stelle, la mostra che inaugura il 6 giugno alle Giornate della Luce di Spilimbergo. Le sue fotografie non sembrano immagini promozionali hollywoodiane. Sono più laterali, più imprevedibili. Martin Scorsese sospeso in aria dentro uno scatto ironico. Meryl Streep fotografata lontano dall’immagine costruita della diva americana. Zhang Yimou che accetta una fotografia volutamente dissacrante. Angelina Jolie concentrata sul monitor del set più come una regista che come una star internazionale.
“Mi sono sempre divertito a uscire un po’ dall’immagine classica della celebrità”, dice Montesi. “Anche perché molte delle fotografie più interessanti nascono fuori scena, nei momenti morti, quando il set si rilassa”.
Tra tutti i set internazionali che ha attraversato, quello di The Equalizer 3 di Antoine Fuqua resta il più “americano”. “Era il più intenso come ritmo e pressione”, racconta. “Un film molto fisico, molto d’azione, con una macchina produttiva enorme”. Al centro di quel sistema c’era Denzel Washington. “Non ama molto essere fotografato sul set”, dice Montesi. “Ho dovuto capire quando potevo avvicinarmi e quando invece era meglio restare completamente fuori dalla scena”.
Il lavoro del fotografo di scena, spiega, consiste soprattutto nel capire gli equilibri invisibili del set. “Durante certi primi piani o scene molto emotive basta davvero poco per cambiare l’atmosfera”. Molto diverso invece il rapporto nato con Angelina Jolie durante le riprese di Without Blood, il film che l’attrice ha diretto tra Puglia e Basilicata.
“All’inizio aveva dei dubbi sulla presenza del fotografo sul set”, racconta. “Poi, dopo aver visto le fotografie, siamo entrati subito in empatia”.
Più che da attrice hollywoodiana, Jolie sul set si comportava da regista estremamente precisa. “La richiesta particolare arrivava proprio da lei”, racconta Montesi. “Mi chiedeva un taglio molto reportaggistico, quasi da fotografia di guerra latinoamericana”.

Le immagini, racconta, dovevano avere un tono quasi documentaristico. Jolie non cercava fotografie glamour o troppo costruite, ma qualcosa di più fisico e narrativo, vicino al reportage di guerra.
“Dal punto di vista umano mi ha colpito molto”, dice Montesi. “Dopo aver visto le fotografie siamo entrati subito in empatia. È una persona molto disponibile, molto lontana dall’idea classica della star hollywoodiana”. A un certo punto il rapporto diventa abbastanza naturale da portare anche a fotografie private insieme ai figli dell’attrice. “Erano immagini personali, ovviamente rimaste private.”
Nel tempo Montesi ha imparato che ogni star americana reagisce in modo diverso alla presenza del fotografo. Alcuni attori controllano molto la propria immagine, altri invece si lasciano andare completamente. I registi, racconta, spesso sono più aperti al gioco e al confronto.
“Con loro puoi divertirti di più”, dice. “Anche perché vedono le fotografie come una piccola estensione del film”.
Per questo alcuni degli scatti più riusciti della mostra nascono proprio da idee improvvise o momenti fuori programma. Martin Scorsese sospeso in aria. Zhang Yimou che accetta una fotografia quasi ironica. Immagini che interrompono per un attimo la rigidità del set hollywoodiano.
Dopo più di trent’anni passati tra produzioni americane girate in Italia, Montesi continua ancora oggi a osservare il cinema con la curiosità di chi sente di non aver capito tutto. “Io mi sorprendo ancora ogni giorno”, racconta. “Ogni set è diverso dal precedente. Cambiano i rapporti tra registi, attori, direttori della fotografia. E io cerco sempre di restare lì, dentro quel flusso”.
Forse è anche per questo che le sue immagini sembrano così lontane dall’estetica hollywoodiana tradizionale. Non cercano la perfezione della celebrità, ma i momenti in cui quella costruzione si abbassa leggermente: una pausa, uno sguardo fuori scena, un attimo di stanchezza o concentrazione.
Hollywood, vista da Roma, sembra improvvisamente molto meno distante.




