Il calcio è di nuovo nella bufera. E non per questioni che riguardano il cosiddetto rettangolo di gioco. Si giocava, nell’inchiesta che è scoppiata all’improvviso (o almeno sembra) e sta gettando scompiglio nell’ambiente, in altri campi, locali notturni e alberghi di lusso.
Il contesto? La movida milanese. Agli arresti domiciliari per favoreggiamento alla prostituzione quattro persone. I clienti? Manager, imprenditori e tanti calciatori, pare almeno 50, del Milan, dell’Inter, del Verona, del Sassuolo.
Sul piano strettamente giudiziario le cose faranno il loro corso, diciamo. Non ci sono nomi di indagati fra i calciatori e non ci sono proprio nomi e comunque non li faremmo noi. Perché in questi casi si danno nomi al di là delle responsabilità formali, quanto basta per accendere quello che si chiama scandalo.
Anche a me, che sono un giornalista almeno noto in questo Paese, in una certa vicenda che non riguardava un certo avvocato (noto), mi disse: fai sempre e comunque causa. Non importa vincere, importa fare scandalo.
Il calcio, mediaticamente, è ancora forte per assicurare un grande botto mediatico. Un bel ritorno, come si dice, di visibilità e di copie (in senso moderno) vendute. Per chi ne ha bisogno. Altri invece soddisfavano altri bisogni.
Ma nella scala dei bisogni poi si arriva ai media e alla cosiddetta morale sul sistema. Gli autocontrolli dei singoli, e poi l’annosa questione dei controlli delle società. E poi l’evoluzione storica del male, i palloncini con la droga che si sniffa nell’aria e non lascia traccia.
Un fenomeno che un po’ di mesi fa pare sia costato la stabilità di un gran giocatore. Ma queste sono spigolature da cronista. Per il resto, tolto il sorriso di Chivu, l’underdog che con la sua Inter sta vincendo tutto, al pallone non va quasi niente bene.
E il 22 giugno si sceglie il nuovo presidente federale. In bocca al lupo.




