Dalla Sardegna alla panchina dei New York Knicks. Riccardo Fois è uno dei pochi italiani ad aver conquistato un titolo NBA da assistant coach. Un percorso costruito tra college americani e NBA, da Gonzaga ai Phoenix Suns, dall’University of Arizona ai Sacramento Kings, fino ai Knicks. Una storia che dimostra come curiosità, lavoro e perseveranza possano trasformare un sogno in realtà.
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Se dovessi raccontare il viaggio che ti ha portato fino alla panchina dei Knicks, da dove partiresti?
Partirei dalla curiosità. Ancora prima del basket, il mio sogno era l’America. Come tanti ragazzi della mia generazione, sono cresciuto guardando film americani, ascoltando quella musica e immaginando la vita nei campus universitari. Il sogno americano, per me, esisteva ben prima dell’NBA. L’occasione arrivò durante il quarto anno di liceo, quando partii come exchange student per l’Alabama. Quell’anno è stato una vera immersione nella cultura americana e ha cambiato il mio modo di guardare il mondo. È lì che ho capito che avrei voluto costruire il mio futuro negli Stati Uniti.
Poi arriva il college. È lì che capisci che la tua strada non sarà quella del giocatore?
Sì. Quando sono arrivato alla Pepperdine University, in California, volevo diventare un giocatore di basket professionista. Poi, con il tempo, ho capito proprio lì che poteva iniziare un altro sogno. Ho avuto l’opportunità di entrare nello staff tecnico dell’università e ho scoperto quanto mi piacesse allenare. In quei due anni, non ho più avuto dubbi.
C’è stato un momento in cui hai pensato: «Forse ce la posso fare davvero»?
Direi due momenti. Il primo alla Gonzaga University, dove da assistant coach raggiungemmo le Final Four della NCAA Division I, il massimo livello del basket universitario americano. Giocare davanti a quasi 90.000 persone fu un’emozione indescrivibile e la prima volta in cui realizzai di far parte di qualcosa di enorme. Il secondo è stato la firma del mio primo contratto in NBA con i Phoenix Suns: entrare nella lega che sognavo da bambino è stato il coronamento di un percorso straordinario. Dopo quell’esperienza sono tornato nel basket universitario, entrando nello staff dell’University of Arizona insieme a Tommy Lloyd, con cui avevo già lavorato alla Gonzaga, per avviare un nuovo progetto in uno dei programmi più prestigiosi della NCAA.
Che effetto fa vincere proprio a New York?
I Knicks sono parte dell’identità di New York e riportare il titolo in città, dopo oltre cinquant’anni, ha avuto un valore speciale. Per me è stata anche un’enorme opportunità professionale: lavorare al fianco di Mike Brown, uno degli allenatori più vincenti e rispettati della NBA, e contribuire a una stagione storica è qualcosa che porterò sempre con me. Prima ancora che una grande squadra, ho trovato un grande gruppo di persone. Questa squadra rispecchia New York: molti giocatori avevano dovuto conquistarsi ogni opportunità, proprio come tante persone che arrivano in questa città per costruirsi un futuro. I tifosi si sono riconosciuti in questo percorso, creando un legame autentico che ha reso la stagione ancora più speciale.
Molti tifosi vedono solo i quarantotto minuti della partita. Quanto lavoro c’è dietro un titolo NBA?
Dietro ogni partita ci sono ore di preparazione, di video, di riunioni, di allenamenti, ma soprattutto ci sono fallimenti, frustrazioni, dubbi. Si vede il risultato finale, ma quello è solo la punta dell’iceberg. Mi piace usare un’immagine: è come scavare alla ricerca di un diamante. Per giorni, settimane, mesi continui a dare picconate senza sapere se lo troverai davvero. Poi, quando arriva il momento decisivo, non puoi più pensare. Devi fidarti del lavoro che hai fatto. È questo che fa la differenza ai massimi livelli.

Qual è stato il momento più complicato della stagione?
A gennaio abbiamo attraversato un periodo difficile, con diverse sconfitte che hanno portato inevitabilmente qualche dubbio. Anche nei playoff siamo andati sotto nella serie contro Atlanta, ma la fiducia non è mai venuta meno. Avevamo un gruppo unito, con grande voglia di vincere, e uno staff che ha sempre creduto nel lavoro quotidiano. È stata proprio quella convinzione a permetterci di ribaltare la situazione.
Oggi nel basket si parla molto di dati e analisi. Quanto conta ancora l’intuito di un allenatore?
I dati sono fondamentali, sarebbe impossibile ignorarli. Ti aiutano a prendere decisioni migliori e a preparare le partite. Ma il basket resta uno sport di persone. Ci sono momenti in cui devi guardare negli occhi un giocatore e capire se è pronto, se ha fiducia, se ha bisogno di essere lasciato tranquillo oppure stimolato. Quella parte nessun algoritmo la potrà mai sostituire.
C’è una qualità italiana che senti di aver portato all’interno dello staff dei Knicks?
Forse la capacità di adattarsi. Noi italiani siamo abituati a trovare soluzioni, a cavarcela anche quando le condizioni non sono perfette. E poi credo di aver portato un punto di vista diverso, frutto di un percorso iniziato in Europa e cresciuto negli Stati Uniti. Non ho mai vissuto questa differenza come un limite. Anzi, penso che la diversità di esperienze renda qualsiasi staff più ricco.
Quanto è stato importante aver vissuto in prima persona il percorso di uno studente-atleta?
Tantissimo. Ho allenato molti ragazzi che stavano vivendo quello che avevo vissuto io: arrivare negli Stati Uniti con grandi sogni e scoprire che il percorso è più difficile del previsto. Aver affrontato le stesse sfide mi ha aiutato a capirli e, credo, a diventare un allenatore migliore.

Se potessi parlare al Riccardo ventenne, cosa gli diresti?
Gli direi di non preoccuparsi quando arriveranno i momenti difficili, perché fanno parte del percorso. Ci saranno dubbi e sacrifici, ma ne varrà la pena. Ho avuto la fortuna di incontrare mentori che mi hanno insegnato una lezione fondamentale: il lavoro è importante, ma non può essere tutto. Le relazioni, la famiglia, gli amici e il tempo con le persone a cui vuoi bene sono ciò che ti mantiene in equilibrio. Alla fine, sono questi i momenti che contano davvero.
Dopo aver conquistato il titolo NBA, cosa ti spinge ancora ad alzarti con la stessa motivazione?
Lo sport ti insegna che non si ricomincia mai da campioni. Si ricomincia sempre da zero. L’obiettivo è provare a vincere ancora. Sappiamo quanto sarà difficile, ma è proprio questa la bellezza del nostro lavoro. Prima, però, c’è un’altra sfida che mi aspetta e a cui tengo tantissimo: la Nazionale italiana. Subito dopo tornerò a concentrarmi sui Knicks. È proprio questo il fascino di questo mestiere: ogni traguardo raggiunto diventa il punto di partenza per la sfida successiva.
Quando qualcuno racconterà la storia di questa stagione e del primo titolo dei Knicks dopo oltre mezzo secolo, come vorresti che si ricordasse Riccardo Fois?
Spero di essere ricordato semplicemente come una persona che ha avuto la fortuna di fare il lavoro che ama e che ha cercato di farlo nel modo giusto. I titoli sono straordinari, ma quello che rimane davvero sono le persone che incontri, le relazioni che costruisci e il percorso che fai insieme. Se c’è una cosa che ho imparato è che ogni traguardo dura poco: il giorno dopo si ricomincia. Ed è proprio questo che rende lo sport così bello.




