Whalefall: nella Balena è arrivato sul grande schermo – in Italia dal 15 ottobre, negli Stati Uniti dal 16 – portando con sé il peso di una metafora ingombrante: l’elaborazione di un rapporto padre-figlio irrisolto. Un processo delicato e critico che culmina, nel film, niente di meno che nella pancia di un’enorme balena.
L’opera è diretta da Brian Duffield che firma anche la sceneggiatura, questa insieme a Daniel Kraus, autore dell’omonimo romanzo a cui si ispira il film. Il libro non l’ho letto, sono sincera, e questo è un male da una parte, perché se lo leggerò sarò inevitabilmente condizionata dalle immagini che ho visto sul grande schermo; ma un bene dall’altra, perché mi ha permesso di guardare la pellicola senza condizionamenti o aspettative.
Il risultato? Un lungometraggio dal fascino altalenante, che non raggiunge la piena maturità espressiva ma che si salva grazie alla forza delle sue allegorie e della capacità di toccare l’emotività di chi lo guarda.
La storia racconta di Jay (Austin Abrams), un giovane che decide di immergersi nell’oceano per cercare i resti del padre (Josh Brolin) che si è tolto la vita proprio in quelle acque pur di non morire in un letto di ospedale a causa della malattia terminale che lo affligge. Durante l’immersione, il ragazzo viene inghiottito da una balena. Ed è qui che prende forma l’intuizione più riuscita del film. La permanenza di Jay nell’oscurità del ventre animale, scandita dall’esaurirsi dell’ossigeno a disposizione, è la trasposizione della trappola mentale ed emotiva in cui si trova prigioniero da tempo. Bloccato da profonde incomprensioni, Jay ha a lungo evitato le criticità del rapporto con il padre, fino a perderlo senza concedergli, o concedersi, un addio nemmeno in punto di morte.
La lotta per sopravvivere e fuggire dallo stomaco del cetaceo si traduce, di fatto, nello scontro di Jay contro il proprio irrisolto. Nel buio claustrofobico, sballottato nelle profondità marine, il ragazzo attinge ai ricordi che vedono protagonista la figura paterna, raccogliendone gli aspri insegnamenti di vita per trasformarli in strumenti di salvezza. Un percorso quasi onirico in cui la creatura muta da entità ostile a grembo salvifico attraverso il dialogo interiore con il padre che rischia però di far perdere lo spettatore in snodi narrativi a tratti confusi, a tratti stereotipati.
Quello che riesce perfettamente invece è l’effetto immedesimazione. Nonostante non sia circostanza di tutti i giorni ritrovarsi nel ventre di una balena a lottare contro una prigione vivente pronta digerirti e tutto quello che contiene – come un calamaro gigante o una medusa velenosissima – è impossibile non ritrovarsi a pensare “e io che farei?”. Alla fine, insomma, ci si ritrova a empatizzare con Jay a tal punto da volergli suggerire un tentativo o un altro, a sperare e soffrire con lui a ogni mossa. E sì, ci si commuove pure.
Sul piano tecnico, la scelta di ambientare un film quasi interamente nell’oscurità e nelle strettoie di un apparato digerente è sicuramente notevole ma la spettacolarizzazione tipicamente hollywoodiana finisce per sovrastare la profondità del messaggio intrinseco: il legame viscerale tra padre e figlio, l’esplorazione dei propri demoni e la dualità di una natura che sa essere spietata ma anche provvidenziale. A risentirne maggiormente sono i dialoghi, confinati in gran parte ai flashback e penalizzati da una scrittura troppo incline al cliché.
A reggere il peso scenico è Austin Abrams, abile nel restituire il malessere di un giovane fragile, schiacciato dall’impetuosità di un padre percepito in maniera fin troppo mitica, pur mantenendo una sottile vena ironica. Meno convincente risulta invece la prova di Josh Brolin, fin troppo caricato ed esasperato.
L’epilogo, infine, scioglie i nodi narrativi, trovando proprio nella biologia la sua chiave di volta. La balena muore, in un cedimento che appare quasi come un sacrificio necessario per concedere a Jay la salvezza. È in questo frangente, nel culmine del suo dialogo interiore, che il ragazzo ammette il fallimento confessando di non aver trovato le spoglie paterne. Nella risposta del padre è racchiuso il vero significato della loro discesa nell’abisso. I resti che Jay cercava nell’oceano sono in realtà lui stesso, il figlio.
È l’allegoria che troviamo nel titolo del film. Il “whalefall” è la lenta caduta della carcassa di un grande cetaceo sul fondale marino. Lì dove la luce del sole non arriva, quel corpo senza vita diventa un’incredibile fonte di nutrimento, generando un ecosistema unico che supporta centinaia di organismi per tantissimi anni. La morte che innesca la rinascita. Emergendo dalle viscere della bestia morta, Jay riemerge dal proprio irrisolto con il mitico genitore. E, come il corpo della balena nutre il fondale garantendo nuova vita, così il dolore e la fine del padre diventano per il figlio quel nutrimento emotivo necessario per elaborare il trauma, pacificare la memoria e, finalmente, tornare a vivere.




