Il volto è merce: IA, dati personali e il nuovo mercato dell’identità

Non è un’informazione qualsiasi: è un dato biometrico, cioè una chiave di accesso alla nostra identità. Quando viene acquisito, archiviato, modificato o rivenduto, non si tocca soltanto la sfera della privacy, ma il nucleo stesso dell’autonomia individuale

C’è una soglia invisibile che l’innovazione tecnologica attraversa ogni volta che smette di essere semplice strumento e comincia a ridefinire il significato stesso della persona. È ciò che accade oggi con l’intelligenza artificiale generativa, sempre più capace non solo di produrre testi, immagini e video, ma anche di appropriarsi simbolicamente dell’identità umana, trasformando il volto in un bene negoziabile, replicabile, vendibile.

Mi ha colpito l’articolo pubblicato su Il Messaggero, firmato da Francesca Altieri, dal titolo “Cina, fino a 700 dollari per ‘comprare’ i volti degli utenti: come cambia il mercato delle serie tv realizzate con l’IA”, perché mette a fuoco con chiarezza un nodo decisivo del nostro tempo: la trasformazione dei dati personali in valore economico e la progressiva ridefinizione del confine tra consenso, sfruttamento e mercato.

Il quadro descritto è impressionante. In Cina, scrive Il Messaggero, “un numero crescente di piattaforme online ha iniziato a pagare gli utenti (tra i 15 e i 700 dollari) per ottenere la licenza sulla loro immagine” allo scopo di generare contenuti con l’intelligenza artificiale. I volti vengono classificati per età, genere o profilo estetico, come “ragazza della porta accanto” o “supermodella”, e possono essere utilizzati in spot, videogiochi, drama e serie televisive. Si tratta di un passaggio culturale enorme: il volto non è più soltanto tratto personale e irripetibile, ma risorsa da mettere sul mercato. È anche una nuova forma di vetrinizzazione dei corpi, esposti, selezionati e valorizzati secondo logiche di visibilità, appetibilità e rendimento economico.

Secondo l’articolo, “oltre il 95% dei microdrama” prodotti nel Paese è stato realizzato con l’IA. È un dato che segnala un mutamento radicale nell’industria culturale. Ancora più significativo è il fatto che, per le case di produzione, ottenere una licenza d’uso dell’immagine risulti assai meno costoso che assumere un interprete reale. Ma l’efficienza economica non esaurisce il problema. Il Messaggero ricorda infatti che migliaia di cittadini hanno visto il proprio volto comparire in spot e serie senza alcun consenso, mentre ByteDance, piattaforma di drama che utilizza l’intelligenza artificiale, “dall’inizio del 2026 è stata costretta a rimuovere oltre 85.000 video” contenenti riproduzioni non autorizzate di volti e voci generate artificialmente.

Qui entra in gioco il tema decisivo dei dati personali. Il volto non è un’informazione qualsiasi: è un dato biometrico, cioè una chiave di accesso alla nostra identità. Quando viene acquisito, archiviato, modificato o rivenduto, non si tocca soltanto la sfera della privacy, ma il nucleo stesso dell’autonomia individuale. La sociologa Shoshana Zuboff ha descritto questa logica come il tratto distintivo del “capitalismo della sorveglianza”: l’esperienza umana viene tradotta in dati, i dati in previsione, la previsione in profitto. In questo scenario, il corpo e il volto diventano miniere informative da sfruttare.

Anche altri studiosi hanno messo in evidenza questo processo. David Lyon, tra i maggiori sociologi della sorveglianza, ha mostrato come il controllo digitale non operi più soltanto attraverso l’osservazione, ma mediante classificazione, profilazione e tracciamento continuo. È esattamente ciò che emerge da questo mercato: volti catalogati, autorizzazioni opache, usi futuri spesso indefiniti. Quando, come osserva Yile Deng, avvocata di Pechino specializzata in casi relativi ai diritti d’immagine legati all’intelligenza artificiale, “i termini di licenza sono spesso così vaghi che è impossibile sapere chi utilizzerà effettivamente l’immagine, o per quale scopo”, il consenso rischia di diventare una formula soltanto apparente.

La questione, allora, non è essere favorevoli o contrari all’intelligenza artificiale. Il punto è decidere entro quali limiti essa possa agire senza compromettere diritti fondamentali. Servono contratti chiari, alfabetizzazione digitale, tutele specifiche sui dati biometrici, organismi indipendenti di controllo e sanzioni reali per chi utilizza immagini senza autorizzazione. Ma serve anche una nuova cultura pubblica della responsabilità tecnologica.

Invertire la rotta è possibile, a patto di rimettere al centro la persona. L’innovazione non deve trasformarsi in espropriazione dell’identità, né il progresso in un mercato senza regole dei lineamenti umani. Se il volto è la prima forma con cui ci presentiamo al mondo, proteggerlo significa difendere dignità, libertà e futuro. Ed è da qui che bisogna ripartire.

Immagine di Francesco Pira

Francesco Pira

Professore Associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi, insegna Comunicazione Strategica, Teorie e Tecniche del Giornalismo Digitale e Giornalismo Sportivo, Social Media e Comunicazione d’Impresa, presso i corsi di laurea magistrale e triennale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina. A marzo 2024 è stato nominato Presidente della branch Comunicazione Media e Informazione dii Confassociazioni, di cui era stato Vice Presidente e dal giugno 2020 è Presidente anche dell’Osservatorio Nazionale sulle Fake News. Il quotidiano italiano Avvenire l’ha definito uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno Fake News.

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