I supermercati pubblici di New York, spiegati bene

Il sindaco Zohran Mamdani ha annunciato l'apertura del primo, entro la fine del 2027: ci sono dei precedenti, e come sempre pro e contro

A New York si parla sempre del costo della spesa e, più in generale, dell’aumento del costo della vita. Non è una crescita dettata dagli “ultimi mesi”, difficili per quasi tutto il mondo, ma sono dati che lievitano da diversi anni. Secondo il Comptroller dello Stato di New York, i prezzi alimentari nell’area metropolitana sono saliti del 25,2% dal 2019. Ed è ovviamente una crescita che penalizza soprattutto i ceti bassi, perché il cibo è da sempre una delle voci meno comprimibili del bilancio familiare: insomma, se uno deve stringere la cinghia, non lo fa sui beni di prima necessità. Ma se aumentano i beni di prima necessità, diventa difficile acquistare tutto il resto.

Se si restringe il focus agli anni più recenti, l’aumento continua ma a ritmi più contenuti: tra il 2025 e il 2026 i prezzi del cibo a New York sono cresciuti di circa 3,4% su base annua, con aumenti diffusi in tutte le categorie alimentari. Questo significa che il problema non è più un picco temporaneo, ma proprio la baseline dei prezzi, che diventa ogni anno stabilmente più alta. C’è poi quello che aumenta più del resto: la carne e i prodotti proteici, ad esempio, hanno registrato incrementi di quasi il 9% in un anno tra New York e Newark. A livello nazionale, il prezzo del manzo e del caffè è cresciuto a doppia cifra negli ultimi anni, anche per la riduzione degli allevamenti e i costi di importazione.

Le conseguenze di tutto ciò, ovviamente, sono apprezzabili soprattutto alla cassa dei supermercati: nel 2024, il 56% dei newyorkesi ha dichiarato di aver ridotto la spesa per il cibo a causa dell’aumento dei prezzi. E questo può anche spiegare, in parte, come ha fatto Zohran Mamdani a vincere le elezioni. Lo ha fatto con un programma orientato soprattutto a ridurre il costo della vita in città, proponendo il blocco degli affitti per gli appartamenti regolari, autobus gratuiti, assistenza all’infanzia senza costi e, soprattutto, la sua promessa più ardua: i supermercati pubblici.

Il filo comune, insomma, era intervenire sulle principali voci di spesa delle famiglie newyorkesi – casa, trasporti, cibo – con una maggior presenza delle istituzioni. Durante la campagna, il progetto dei grocery store era stato definito come un “pilot program”: cinque punti vendita, uno per borough, con un costo iniziale stimato attorno ai 60 milioni di dollari. L’idea era quella di costruire una rete limitata, valutarne i risultati ed eventualmente espanderla. Un supermercato pubblico, poi, non deve pagare l’affitto perché l’immobile è del comune, e lo stesso vale per le tasse immobiliari. Non c’è interesse a fare profitto, e quindi i prezzi possono rimanere calmierati. Allo stesso tempo è una leva di concorrenza: anche la grande distribuzione e i retailer dovrebbero adattarsi ai prezzi del supermercato comunale.

Ma come procede questo progetto, a qualche mese dall’insediamento? Recentemente l’amministrazione Mamdani ha rilanciato la proposta e annunciato la costruzione del primo supermercato pubblico, che sorgerà a La Marqueta, a East Harlem, ma anche se è il primo annunciato pare non sarà il primo ad aprire: secondo il piano, il primo punto vendita operativo dovrebbe arrivare entro la fine del 2027 in un edificio già esistente, mentre il sito simbolico di Harlem – circa 9.000 metri quadrati – verrà completato solo nel 2029, alla fine del mandato.

Si tratta di un intervento da circa 70 milioni di dollari di fondi pubblici destinati all’intera rete di cinque supermercati, di cui solo 30 milioni per il punto vendita di East Harlem. Rimane la scelta ideata in campagna elettorale di utilizzare terreni di proprietà del comune, così da eliminare affitti e tasse immobiliari per abbassare i prezzi al consumo. La città manterrà proprietà e controllo strategico dei supermercati, ma la gestione quotidiana verrà affidata a operatori privati selezionati tramite gara d’appalto, con l’obbligo di trasferire i vantaggi economici – affitti azzerati e sussidi – sui prezzi finali.

Ma perché East Harlem come simbolo? East Harlem è stato scelto perché il reddito medio è meno della metà rispetto alla media di Manhattan, e perché l’accesso a cibo fresco e conveniente resta limitato. A New York – soprattutto nei quartieri a basso reddito come East Harlem, il South Bronx o parti di Brooklyn – il problema non è solo l’aumento generale dei prezzi. I prodotti freschi, come frutta, verdura e carne non processata, hanno costi più elevati, anche per ragioni logistiche: sono deperibili, richiedono catene del freddo, distribuzione frequente e spazi di vendita più grandi. Al contrario, il cibo ultraprocessato – snack confezionati, bevande zuccherate, fast food – ha costi di produzione e distribuzione molto più bassi, margini più alti e una shelf life lunga, che lo rende più conveniente sia per i rivenditori sia per i consumatori.

