L’intelligenza artificiale viene raccontata da anni in due modi molto diversi tra loro: il primo è quello più promozionale, usato soprattutto dalle aziende che la sviluppano, ovvero l’IA come strumento capace di curare malattie, semplificare il lavoro, aumentare la produttività e risolvere problemi che oggi sembrano troppo grandi; il secondo è quello apocalittico, in cui la stessa tecnologia diventa una minaccia per il lavoro umano, per la democrazia o per la sopravvivenza della civiltà. AI: Probably Nothing to Worry About, il documentario di Nick Holt presentato al Tribeca Festival 2026, parte da questa dicotomia per provare a stare un po’ nel mezzo: non dice allo spettatore cosa deve pensare, ma gli mostra quanto siano incerti anche quelli che questa tecnologia l’hanno costruita.
Per quasi due ore parlano ricercatori, imprenditori, amministratori delegati e figure centrali della Silicon Valley. Sono persone che per anni hanno spiegato al mondo perché l’intelligenza artificiale fosse inevitabile, utile, desiderabile. E poi lascia emergere una contraddizione: molti degli intervistati sembrano convinti della grandezza di ciò che hanno contribuito a creare, ma non altrettanto sicuri di poterlo controllare. Insomma, più parlano, più sembra chiaro che il punto non è soltanto cosa l’IA possa fare oggi, ma cosa potrebbe diventare quando sarà troppo conveniente, troppo diffusa e troppo competitiva per essere rallentata.
È un momento particolare, per l’AI. Dopo l’arrivo di ChatGPT nella vita quotidiana, l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un argomento da convegni tecnologici ed è entrata nelle scuole, negli uffici, nelle redazioni, nei tribunali e nelle campagne elettorali. È diventata una cosa che molte persone usano senza capirla fino in fondo, e che molte aziende vendono come se fosse già indispensabile. Holt parte da questa normalizzazione rapida e la collega a un altro aspetto, più in là della paura per i robot intelligenti: l’IA è ormai un enorme affare economico. Attorno a essa si muovono capitali, carriere, potere industriale e prestigio politico.
Da qui il film ricostruisce l’intelligenza artificiale come una corsa: le aziende vogliono arrivare prima dei concorrenti, i governi non vogliono dipendere da altri Paesi, gli investitori cercano la prossima grande occasione. E allora cambia la domanda, perché non riguarda più se una tecnologia debba essere sviluppata, con quali limiti e con quali garanzie, ma chi la svilupperà per primo. È una cosa già successa nel mondo dell’innovazione, ma nel caso dell’IA produce un effetto più inquietante, perché gli stessi protagonisti sembrano ammettere che le conseguenze sono difficili da prevedere.
Il titolo, Probably Nothing to Worry About, funziona quindi come una battuta detta con la faccia seria. “Probabilmente non c’è nulla di cui preoccuparsi” è esattamente la frase che lo spettatore, dopo aver ascoltato i protagonisti del film, fatica a prendere alla lettera. Il documentario non ha bisogno di immaginare scenari catastrofici per risultare disturbante. Gli basta mostrare persone molto competenti che oscillano tra entusiasmo e timore, tra fiducia nel progresso e consapevolezza dei suoi rischi. Alla fine il tema non è soltanto l’intelligenza artificiale. È l’idea, molto contemporanea, che se qualcosa può essere costruito allora prima o poi verrà costruito, e che il vero problema comincia quando nessuno vuole essere l’ultimo a farlo.




