A un certo punto di Confessions II – The Film appare un fascio di luce verde che attraversa lo schermo come un laser uscito da un vecchio club futurista. Madonna lo segue, scompare, riappare, cambia stanza, cambia abito, cambia identità.
Il cortometraggio presentato al Tribeca Festival, che anticipa il nuovo album Confessions II in uscita il 3 luglio, dura poco più di dieci minuti e ha l’aspetto di un sogno notturno costruito con le macerie della cultura pop contemporanea. Ci sono modelle, attori, influencer, drag queen, boschi incantati, bagni pubblici, piste da ballo e appartamenti che sembrano usciti da una fiaba queer. Tra le apparizioni ci sono Julia Garner, Kate Moss, Debi Mazar, Lourdes Leon e Benedict Cumberbatch. Più che raccontare una storia, il film costruisce un’atmosfera: una specie di paese delle meraviglie attraversato da una donna che da quarant’anni continua a interrogare il concetto stesso di identità.
Guardando il film viene da pensare che il vero tema di Madonna non sia mai stato il sesso, come sostengono i suoi detrattori, e neppure la provocazione. Il suo vero argomento è sempre stato la trasformazione.
Nel gennaio del 1985 usciva Material Girl, la canzone che l’ha definita agli occhi del mondo e allo stesso tempo l’ha condannata a un gigantesco equivoco. Ancora oggi una parte del pubblico è convinta che Madonna abbia costruito la propria carriera celebrando il denaro, il lusso e l’ambizione individuale. In realtà la cantante ha passato gran parte della sua vita artistica a prendere in giro proprio quell’immagine.
Da allora Madonna ha trascorso quarant’anni a distruggere e ricostruire se stessa. La ragazza di Like a Virgin è diventata la mistica di Ray of Light, la cowgirl elettronica di Music, la dominatrice disco di Confessions on a Dance Floor, la regina decadente di Madame X. Ogni volta che il pubblico sembrava averla capita, lei cambiava direzione.
È un comportamento che oggi appare quasi normale. Viviamo in un’epoca in cui le popstar modificano continuamente la propria immagine, adottano alter ego, costruiscono universi narrativi e trasformano ogni album in un progetto multimediale. Ma quando Madonna cominciò a farlo negli anni ottanta la regola era opposta: agli artisti veniva chiesto di essere riconoscibili, prevedibili, rassicuranti.
Dopo il successo monumentale del Celebration Tour, che ha trasformato quarant’anni di repertorio in una gigantesca autobiografia dal vivo, sarebbe stato facile rifugiarsi nel ruolo di leggenda vivente. Molti artisti lo fanno, diventano custodi del proprio catalogo. Gestiscono il passato. Madonna, invece, continua a comportarsi come se il passato fosse solo materiale da riciclare. Il titolo del film richiama volutamente Confessions on a Dance Floor, uno dei suoi album più amati, ma il nuovo progetto non sembra interessato a replicarne la formula. A sessantasette anni Madonna continua a fare quello che faceva a venticinque: aprire una porta e cercare la stanza successiva.




