Spazi oltre i Confini: Il Viaggio di Michele Busiri Vici dalla tradizione italiana alle sfide architettoniche di New York

Quando ho iniziato la mia carriera, l’architettura in Europa era un terreno fertile di sperimentazione e teoria. Questo mi affascinava, ma sentivo il bisogno di qualcosa di più pratico e immediato. Trasferirmi a New York è stato un passo decisivo per me.

Michele Busiri Vici, romano di nascita, è un architetto italiano che porta avanti una tradizione familiare di oltre 400 anni. Laureatosi in architettura alla Sapienza nel 1995, si trasferisce a New York poco dopo dove fonda lo studio Space4Architecture che realizza progetti significativi nel panorama urbano della Grande Mela. Dopo essere stato professore alla Columbia University, attualmente insegna alla Parsons School of Design, dove ispira e forma le nuove generazioni di architetti e designer. Trasferirsi in America ha segnato una svolta nella sua carriera. New York, con la sua energia vibrante, gli ha offerto infinite possibilità creative e ha arricchito la sua visione professionale e personale. Lo abbiamo intervistato per IlNewyorkese.

Ciao Michele: raccontaci com’è stato il passaggio da una famiglia che vanta una lunga tradizione nel panorama dell’architettura italiana, alla tua attuale carriera negli Stati Uniti, specialmente in una città sfidante come New York?

Vengo da una famiglia radicata nel mondo dell’architettura, una tradizione che si tramanda dal XVII secolo. Crescere immerso in questo mondo ha lasciato un’impronta profonda su di me, ma la mia decisione di trasferirmi negli Stati Uniti non è stata una scelta obbligata. Era un desiderio ardente di libertà personale, una ricerca di me stesso al di là delle aspettative familiari. Sentivo il bisogno di esplorare nuovi orizzonti, di trovare la mia strada. Quando ho lasciato Roma, non avevo pianificato di vivere per sempre oltreoceano. Sembrava un’avventura coraggiosa, ma era soprattutto la voglia di vivere un’esperienza che mi arricchisse. Mi ero concesso un anno, poi ho avuto l’opportunità di prolungare la mia permanenza di altri due anni nello studio in cui lavoravo, e alla fine, quasi senza rendermene conto, New York è diventata la mia casa. La mia vera vita da adulto è iniziata qui, a 28 anni, negli Stati Uniti. In questa città ho trovato la mia libertà espressiva. Questa volontà di cercare il mio percorso è stato il mio vero motore. Era il desiderio profondo di scoprire chi fossi davvero, oltre le aspettative e i confini di una tradizione secolare.

Ed è stato proprio dalla tua esperienza newyorkese che è nato Space4Architecture…

Ho sempre sognato di avere un mio studio. Nel 1999, insieme a dei colleghi architetti con cui collaboravo già da tempo, abbiamo fondato il nostro studio a New York, Space4Architecture. Il nome rifletteva il nostro legame profondo con lo spazio, la nostra dedizione all’architettura e anche il fatto che fossimo in quattro all’inizio. Abbiamo avuto la fortuna di ottenere subito alcuni progetti importanti, che ci hanno permesso di trasformare il nostro sogno in realtà: non solo uno studio, ma un vero e proprio laboratorio di idee dove poter sperimentare e metterci alla prova. Credo che questo aspetto me lo abbia insegnato proprio New York, una città in cui nulla viene totalmente distrutto ma reinventato. Col tempo, l’avventura di Space4Architecture è diventata qualcosa di più grande di quanto avessi mai immaginato, un viaggio condiviso con persone a me care, sebbene i miei soci di un tempo abbiano poi seguito altre strade. Oggi io e mia moglie, Clementina Ruggeri, siamo i titolari e condividiamo una missione di cui sono profondamente orgoglioso e in cui Space4Architecture è un luogo in cui la creazione di spazi abitativi, come simboli di linearità e creatività, sono al centro del nostro approccio. Ogni progetto è un’opportunità per dare vita ad ambienti che non solo soddisfino le esigenze dei nostri clienti, ma che migliorino la qualità della vita nella comunità circostante. Questo è il nostro obiettivo: dare forma a luoghi che abbiano un significato, che siano non soltanto belli da vedere e piacevoli da vivere, ma che possano fare la differenza per le persone che li vivono.

