Quando Michele Casadei Massari accoglie Werner Herzog a Casa I Wonder, gli stringe la mano e gli dice: «Werner, questo è un altro compleanno che passiamo insieme». Il regista tedesco è a Venezia con Bucking Fastard, in concorso all’83ª Mostra del cinema. Massari, che per anni ha fatto la fila per vedere i suoi film, lo ascolta parlare dell’aceto balsamico Giusti agli altri ospiti «come farebbe un grande modenese». È questa scena che sceglie per spiegare lo spirito della casa. «La magia del cibo e del cinema è passare dal palco alla realtà, da dietro a davanti», dice.
Casa I Wonder nasce dall’incontro tra Massari e Andrea Romeo, fondatore e direttore editoriale di I Wonder Pictures. All’origine c’è «un cumulo, una montagna di passioni comuni»: il cinema, naturalmente, ma ancora prima «la voglia di stare insieme raccontandosi grandi storie».

La casa porta questa idea nei festival, ma non vuole esaurirsi nei giorni delle manifestazioni. Massari la immagina come un progetto culturale attivo durante tutto l’anno: il cinema è il punto di partenza, mentre gli incontri tra gli ospiti possono dare origine a relazioni anche professionali. Vive a New York da diciassette anni ed è proprietario di Lucciola. Dice di avere conservato l’accento emiliano-romagnolo, mentre la sua anima è ormai divisa tra l’Italia e gli Stati Uniti, «forse a volte per due terzi americana». Definisce Casa I Wonder «il galateo della ristorazione che incontra il cinema»: una forma di accoglienza capace di favorire anche nuove idee. «Quante volte intorno a una tagliatella, a una fetta di prosciutto, a un caffè o a un gelato nascono progetti?». La casa è «il guscio» di questa ambizione e del «piacere di ospitare e portare tutti a casa». Da qui viene il suo nome.
Il programma gastronomico cambia in base ai film, al pubblico, al numero delle persone e alla durata degli appuntamenti, tenendo conto delle allergie, delle intolleranze e delle diverse preferenze alimentari. Una cena di due ore ha esigenze differenti da un buffet, un aperitivo o un cocktail.
«È una maglia, un intreccio che deve tradursi in qualcosa di semplice», spiega Massari. «Se diventasse troppo geografico o troppo manipolato, non avremmo fatto quello che ci siamo proposti. Non amo la manipolazione eccessiva né la trasformazione fine a se stessa. Mettiamo insieme gli elementi come nel cinema si intrecciano produzione, cast e regia».

Portare il Made in Italy davanti a un pubblico internazionale presenta un rischio: trasformarlo in una versione stereotipata di se stesso. Massari non vuole «farsi il verso da solo» né ridurre la cucina italiana a pasta al dente, prosciutto, bresaola ed espresso. «Non è vero che si debba bere espresso tutto il giorno. Ci sono ottimi cappuccini, l’espresso Martini, gli affogati, ma anche il caffè con il ghiaccio che si prepara in Puglia», dice. Quanto alla pasta, evita di insistere continuamente sulla cottura, con una sola eccezione: «Quando abbiamo molti romani bisogna farla veramente al dente».
Rifiuta anche la convinzione che l’autenticità consista nel dichiarare che ogni cosa è stata prodotta nella stessa cucina: «Il pane lo facciamo noi, questo lo abbiamo fatto noi. Forse è un difetto italiano, il bisogno di possedere tutto e dire che è stato fatto da noi».
A Venezia la mozzarella di bufala non si produce e, come dice Massari, «la importiamo». Ma evitare l’Italian sounding non significa servire caprese tutti i giorni. Si può preparare un gazpacho oppure un’insalata di anguria o di cocomero, come si fa in Puglia. «Cerchiamo di essere autentici e contemporanei». L’italianità, secondo lui, non dipende soltanto dai prodotti. È anche «portare un tovagliolo con garbo nel momento giusto», servire correttamente un espresso e ricordare la temperatura del vino. Senza trasformare le regole in un’ossessione: «In alcuni vini mettiamo anche il ghiaccio. Ci sta, purché ci sia ospitalità».
Casa I Wonder nasce in Emilia-Romagna. Massari è bolognese e il suo cognome, osserva, porta con sé anche la Romagna. «Il cibo è cultura», dice. «Registi, attori, cast e produzioni hanno bisogno di portare fuori un film, creare una sceneggiatura e trasmettere un messaggio attraverso una narrazione. Noi condividiamo lo stesso senso di responsabilità».
Questa attenzione comprende le tradizioni di chi viene accolto. Se la presentazione di un film coincide con lo Shabbat, bisogna rispettare il rito della comunità ebraica. Massari fa l’esempio di un hummus preparato con «i nostri ceci» e completato con l’olio di Palazzo di Varignana. «Così attraversiamo i confini con il cibo».
Quando gli viene chiesto che cosa abbia portato da New York nel progetto, Massari risponde: «Posso dire di non aver portato niente». Non intende negare l’influenza dei diciassette anni trascorsi negli Stati Uniti. Rifiuta piuttosto la retorica di chi torna dall’estero presentandosi come portatore di una grande rivelazione. Parla di talenti newyorkesi o americani che riemergono in Italia esibendo la propria esperienza: «Mi spaventano tremendamente». New York gli ha tolto un filtro. «La mia visione è stata alterata, modificata, arricchita e insaporita dall’essere parte di un paese dove moltissime cucine si confrontano e competono con pari dignità».
In quel «macro-micromondo» l’hummus può richiamare la farinata senza che una tradizione debba prevalere sull’altra. «Li vedo sullo stesso livello. Non significa offendere o esaltare un sistema rispetto a un altro. Ho un rispetto enorme per tutte le cucine. New York mi ha dato questo: il filtro zero». Casa I Wonder, quindi, non vuole limitarsi a collegare l’Italia agli Stati Uniti. L’idea, dice Massari, è «unire tutto il mondo».
Anche il brunch preparato durante l’intervista nasce da questo sguardo. Non serve riempirlo di ketchup per renderlo americano: basta conservarne l’idea, unire la colazione e il pranzo e offrire «un momento di convivialità durante una domenica di cinema in cui stiamo lavorando».
Nello spazio ideato con Romeo, chi prepara da mangiare parla di cinema e chi rappresenta i prodotti coinvolti racconta i film agli altri. «Siamo diventati tutti maestri di cinema. È una casa dove si mangiano cose buone, si impara cultura e si fa cultura». Casa I Wonder è già passata dal Sundance, da Cannes e da Venezia. Massari la paragona a una carovana: «C’è una mappatura. È come uno spettacolo itinerante, come i grandi concerti. Tutto il gruppo parte dove c’è un risultato e dove c’è un progetto».



