Il New York State Museum ha ottenuto fondi federali usando ore di lavoro gonfiate

Un’indagine federale ha confermato le accuse di un ex dipendente: tra il 2020 e il 2022 i responsabili del museo fecero risultare sui progetti geologici più lavoro di quello effettivamente svolto, per un danno di quasi 600.000 dollari

Per tre anni il New York State Museum di Albany ha ricevuto fondi federali sulla base di registrazioni delle ore di lavoro che non corrispondevano a quelle effettivamente dedicate ai progetti finanziati. Secondo un’indagine dell’Office of Inspector General del Dipartimento dell’Interno degli Stati Uniti, i responsabili del museo chiesero ad alcuni dipendenti di compilare timesheet inesatti, facendo risultare un impegno maggiore su determinati progetti. In questo modo, tra il 2020 e il 2022, il museo ottenne impropriamente 597.624 dollari dal governo federale.

I soldi arrivavano dallo STATEMAP, un programma dello United States Geological Survey che finanzia la realizzazione di carte geologiche da parte dei singoli stati. Il sistema prevede che a ogni dollaro versato dal governo federale ne corrisponda uno messo dallo stato che riceve il finanziamento. Il contributo statale può comprendere anche il costo del personale che lavora ai progetti: è per questo che il numero di ore dichiarate dai dipendenti serve a stabilire quanti fondi federali possano essere richiesti.

STATEMAP fa parte del National Cooperative Geologic Mapping Program, il principale programma federale per la produzione di mappe geologiche negli Stati Uniti. Le mappe vengono usate per la gestione delle risorse idriche e minerarie, la pianificazione territoriale, le infrastrutture e la valutazione dei rischi naturali.

Secondo gli investigatori, al New York State Museum il meccanismo di cofinanziamento fu alterato in diversi modi. Alcuni dipendenti furono istruiti a dichiarare una percentuale di lavoro sui progetti STATEMAP superiore a quella effettiva. Il museo addebitò inoltre ai finanziamenti gli stipendi di due persone che non avevano lavorato ai progetti, mentre per un altro dipendente gli investigatori non sono riusciti a ricostruire come fosse stato impiegato lo stipendio pagato con fondi federali. Senza chiedere l’autorizzazione allo USGS, i responsabili cambiarono anche alcune delle persone indicate come essenziali nei progetti e spostarono soldi inizialmente destinati a trasferte e forniture per pagare stipendi: sono tutte irregolarità elencate nel rapporto pubblicato il 28 maggio dall’Inspector General.

Questo non significa che i progetti geologici finanziati non siano stati realizzati. Lo USGS ha confermato di avere ricevuto dal museo i rapporti tecnici, i risultati e la documentazione finale previsti per tutti e tre gli anni interessati. Il problema riguarda il modo in cui erano stati contabilizzati i costi e soprattutto il contributo che lo Stato di New York sosteneva di avere messo a disposizione per ottenere la corrispondente quota federale. L’indagine ha concluso che quel contributo non raggiungeva le cifre dichiarate.

Ad aprile del 2025 un alto funzionario dello Stato di New York aveva ammesso agli investigatori che almeno per il ciclo di finanziamenti del 2022 non era stato rispettato l’obbligo di coprire metà dei costi. Nel frattempo erano state corrette alcune modalità di registrazione delle ore lavorate, ma secondo l’Inspector General le misure adottate dallo Stato riguardavano soltanto 40.511 dollari dei quasi 600mila ottenuti impropriamente. L’indagine era iniziata nel luglio del 2024.

Il caso era diventato pubblico proprio in quell’anno, quando il New York Times aveva raccontato le accuse di Brian Slater, un ex dipendente del museo che aveva lavorato per anni come geologo. Slater sosteneva di essere stato spinto da un superiore a presentare registrazioni false delle proprie ore e che dirigenti di livello più alto fossero a conoscenza del sistema. L’Office of Inspector General ha poi condotto l’indagine insieme all’ufficio del comptroller dello Stato di New York, Thomas DiNapoli, arrivando a una conclusione netta: le accuse erano fondate.