Michele Busiri Vici e la co-titolare e moglie Clementina Ruggeri

In che modo New York ha influenzato la tua carriera di architetto e in che modo ti ha ispirato?

Quando ho iniziato la mia carriera, l’architettura in Europa era un terreno fertile di sperimentazione e teoria. Questo mi affascinava, ma sentivo il bisogno di qualcosa di più pratico e immediato. Trasferirmi a New York è stato un passo decisivo per me. Volevo immergermi in un contesto diverso e trovare la mia voce unica. New York è una città incredibilmente vivace e una libertà che ti permette di esplorare e sperimentare. Questa città mi ha insegnato a integrare concetti di democrazia e inclusione nei miei progetti. La diversità palpabile in ogni angolo e la sua energia contagiosa. Questo mi ha spinto a sfidare me stesso in modi nuovi e sorprendenti, non solo come architetto, ma anche come persona. Passeggiare per le strade di New York e osservare la vita che si svolge a ogni angolo, mi ha fatto apprezzare la bellezza della spontaneità e dell’imprevisto. New York è una sinfonia di luci e ombre che si uniscono nel labirinto di grattacieli e vicoli. Per me è più di una semplice città: è uno stato d’animo. Una delle caratteristiche che trovo più affascinanti, è la sua struttura architettonica a griglia, che spesso lascia spazi indefiniti o incompiuti. Questi “vuoti urbani” sono una fonte di ispirazione per me, poiché rappresentano opportunità inesplorate e invitano a scoprire nuovi orizzonti da reinventare. Sono stati proprio questi vuoti urbani, ad esempio, a spingerci a partecipare al concorso”Bold Ideas for Small Lots”, che richiedeva di riempire gli spazi vuoti tra gli edifici, troppo stretti per costruire altri grattacieli. La nostra proposta è stata quella di trasformare questi piccoli lotti in parchi urbani verticali, fatti di rampe verdi e piante, creando ambienti vivaci e accessibili a tutti. Questi parchi utopici avrebbero fatto da riferimento tra le unità residenziali a prezzi accessibili e quelle più private, incoraggiando l’interazione tra vicini e residenti, ma anche offrendo spazi pubblici dinamici e vitali. È proprio questa la magia di New York, una città dove le sfide si trasformano in occasioni e ogni angolo racconta una storia unica. Mi sento fortunato a far parte di questa narrazione.

Hai menzionato la tua volontà di offrire degli spazi utili per la comunità.  Puoi fornire qualche esempio di come hai integrato dei progetti sociali nel tuo lavoro ?

Sin dall’inizio della mia carriera, ho sempre creduto nel potere dell’architettura di influenzare positivamente la comunità. Space4Architecture ha avuto molti progetti, nell’ambito dei vari concorsi organizzati, volti alla costruzione di scuole e musei, con l’obiettivo di creare spazi pubblici accessibili e arricchire la vita cittadina. Recentemente, attraverso l’importante progettazione di una torre di ventisette piani nel Lower East Side di Manhattan in cui avevamo l’obiettivo di creare delle aree verdi comuni tra le abitazioni private, abbiamo avuto l’opportunità di entrare a far parte di Design Advocates (AD). Design Advocates è un collettivo di progettisti, architetti e designer fondato nel 2020 a New York, la cui missione è utilizzare il design come strumento per rispondere alle sfide sociali, economiche e ambientali, con un focus particolare sulle comunità svantaggiate. Il collettivo lavora su progetti di impatto sociale, spesso collaborando con organizzazioni no-profit, piccole imprese e altre entità che necessitano di supporto progettuale ma che potrebbero non avere le risorse per accedere ai servizi di design tradizionali. Sono profondamente convinto che l’architettura non sia solo costruzione ma anche un modo per restituire qualcosa alla comunità, migliorando la qualità della vita e promuovendo l’inclusione sociale attraverso il design.

