«Sappiamo che cosa fosse il KGB, ma probabilmente non interroghiamo l’attività della CIA quanto dovremmo». Martin McDonagh arriva alla Mostra del cinema di Venezia con John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi e trasforma la conferenza stampa di Wild Horse Nine in un confronto con il lato oscuro della politica estera americana.
McDonagh, regista di In Bruges, Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell’isola, ritrova Rockwell, premiato con l’Oscar proprio per Tre manifesti, e dirige per la prima volta Malkovich, protagonista di film come Le relazioni pericolose ed Essere John Malkovich
Sono passati più di cinquant’anni dal colpo di stato che rovesciò Salvador Allende, ma per McDonagh il 1973 non è confinato nei libri di storia. «Mi interessa la verità su quello che la CIA ha fatto negli ultimi sessant’anni e sulle cose terribili che ha compiuto in tutto il mondo», afferma. Il film è stato scritto prima degli avvenimenti più recenti, eppure il regista lo considera quasi arrivato al momento giusto: le operazioni che un tempo richiedevano silenzio, coperture e uomini senza nome oggi sembrano svolgersi apertamente.
Wild Horse Nine manda due di quegli uomini sull’Isola di Pasqua. Chris e Lee, interpretati da Malkovich e Rockwell, lavorano insieme da decenni. Conoscono i rispettivi segreti, litigano come parenti costretti a condividere la stessa casa e hanno attraversato una lunga serie di operazioni clandestine. Il loro capo a Santiago, con il volto di Buscemi, li controlla a distanza mentre il Cile si avvicina al golpe.

Chris è ormai alla fine della carriera. Ripensa agli interventi statunitensi in Cile, Guatemala e Congo e comincia a domandarsi che cosa abbia fatto della propria vita. È cattolico, dunque colpa, peccato e possibilità di redenzione si mescolano ai ricordi professionali. Malkovich lo descrive come un uomo «divertente e infantile», ma anche pericoloso: qualcuno capace di uccidere e, nello stesso tempo, di interrogarsi troppo tardi sulle ragioni per cui lo ha fatto.
Il film avrebbe potuto essere soltanto una commedia di viaggio. McDonagh ne aveva immaginate diverse versioni: una su un padre e un figlio, un’altra su due attori. Tutto cambia quando i protagonisti diventano agenti della CIA. «Ho capito che uno dei due poteva provare colpa e rimorso per ciò che aveva fatto. La storia è diventata più profonda e più triste».
La tristezza non elimina l’umorismo, anzi lo rende più feroce. Rockwell definisce il film «la storia di due idioti maschi bianchi sopra i cinquant’anni che vanno sull’Isola di Pasqua per un’ultima avventura». McDonagh voleva che lui e Malkovich sembrassero «una vecchia coppia sposata»: due uomini incapaci di parlare dei propri sentimenti, ma uniti da una fedeltà che sopravvive perfino al disgusto per ciò che sono diventati.
Le prime voci su una possibile candidatura all’Oscar di Malkovich sono già arrivate a Venezia. «La cosa più bella è che il film riceva attenzione. Ho avuto una lunga carriera e collaborazioni straordinarie. Non mi sono mai sentito in competizione con gli altri».
Buscemi interpreta MJ, un superiore che finge cordialità fino al momento in cui deve ricordare chi comanda. La collaborazione nasce proprio al Lido: alcuni anni fa l’attore aveva praticamente pedinato McDonagh per chiedergli di lavorare insieme. «Devi scritturarmi, no?», gli aveva detto. In Wild Horse Nine ottiene il personaggio forse più gelido dei tre, un burocrate capace di impartire ordini terribili senza rinunciare alle buone maniere.
Parker Posey è la moglie di Lee e compare soprattutto attraverso alcune telefonate. Ha raggiunto comunque gli altri sull’Isola di Pasqua per recitare dall’altro capo del telefono durante le riprese di Rockwell. Di Rapa Nui ricorda la sensazione di trovarsi in un luogo «mistico», dominato dai Moai, dall’oceano e dai cavalli selvaggi che danno il titolo al film.
La cilena Mariana Di Girolamo impedisce però che il rimorso degli americani occupi tutta la storia. Interpreta Monica, una studentessa che incontra Chris e lo costringe a misurarsi con le conseguenze delle proprie azioni. «Per noi cileni è ancora una ferita aperta», dice a Venezia. «È qualcosa con cui cresciamo. Bisogna continuare a parlarne per non dimenticare».

McDonagh non assolve i suoi agenti, ma non li riduce neppure a mostri. Li lascia parlare, litigare e perfino far ridere mentre il passato presenta il conto. L’Isola di Pasqua prometteva una fuga dalla storia. Si rivela invece il luogo più remoto nel quale la storia riesce ancora a raggiungerli.




