Cara New York,
che cosa hai fatto per convincermi a venire qui? E che cosa continui a fare per convincere, ogni anno, così tante persone a trasferirsi? Eppure sei inospitale, proibitiva, costosa, sporca. Che cosa hai di speciale? Forse è la domanda a essere sbagliata. Bisognerebbe chiedersi che cosa non hai, perché qui c’è tutto. Soprattutto, c’è New York.
E. B. White, l’autore di “Stuart Little”, nel suo straordinario “Here Is New York” scriveva che di te esistono, grossomodo, tre versioni: quella di chi ci è nato, quella dei pendolari che ogni giorno la attraversano e quella di chi è nato altrove ed è arrivato qui cercando qualcosa. Per White, la tua terza versione è forse la più grande perché, per chi arriva da lontano, sei la destinazione finale. A volte persino la dimostrazione di avercela fatta. I pendolari ti danno irrequietezza, i nativi ti danno solidità e continuità, ma sono quelli che arrivano da fuori, quelli che decidono di restare, a donarti la passione. Io appartengo a questa terza categoria.

– Questo articolo fa parte del nuovo numero cartaceo de ilNewyorkese, “Bello il film. Bello il magazine.”: Vieni a scoprirlo!
Non sono nato nelle tue strade, non ho imparato da bambino a orientarmi tra Street e Avenue e non ho mai potuto dare per scontato lo skyline, il rumore delle sirene, il vento che attraversa Manhattan o quella sensazione per cui tutti sembrano sapere esattamente dove stanno andando, anche quando probabilmente si sono persi. Sono arrivato cercando qualcosa. Forse un’opportunità, una sfida, la possibilità di ricominciare senza dover cancellare ciò che ero stato prima. Tu, New York, hai questo potere: non chiedi a nessuno di diventare un’altra persona. Ma costringi, piuttosto, a capire fino in fondo quale persona si vuole essere.
Ma credo che White avesse ragione solo in parte. Non esistono tre versioni di te. Ne esistono molte di più. Ne esiste probabilmente una diversa per ogni persona che la guarda. C’è quella per chi arriva senza alternative, quella di chi vive qui da trent’anni e continua a sentirsi appena arrivato, quella di chi lavora di notte e quella di chi gioca con l’alta finanza, quella di chi sogna Broadway e quella di chi sogna semplicemente di riuscire a pagare l’affitto alla fine del mese.
Cara New York, ti ho già dedicato due progetti editoriali e un film, “New York Solo Andata”. Questo inverno uscirà “ilNewyorkese – il film” e ne sto già scrivendo un terzo. Qualcuno potrebbe chiedermi perché continuare a tornare sulla stessa storia, quasi sulla stessa ossessione. La risposta è che tu, New York, non sei mai la stessa storia. Ogni volta che credo di averti capita, cambi. O magari sono soltanto io a essere cambiato. E allora ti guardo di nuovo e scopro dettagli che prima non riuscivo a vedere.

Forse tutto parte dal desiderio di raccontarti. Ma attraverso di te vorrei provare anche a costruire qualcosa. Mettere in gioco tutto me stesso, usare ogni linguaggio possibile e trasformare un giornale, un film o un’iniziativa in uno strumento capace di lasciare un segno reale. Sarebbe presuntuoso pensare di poterti raccontare davvero. Prima di me lo hanno già fatto, in mille modi, i più grandi scrittori e registi.
Io, in fondo, voglio soltanto provare a raccontare la New York che vedo io. Forse è questa la mia lettera d’amore: non limitarmi a dirti quanto sei bella, ma provare a restituirti qualcosa. Perché amare una città non significa soltanto vivere al suo interno. Significa chiedersi, ogni giorno, che cosa si è disposti a fare per renderla un po’ migliore di come l’abbiamo trovata.




