«La creatività fa parte di me fin da quando ero molto piccola. Crescendo in una piccola città del nord Italia, in un contesto piuttosto isolato, ho sviluppato una forte curiosità e una grande immaginazione». È da questa dimensione fatta di osservazione, intuizione e desiderio di esplorare il mondo che prende forma il percorso di Francesca Furian, designer industriale di formazione. Per oltre dieci anni ha lavorato nel settore dell’arredamento di lusso, tra progettazione e art direction, concentrandosi in particolare sull’applicazione del vetro di Murano. Oggi vive e lavora a New York, dove ha intrapreso una nuova fase della sua vita personale e professionale: una ripartenza costruita passo dopo passo, tra design, arte e nuove possibilità.
Sei cresciuta in una piccola città del Nord Italia, Treviso, e hai raccontato di aver vissuto una certa dimensione di isolamento. Guardandoti oggi, pensi che quella solitudine sia stata più un limite o un modo per far emergere la tua creatività?
Assolutamente un modo per stare con me stessa. Oggi lo vedo come un grande vantaggio, anche se da adolescente poteva sembrare un limite: quasi una gabbia. In realtà mi ha costretta a sviluppare immaginazione e autonomia. Anche oggi cerco di trasmettere questo ai miei figli: imparare a usare la propria testa, senza riempire ogni momento con attività organizzate. Credo che la creatività nasca proprio lì, dal gioco e dall’immaginazione.
Da bambina costruivi mondi immaginari e osservavi molto quello che ti circondava. C’è qualcosa di quella bambina che ritrovi ancora oggi nel tuo modo di lavorare?
Sì, ed è forse la cosa più evidente. Ritrovo soprattutto l’appagamento dato dal processo prima che dal risultato, il piacere di creare cose semplici e vedere che funzionano. Anche oggi parto spesso dall’osservazione, da un’idea che nasce in modo spontaneo, ma che poi costruisco in maniera molto strutturata. È una parte che non ho mai perso.
Prima di arrivare a New York hai lavorato per oltre dieci anni nel design e nell’art direction per un’azienda di arredamento luxury. A un certo punto però hai cambiato traiettoria. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi qualcosa di diverso?
Non è stato un momento unico, ma un percorso. Per anni ho tenuto la parte artistica nel cassetto, anche per quell’idea molto diffusa secondo cui l’arte dovrebbe restare un hobby. La svolta è arrivata due anni fa, quando ho iniziato a vedere una risposta concreta dall’esterno. Ho capito che potevo costruire qualcosa partendo da ciò che mi veniva più naturale. Poi però la passione da sola non basta: servono progettazione e comunicazione.
Il trasferimento a New York è stata una scelta dettata dal desiderio, dalla necessità o dalla curiosità?
È stato un trasferimento legato al lavoro di mio marito. Siamo arrivati con un bambino di tre mesi e poco dopo è nata anche la nostra seconda figlia. Non è stata una scelta dettata da me e quindi ho dovuto ricostruire tutto da zero. All’inizio mi sono concentrata sulla famiglia, poi ho sentito il bisogno di ripartire anche da me stessa, senza forzature. È stato un processo lento ma proficuo.
Oggi inauguri un pop-up al Seaport grazie al programma RE:Store della Downtown Alliance. Come funziona questa iniziativa?
È un programma della Downtown Alliance che punta a riattivare gli spazi commerciali vuoti di Lower Manhattan, anche in vista del turismo estivo. Ho presentato un business plan insieme a un’amica con cui ho unito due progetti e siamo state selezionate tra oltre 360 candidature. Siamo due tra i sette business scelti. Per me è stata un’occasione importante perché ho potuto mettere insieme la parte artistica e quella progettuale, legata anche all’interior design. Creando un concept che potesse far vivere i nostri prodotti in armonia, dove le mie creazioni e gli home goods si mescolano con quelli di Dimorae Home. Da lì nasce anche il payoff “Living with Art”, che è il filo conduttore dei due brand. L’idea era creare uno spazio espositivo che accogliesse, come noi italiani sappiamo fare.

Come nasce, nel tuo lavoro, il passaggio dall’intuizione creativa alla progettazione, fino alla realizzazione finale?
Parto dalla mia pratica artistica per sviluppare oggetti che riproducono gli originali e ne progetto altri che vengono poi realizzati in Italia, collaborando con piccole realtà artigiane. Sto cercando di costruire sempre più sinergie che mi permettano di portare, attraverso la creatività, la qualità e la passione italiana nelle case dei newyorkesi.
Cosa ti auguri per il prossimo futuro e quali traguardi speri di raggiungere a breve?
Nel breve periodo vorrei riuscire a portare nel mercato una lampada, che per me rappresenta un ritorno al mio ambito originario, quello del furniture e dell’home decor. Mi piacerebbe anche costruire collaborazioni più strutturate, magari con l’Italia. Nel lungo periodo, invece, vorrei dare una forma più solida al mio lavoro, alternando la parte produttiva artistica a quella progettuale. In questo momento sto facendo tante cose insieme. Mi manca tornare in studio e creare.