Michele Busiri Vici e Clementina Ruggeri nello studio di Space4Architecture

Qual è l’evoluzione del tuo legame con l’Italia dopo esserti trasferito negli Stati Uniti tanti anni fa?

Il legame con l’Italia è una parte essenziale di chi sono, sia come persona che come professionista. Anche dopo tanti anni negli Stati Uniti, sento un forte legame con la mia terra d’origine. La mia famiglia è ancora lì, e continuiamo a lavorare su progetti in varie regioni italiane, come la Toscana e la Sardegna. Ogni volta che torno in Italia, non è solo per motivi di lavoro. Porto i miei tre figli con me, voglio che crescano con entrambe le culture. Li riporto in Italia per farli conoscere la nostra famiglia, le tradizioni e tutto ciò che rende unico il nostro Paese d’origine. Il mio accento italiano è ancora evidente, anche se parlo inglese da decenni. È un segno tangibile del mio legame con l’Italia, e sono orgoglioso di portare con me i valori e la sensibilità italiana in ogni progetto che realizzo. L’Italia non è solo un luogo per me; è un’ispirazione continua. Anche se la mia vita si svolge prevalentemente a New York, il cuore rimane legato alle colline toscane, alle spiagge della Sardegna, e alla vitalità di Roma. Questo mix di influenze arricchisce il mio lavoro e la mia vita quotidiana, mantenendo sempre vivo il mio legame con la mia terra natale.

Qual è stata invece l’esperienza che ti ha catapultato fuori dalla tua zona di comfort e come hai affrontato le sfide associate a questa nuova situazione?

Essere professore universitario è stata un’esperienza davvero significativa per me. Dopo più di due decenni dedicati all’architettura, mi sono ritrovato di fronte a una nuova sfida: condividere la mia conoscenza con gli studenti. Insegnare è un’arte complessa, che va oltre la trasmissione di contenuti, e richiede un delicato equilibrio tra le aspettative degli studenti e il mio stile di insegnamento. Ogni giorno, entrare in classe mi ha fatto provare molte emozioni mai sperimentate prima. C’era quella scarica di adrenalina, sapendo di dover soddisfare le aspettative e le curiosità di giovani menti desiderose di apprendere. Spesso mi sono trovato a dover adattare e reinventare il mio approccio per incontrare le esigenze degli studenti. Ma questa esperienza mi ha donato anche una grande soddisfazione. Ho imparato a comunicare in modo più efficace, a spiegare concetti complessi in modo chiaro e coinvolgente. Il mio accento italiano e la mia passione per l’architettura hanno sempre suscitato l’interesse degli studenti, che rimangono affascinati dalla mia energia e dedizione. Insegnare in un ambiente diverso dalla scuola italiana è stato tutto un altro mondo. Il silenzio pervasivo in aula, l’assenza di vivaci discussioni tra professori e studenti, tutto ciò ha reso l’esperienza più impegnativa. Ma nonostante le sfide, insegnare è stata un’opportunità di crescita personale e professionale che non avrei mai voluto perdere. Mi ha insegnato l’empatia, la flessibilità e, soprattutto, mi ha permesso di trasmettere la mia passione per l’architettura a una nuova generazione di menti creative.

Elide Vincenti

Elide Vincenti

Laureata con lode in Letteratura Comparata e Arti dello Spettacolo presso la Sapienza di Roma, ha lavorato come Project Manager presso Italy-America Chamber of Commerce Southeast di Miami. Vive a New York, dove frequenta il corso di Master in Critical Journalism e Creative Publishing presso l’Università di New York, Parsons - The New School.

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