A bordo di Nave Amerigo Vespucci, durante la sosta a New York per i duecentocinquanta anni dell’indipendenza americana, abbiamo incontrato Andrea Abodi, Ministro per lo Sport e i Giovani. Con lui abbiamo parlato della candidatura dell’Italia a Euro 2032, dei nuovi stadi, dell’eredità di Milano-Cortina e dello sport di base, tra grandi eventi e periferie
Ministro, il dossier per Euro 2032 entra in una fase decisiva. Al di là del rispetto delle scadenze UEFA, che occasione rappresenta questa candidatura per cambiare davvero il volto degli impianti sportivi italiani e rafforzare l’immagine del Paese all’estero?
Euro 2032 rappresenta un’occasione più che una sfida: la possibilità di cambiare volto ai nostri stadi. Questa circostanza dimostra che a volte abbiamo bisogno di uno stimolo o di una scadenza per fare ciò che è necessario fare, ma mi auguro cambi il paradigma per quanto riguarda le infrastrutture, confidando che in futuro non ci sia bisogno di un evento per fare gli investimenti necessari a modernizzarle. Per questo credo sia molto importante che nel 2026 sia pienamente operativo un ‘cantiere istituzionale’ a beneficio di quello che deve succedere nel 2032. Per la prima volta, infatti, il Governo italiano ha messo insieme un pacchetto di soluzioni di carattere amministrativo e finanziario, proprio per togliere ogni alibi, per rimuovere ogni resistenza e ogni vincolo al miglioramento del sistema. Non è un caso che abbiamo dieci progetti stadio che si stanno sviluppando, a partire da Roma e Milano, e questo è il segnale che abbiamo intrapreso la giusta direzione. Sono stadi con caratteristiche internazionali, grazie anche agli investimenti di proprietà straniere, spesso a matrice americana. Il Milan e l’Inter a Milano e la Roma hanno esattamente queste caratteristiche, e l’auspicio è che la cultura, il know-how e il marketing internazionale possano contribuire all’evoluzione del sistema calcistico nel suo complesso. Dal punto di vista più prettamente sportivo siamo vincenti e convincenti in molte discipline, è il calcio a essere rimasto un passo indietro, lo testimoniano l’ennesima assenza dell’Italia al Mondiale e la difficoltà con la quale le nostre squadre vanno avanti anche a livello europeo.

Tra gli stadi che potrebbero entrare nel dossier c’è anche il futuro impianto della Roma a Pietralata. Quali saranno gli elementi decisivi nella scelta finale e che idea di stadio ha in mente per l’Italia dei prossimi decenni?
Lo stadio della Roma sta avendo un’accelerazione dell’iter amministrativo, quindi oggi possiamo dire con ragionevole certezza che verrà realizzato, anche grazie al lavoro del Commissario di Governo, l’ingegner Massimo Sessa, che ha gli strumenti per ridurre e comprimere i tempi delle procedure. Sarà uno stadio fantastico, anche di nuova conformazione, uno stadio asimmetrico nel quale la curva dei tifosi di casa sarà ancora più monumentale del resto dell’impianto, a dimostrazione della volontà di far sentire la presenza e la passione del pubblico, che è il motore del calcio. In generale, i nuovi stadi che stiamo realizzando saranno caratterizzati dalla funzionalità, dall’accessibilità e dalla sostenibilità economica e ambientale. In gran parte avranno un saldo positivo di energia, perché sono convinto che la copertura degli stadi debbano prevedere un impianto fotovoltaico. Nulla di particolarmente straordinario, ma per noi in Italia rappresenta una novità che mi auguro possa essere un esempio per la realizzazione di altre infrastrutture sportive e che possa essere un buon esempio anche per la società civile, ottimizzando il rapporto tra produzione e consumo di energia.
Qualche giorno fa ha incontrato anche il neopresidente della FIGC Giovanni Malagò. Avete parlato anche del completamento del lavoro di Milano-Cortina e dei Giochi Olimpici Giovanili del 2028. Qual è il lascito che questi grandi eventi dovrebbero lasciare ai territori e ai cittadini una volta spenti i riflettori?
