A SIAL Paris 2026 l’agroalimentare italiano si presenta con una presenza ampia e articolata, nella quale produzioni regionali, imprese, consorzi e istituzioni si confrontano direttamente con uno dei principali mercati internazionali del settore food. La fiera parigina conferma così il proprio ruolo di piattaforma commerciale prima ancora che espositiva: un luogo nel quale la qualità del prodotto deve tradursi in relazioni con buyer, importatori e distributori e, soprattutto per le imprese di dimensioni medio-piccole, in nuove opportunità di accesso ai mercati esteri.
Tra le presenze italiane, Universal Marketing ha coordinato una rappresentanza di circa 200 aziende su oltre 3.000 metri quadrati di superficie espositiva, affiancando in questa edizione Sicilia, Calabria, Campania, Molise, Lazio, Sardegna e Puglia, oltre a consorzi e altre realtà del comparto. Una partecipazione che prosegue il lavoro sviluppato dalla società al fianco delle Regioni nella promozione internazionale delle rispettive filiere agroalimentari.
Il ruolo di Universal Marketing si inserisce, infatti, in un’attività più ampia di accompagnamento dei territori nei principali appuntamenti internazionali: dalla costruzione della presenza fieristica alla valorizzazione delle produzioni, fino alla creazione delle condizioni per l’incontro tra aziende e operatori professionali. A Parigi questo modello ha consentito a sette Regioni di presentare identità produttive molto diverse all’interno di una cornice comune, mantenendo al tempo stesso riconoscibilità e specificità territoriale.
La varietà della partecipazione restituisce bene la struttura dell’agroalimentare italiano. Il Molise, caratterizzato da un tessuto composto prevalentemente da micro e piccole imprese, punta sulle produzioni certificate e sul sostegno pubblico come strumento per favorire l’internazionalizzazione. La Calabria è arrivata a Parigi con 39 aziende e con un’offerta che attraversa agroalimentare e beverage, facendo della biodiversità e del rapporto tra prodotto e territorio uno degli elementi centrali della propria proposta.
La Sardegna ha concentrato l’attenzione sulle sue produzioni casearie storiche – Pecorino Romano, Pecorino Sardo e Fiore Sardo – e sulla necessità di trasformare l’unicità del territorio in un vantaggio competitivo, affrontando al tempo stesso i maggiori costi legati all’insularità. Sicilia, Lazio e Puglia hanno contribuito alla presenza coordinata con le rispettive imprese e produzioni, ampliando ulteriormente il quadro dell’offerta italiana presentata agli operatori internazionali.
La Campania ha scelto invece di partire da uno dei simboli più riconoscibili della propria cultura gastronomica. Con TuttoPizza International, sviluppato nel contesto di SIAL, la pizza diventa il punto di accesso a una filiera molto più ampia: farine, pomodoro, mozzarella e fiordilatte, olio e altre produzioni regionali. L’arte del pizzaiolo napoletano, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale, viene così utilizzata non soltanto come elemento identitario, ma come strumento di promozione dell’intero sistema produttivo campano.
Il rapporto tra agroalimentare e territorio emerge anche nel lavoro del GAL Approdo di Ulisse, che comprende Penisola Sorrentina, Costiera Amalfitana e Capri. Il progetto «Nuove rotte per i nuovi mercati» parte dalle produzioni locali – vino, olio, formaggi, DOP e IGP – per collegarle alla ristorazione e all’offerta turistica. In questo caso l’internazionalizzazione non coincide soltanto con la vendita del prodotto all’estero: l’obiettivo è utilizzare la reputazione dell’enogastronomia per rafforzare anche l’attrattività delle destinazioni in cui quelle produzioni nascono.
È un passaggio significativo perché riflette un’evoluzione più generale nella promozione del Made in Italy. In mercati sempre più affollati, la qualità rimane una condizione necessaria, ma non sempre sufficiente. Origine, filiera, paesaggio e cultura produttiva diventano parte del posizionamento commerciale e contribuiscono a distinguere produzioni che altrimenti rischierebbero di essere confrontate esclusivamente sul prezzo.
Il tema è particolarmente rilevante in una fase nella quale l’agroalimentare continua ad avere un peso crescente nell’export italiano. A SIAL, il presidente dell’Italian Trade Agency Matteo Zoppas ha richiamato un valore di circa 72 miliardi di euro per il comparto nel 2025, all’interno di un Made in Italy che punta a raggiungere quota 700 miliardi. Dazi, conflitti e instabilità geopolitica rendono il quadro più complesso, ma aumentano anche l’importanza di una presenza strutturata nei mercati e di un coordinamento tra imprese, istituzioni e soggetti che lavorano sull’internazionalizzazione.
Resta inoltre aperta la questione dell’Italian sounding, che continua a sottrarre spazio commerciale ai prodotti autentici ma, allo stesso tempo, misura indirettamente la forza raggiunta dalla cucina italiana nell’immaginario internazionale. La sfida è convertire questa notorietà in maggiore riconoscibilità dell’origine e in una scelta consapevole del prodotto italiano.
In questo contesto, fiere come SIAL mantengono una funzione molto concreta. Show cooking, degustazioni e incontri professionali servono a presentare i prodotti, ma soprattutto a mettere le aziende nelle condizioni di verificare la risposta dei mercati e costruire rapporti commerciali. La dimensione della partecipazione coordinata da Universal Marketing indica quanto la presenza collettiva continui a essere uno degli strumenti utilizzati dai territori per sostenere l’accesso internazionale delle proprie imprese.
La fotografia che arriva da Parigi è quindi quella di un agroalimentare italiano che conserva nella diversità regionale uno dei suoi principali elementi di forza, ma che deve accompagnare questa ricchezza con organizzazione, continuità e capacità commerciale. Il prodotto resta al centro; intorno, però, diventano sempre più determinanti la filiera, il territorio e la capacità di costruire relazioni stabili sui mercati internazionali.