Questo squilibrio si riflette direttamente nei prezzi. In molti quartieri di New York, acquistare un pasto da una catena di fast food può costare meno che comprare gli ingredienti per cucinare un pasto equivalente a casa. Studi sul consumo alimentare urbano negli Stati Uniti mostrano che le calorie provenienti da cibo ultraprocessato costano mediamente meno della metà rispetto a quelle da cibo fresco. Il risultato, chiaramente, è che a parità di budget le famiglie tendono a orientarsi verso prodotti più economici anche se meno sani e nutritivi.

Il problema è amplificato dalla distribuzione geografica dei negozi. Nei cosiddetti “food deserts” – aree con bassa presenza di supermercati e alta concentrazione di piccoli negozi – è più facile trovare bodegas o convenience store che vendono prodotti confezionati, bevande zuccherate e cibi pronti, mentre è più difficile accedere a frutta e verdura fresche a prezzi competitivi. Anche quando disponibili, questi prodotti possono avere costi più alti e qualità inferiore rispetto ai supermercati situati in quartieri più ricchi.

Comunque sia, l’idea dei supermercati pubblici non nasce con Mamdani e, soprattutto, non parte da zero: negli Stati Uniti esistono già esperimenti – alcuni riusciti, altri falliti. Il caso più citato negli ultimi mesi è quello di Atlanta, dove nel 2025 è stato aperto Azalea Fresh Market, un supermercato sostenuto dal Comune in un’area rimasta senza negozi per oltre vent’anni. Lì il comune ha contribuito con incentivi pubblici e agevolazioni – circa 8 milioni di dollari tra fondi, prestiti e incentivi, ma la gestione è affidata ad un operatore privato: l’obiettivo è raggiungere l’autosufficienza in pochi anni.

I primi dati dicono che il negozio registra tra 600 e 700 clienti al giorno, con uno scontrino medio intorno ai 13 dollari. Uno scontrino medio così basso indica che il supermercato è usato soprattutto per acquisti piccoli e frequenti, ma non ha sostituito totalmente la grande distribuzione. Tuttavia, i dati sono positivi e l’esperimento prevede di raggiungere l’autosufficienza in circa 2-3 anni.

Ma Atlanta rappresenta un caso relativamente favorevole, perché interviene in un’area priva di offerta commerciale. Altrove, i risultati sono stati molto più incerti: a Chicago, per esempio, l’ipotesi di supermercati municipali è stata studiata a lungo ma non ha ancora trovato una realizzazione, anche per i dubbi sulla sostenibilità economica e sull’impatto rispetto alle alternative, come incentivi ai privati o mercati locali. Studi di fattibilità hanno definito il modello “implementabile”, ma solo a condizioni molto precise di gestione e supporto pubblico continuo.

Guardando ai casi già operativi, emergono limiti strutturali ricorrenti. In Illinois, programmi pubblici per aprire supermercati in “food deserts” hanno avuto risultati discontinui: diversi punti vendita hanno chiuso nel giro di pochi anni, incapaci di raggiungere un volume di vendite sufficiente a coprire i costi. Il motivo principale è economico e riguarda la natura stessa del settore: la grande distribuzione alimentare è un business a margini estremamente ridotti e alta complessità operativa, dove la redditività dipende da volumi elevati, efficienza logistica e controllo rigoroso dei costi.

Diversi studi sui “food deserts” mostrano che aprire un supermercato non basta, da solo, a cambiare le abitudini alimentari: anche quando l’accesso migliora, l’impatto sulla dieta è spesso limitato, perché le scelte di consumo dipendono da reddito, tempo disponibile, cultura alimentare e prezzi relativi. Nonostante queste criticità, il modello continua a essere considerato da una parte degli esperti come una risposta a un fallimento di mercato. Negli Stati Uniti, oltre 53 milioni di persone vivono in aree con accesso limitato a supermercati, e la tendenza alla concentrazione della grande distribuzione ha ridotto ulteriormente la presenza di negozi nelle zone meno redditizie.

Portare avanti il piano dei supermercati comunali potrebbe anche essere una scelta rischiosa dal punto di vista finanziario: la città di New York sta affrontando un deficit di bilancio stimato in oltre 5 miliardi di dollari, e alcune misure promesse in campagna – come programmi di assistenza all’affitto o riduzione delle classi scolastiche – sono già state rallentate o ridimensionate. Il passaggio chiave adesso resta la definizione dei prezzi e del paniere di prodotti, oltre che l’avvio della procedura di selezione degli operatori.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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