Ci sono tre eredità importanti. La prima è quella delle infrastrutture materiali, quelle permanenti, perché continuino a vivere anche dopo i Giochi e non diventino, come a volte è successo in passato, luoghi abbandonati. Il secondo elemento è la promozione dei valori olimpici, della pratica e della cultura sportiva, fattori che aiutano a rendere migliore la società. I cinque cerchi non sono solo il simbolo dello sport, ma anche il simbolo della convivenza, del confronto, della socialità, del rispetto. È un lascito che dobbiamo e possiamo continuare ad alimentare anche grazie alle Olimpiadi giovanili invernali del 2028, che ci consentiranno di lavorare moltissimo, soprattutto all’interno delle scuole, per la più ampia diffusione e il conseguente radicamento di questi valori. Il terzo lascito è quello della ricaduta economica e turistica sul territorio. L’enorme visibilità globale ha permesso a tutto il mondo di conoscere luoghi meno noti ma bellissimi del nostro Paese, e sono convinto che questo determinerà nel tempo un modo diverso di concepire il turismo, più destagionalizzato e distribuito sul territorio. Poi c’è un’altra eredità che dobbiamo gestire, quella finanziaria, perché Milano-Cortina è stato un successo planetario, riconosciuto da tutti, ma ha reso necessari investimenti non integralmente coperti dai ricavi. Insieme al presidente Malagò e alla Fondazione Milano-Cortina dovremo gestire anche questo aspetto, che non è secondario. E quando si parla di risorse pubbliche, siamo abituati a farlo con grande rispetto.

Dalle Olimpiadi agli Europei, i grandi eventi sono sempre più occasioni di confronto tra Paesi, ma anche di diplomazia. L’Italia può ritagliarsi un ruolo da protagonista nel promuovere lo sport come linguaggio di pace, cooperazione e dialogo tra i popoli?
È quello che stiamo già facendo. Il governo è totalmente allineato per fare la sua parte, nel rispetto dei ruoli e delle autonomie dello sport, per dare ogni sostegno a questa componente diplomatica. Anche la seconda parte del Novecento è stata segnata dalla capacità di singole discipline sportive di essere fattore di mediazione culturale, e siamo convinti che una fase come questa, ancora più diffusamente conflittuale, abbia bisogno di un dialogo sportivo che produca la sua efficacia, insieme alla diplomazia politica.
Accanto ai grandi appuntamenti internazionali, resta la sfida dello sport di base. Come si può fare in modo che gli investimenti per eventi come Euro 2032 e Milano-Cortina producano benefici anche per le società sportive dilettantistiche, le scuole e i giovani che praticano sport ogni giorno?
Dal momento del nostro insediamento, abbiamo cambiato metodo per affermare la nostra visione che stiamo trasformando in modello, seguendo anche le indicazioni del comma sette dell’articolo 33 della nostra Costituzione che prevede il riconoscimento del valore dello sport come strumento educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico. Questo è per noi un riferimento molto forte che mette in relazione le grandi competizioni e le grandi prestazioni con la dimensione sociale dello sport. Grazie a questo Governo presieduto da Giorgia Meloni il modello sportivo italiano si sta consacrando proprio sull’equilibrio tra le due anime, come mai in passato: quella che promuove la dimensione competitiva fino al più alto livello e quella che sviluppa l’offerta dello sport di base alla quale stiamo dando supporti finanziari crescenti a favore della dimensione socialmente più esposta: le periferie urbane, le aree interne, le persone con disabilità e le famiglie meno abbienti, con contributi che consentono di far fare sport a chi ha minori possibilità. Questo passa inevitabilmente anche attraverso le scuole, che, contrariamente alla cultura anglosassone, non sono un luogo dove lo sport si è consacrato. Stiamo investendo moltissime risorse per migliorare l’impiantistica sportiva scolastica e abbiamo riorganizzato dopo dieci anni i Giochi della Gioventù, la competizione tra le scuole e gli studenti italiani che rappresenta simbolicamente l’agenda politica del rapporto tra scuola e sport. Un modello che stiamo allargando anche al sistema universitario, che non è certamente come quello americano, dove la cultura NCAA è radicata e fortissima, ma è comunque finalizzato alla valorizzazione della pratica sportiva in ambito universitario, anche rafforzando gli strumenti della ‘doppia carriera’. Obiettivo di questo pilastro: rendere forte la base sportiva, contrastare la sedentarietà e contribuire al benessere fisico e mentale delle persone.