È un risultato particolarmente rilevante perché lo stesso New York State Education Department, da cui dipende il museo, aveva già svolto una propria verifica sulle accuse e l’aveva chiusa rapidamente. Secondo i documenti ottenuti dal New York Times, l’indagine interna aveva stabilito che non fosse possibile concludere che ci fossero stati «mismanagement or fraud», cattiva gestione o frode. L’indagine federale è arrivata alla conclusione opposta.

La vicenda non dovrebbe però portare a un procedimento penale federale. L’Inspector General ha trasmesso il caso allo U.S. Attorney’s Office del Northern District of New York, che ha deciso di non procedere penalmente e di lasciare allo USGS il recupero dei soldi e gli eventuali provvedimenti amministrativi. Il rapporto è stato quindi consegnato al direttore dello USGS perché possa chiedere la restituzione delle somme considerate indebite e decidere se prendere altre misure.

Il New York State Education Department ha detto di accettare nel complesso i risultati dell’indagine. Il portavoce JP O’Hare ha sostenuto che il dipartimento abbia collaborato con gli investigatori e che sia pronto a restituire i finanziamenti che saranno definitivamente giudicati non coperti dal contributo statale richiesto. Anche l’ufficio del comptroller ha confermato il punto centrale dell’indagine: quasi 600mila dollari furono fatturati al programma federale attraverso ore che in realtà erano state dedicate dai dipendenti ad altri lavori.

Per Slater, però, la restituzione del denaro risolverebbe soltanto una parte della questione. In una dichiarazione al New York Times ha detto che alcuni dipendenti erano stati sottoposti a pressioni per partecipare al sistema per paura di perdere il lavoro e ha chiesto conseguenze anche per le persone coinvolte. Il rapporto pubblico dell’Inspector General non identifica i dirigenti responsabili e, con la decisione dei procuratori federali di non aprire un procedimento, al momento non sono state annunciate sanzioni individuali.

Il caso riguarda un periodo già complicato nella storia recente del museo. Nel luglio del 2024 il Times Union aveva pubblicato una lunga ricostruzione sulle condizioni del New York State Museum, raccogliendo le testimonianze di dipendenti che descrivevano un’istituzione bloccata dalla burocrazia, da finanziamenti insufficienti e da problemi nella struttura di gestione. Diversi allestimenti permanenti erano rimasti sostanzialmente invariati per decenni, alcuni spazi erano stati chiusi e i progetti di rinnovamento annunciati negli anni precedenti avevano accumulato ritardi. Il direttore Mark Schaming, che lavorava al museo da 37 anni, lasciò l’incarico nel luglio del 2024.

Da allora la gestione è cambiata. Nel settembre del 2025 Jennifer Saunders è diventata direttrice, la prima donna a guidare il museo nei suoi 189 anni di storia, come annunciato dallo stesso New York State Museum. Parallelamente il governo di Kathy Hochul ha avviato un investimento da 150 milioni di dollari per rinnovare la struttura, inserito in un programma più ampio per il centro di Albany.

La prima fase della trasformazione, presentata a gennaio del 2026, comprende nuovi allestimenti, uno spazio dedicato ai bambini, la riapertura del café e del negozio del museo e un calendario più ampio di mostre temporanee. L’investimento era stato previsto già nel bilancio statale dell’anno precedente, all’interno di un piano da oltre 400 milioni di dollari per la riqualificazione di Albany.

È a questo cambiamento che ha fatto riferimento il deputato statale John McDonald, il cui collegio comprende parte della contea di Albany, parlando di una «nuova era» per il museo. L’indagine federale riguarda una gestione precedente, ma lascia aperto un problema che va oltre il recupero dei 597.624 dollari: per anni un sistema di rendicontazione scorretto è riuscito a superare i controlli interni e, quando un dipendente lo denunciò, la prima indagine dello Stato concluse che non c’erano elementi sufficienti per parlare di frode o cattiva gestione. È servita un’indagine federale per arrivare alla conclusione opposta.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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