Cinque film in Concorso, nessun premio. L’Italia lascia Venezia 83 senza neppure uno dei riconoscimenti assegnati dalla giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Non accadeva dal 2018 e il dato pesa, soprattutto perché la presenza nazionale al Lido non era stata né marginale né ornamentale: comprendeva il ritorno di Nanni Moretti, il cinema fisico e meridionale di Edoardo De Angelis, la rarefazione di Andrea Pallaoro, la memoria politica di Marco Bechis e lo sguardo di genere di Paolo Strippoli.
Il Leone d’Oro è andato a Woman Unknown della regista danese di origini egiziane May el-Toukhy, anche produttrice del film. Una scelta tutt’altro che sorprendente dopo l’accoglienza ricevuta al Lido e rafforzata dalla Coppa Volpi a Mathilde Arcel, interprete di una domestica costretta a fare i conti con una relazione avuta con un soldato tedesco durante l’occupazione della Danimarca. Nel dopoguerra che dovrebbe restituirle la libertà, il suo corpo diventa invece il luogo nel quale la società esercita la vendetta, la vergogna e il controllo.
È un Leone d’Oro importante anche per il paradosso che porta con sé. El-Toukhy era l’unica regista donna con un film di finzione tra i ventuno titoli della competizione. La giuria ha premiato il valore dell’opera, come Gyllenhaal ha tenuto a precisare, ma il risultato non cancella la sproporzione della selezione: semmai la rende ancora più evidente. La vittoria di una donna non può essere usata come assoluzione di un sistema che continua a concedere alle donne molte meno occasioni di arrivare fino al Concorso.
Il Gran Premio della Giuria assegnato a Possible Love conferma la centralità di Lee Chang-dong, capace di interrogare i rapporti umani senza trasformarli in dimostrazioni. Il Leone d’Argento per la regia a Ilya Khrzhanovsky per DAU riconosce invece una delle esperienze più radicali e controverse della Mostra: un’opera che mette in crisi la distinzione tra ricostruzione storica, esperimento sociale e rappresentazione del potere.
John Malkovich conquista la Coppa Volpi per Wild Horse Nine di Martin McDonagh, mentre la sceneggiatura di Un bon petit soldat porta il premio a Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce. A Malou Khebizi, interprete di A Place to Heal, va il Marcello Mastroianni riservato a un talento emergente.
Il premio speciale della giuria a NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor è quello che espone più apertamente il palmarès alla Storia. Il documentario sulle operazioni militari israeliane a Gaza e sull’impiego dell’intelligenza artificiale nella selezione degli obiettivi aveva provocato al Lido una reazione fortissima.
Alcune assenze fanno discutere. Su tutte quella di Hirokazu Kore’eda, rimasto fuori dal palmarès con Look Back, e naturalmente il silenzio riservato al cinema italiano. Succederà questa notte aveva riportato Moretti in gara a Venezia dopo trentasette anni e sembrava il titolo nazionale con maggiori possibilità di ottenere almeno un riconoscimento. Non sono bastati il prestigio dell’autore né la qualità delle interpretazioni. Sono rimasti esclusi anche Il fuoco che ti porti dentro di De Angelis, The Echo Chamber di Pallaoro, Ritorno a Buenos Aires di Bechis e L’estranea di Strippoli.
Parlare semplicemente di bocciatura sarebbe però comodo e poco utile. Il risultato veneziano segnala piuttosto una difficoltà già emersa negli ultimi grandi appuntamenti internazionali: il cinema italiano continua a esprimere autori, interpreti e capacità produttiva, ma fatica a imporre opere percepite come realmente necessarie, capaci di superare i confini nazionali senza ricorrere a formule già riconoscibili.
In questa edizione non sono mancati i temi, le ambizioni e neppure i nomi. Accanto a film personali e talvolta potenti, si è avvertita la tendenza a proteggersi dentro territori già frequentati: la famiglia come campo di battaglia, il dolore privato, la memoria storica, l’identità italiana osservata attraverso le sue ferite. Materiali importanti, che tuttavia non sempre sono diventati un linguaggio nuovo.
L’Italia non torna comunque dal Lido completamente a mani vuote. In Orizzonti, I figli della scimmia di Tommaso Landucci ha ottenuto il premio per la sceneggiatura, firmata dal regista con Damiano Femfert, e quello per la migliore interpretazione maschile assegnato a Riccardo Scamarcio.
Il verdetto di Venezia 83 non pronuncia una condanna definitiva sul nostro cinema. Gli rivolge però una domanda difficile da eludere: essere numerosi in una selezione internazionale significa davvero essere forti?




