Ogni giorno, al Guggenheim Museum di New York, centinaia di visitatori si fermano davanti a una banana fissata al muro con un semplice pezzo di nastro adesivo. Non è uno scherzo, ma Comedian, l’opera di Maurizio Cattelan diventata uno dei simboli più discussi dell’arte contemporanea e oggi protagonista della mostra “Guggenheim Pop: 1960 to Now”, visitabile fino al 10 gennaio 2027.
L’esposizione esplora l’eredità della Pop Art e il modo in cui il suo linguaggio continua ancora oggi a influenzare gli artisti contemporanei, mettendo in dialogo i grandi protagonisti del movimento con opere più recenti che riflettono sul rapporto tra cultura popolare, consumi e immagini della vita quotidiana.
La storia di Comedian è ormai diventata quasi leggendaria quando nel 2024 venne venduta all’asta per oltre 6 milioni di dollari all’imprenditore Justin Sun, che pochi giorni dopo decise di mangiarla durante una conferenza stampa. Un gesto apparentemente provocatorio, ma perfettamente coerente con la natura dell’opera.
Si perché chi acquista Comedian, infatti, non compra una banana ma un’idea. Riceve un certificato di autenticità e le istruzioni ufficiali per ricreare l’installazione sostituendo il frutto quando necessario. La banana è destinata a deteriorarsi, a scomparire. Ciò che rimane è il concetto. Per comprendere questo paradosso bisogna tornare indietro di oltre un secolo, al 1917, quando Marcel Duchamp presentò Fountain, un comune orinatoio trasformato in opera d’arte attraverso il gesto dell’artista. Con i suoi ready-made, Duchamp mise in discussione l’idea tradizionale di arte, dimostrando che il valore di un’opera può risiedere non solo nella sua realizzazione materiale, ma anche nell’idea che porta con sé.

È proprio questa eredità che rende interessante la presenza di Cattelan all’interno del Guggenheim dove Comedian non è esposta come una semplice provocazione isolata, ma dialoga con alcune delle opere che raccontano l’evoluzione della Pop Art. C’è Orange Disaster #5 di Andy Warhol che riflette sul potere delle immagini riprodotte in serie; Entablature di Roy Lichtenstein che trasforma elementi dell’architettura classica attraverso il suo inconfondibile linguaggio ispirato ai fumetti; e Soft Shuttlecock di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen che trasforma un volano da badminton in una scultura monumentale.
Il percorso arriva poi al presente con A Little Bit of Everything (De Todo Un Poco) di Lucia Hierro, che trasforma una comune borsa della spesa di una bodega newyorkese in un’opera tessile fuori scala, dimostrando come anche gli oggetti più ordinari possano raccontare la società in cui viviamo.

A chiudere la visita c’è una delle installazioni più immersive e amate dai visitatori: Infinity Mirrored Room – Dancing Lights That Flew Up to the Universe di Yayoi Kusama. Entrando nella stanza, circondati da specchi e centinaia di luci che lampeggiano e cambiano colore riflettondosi all’infinito, si ha la sensazione di trovarsi sospesi in uno spazio indefinito.
Un’esperienza puramente sensoriale che ci ricorda come l’arte non sia solo ciò che guardiamo, ma anche il modo in cui ci fa sentire.




