Il cardinale Camillo Ruini è morto il 16 giugno a Roma, a 95 anni. Negli ultimi mesi le sue condizioni di salute erano peggiorate e da tempo riceveva assistenza nella sua abitazione. L’annuncio è stato dato dalla Diocesi di Roma, di cui Ruini era stato vicario generale per diciassette anni. Le esequie sono previste il 18 giugno nella Basilica di San Pietro, presiedute da Papa Leone XIV. Per la Chiesa italiana non muore soltanto un cardinale anziano, ma l’uomo che per più di vent’anni ha dato una forma precisa alla presenza pubblica dei cattolici in Italia.
Ruini era nato a Sassuolo, in provincia di Modena, nel 1931. Studiò filosofia e teologia alla Pontificia Università Gregoriana, fu ordinato sacerdote nel 1954 e per molti anni insegnò nei seminari e negli istituti teologici dell’Emilia. Nel 1983 divenne vescovo ausiliare di Reggio Emilia, nel 1986 segretario generale della Conferenza episcopale italiana. La svolta arrivò nel 1991, quando Giovanni Paolo II lo nominò presidente della CEI, vicario generale per la diocesi di Roma e, pochi mesi dopo, cardinale. Era una concentrazione di incarichi molto rara: Ruini guidava i vescovi italiani e nello stesso tempo amministrava la diocesi del Papa.
Per capire il suo peso bisogna guardare agli anni in cui arrivò al vertice della CEI. All’inizio degli anni Novanta la Democrazia Cristiana, che per decenni era stata il principale riferimento politico dei cattolici italiani, stava per finire travolta da Tangentopoli e dalla crisi della Prima Repubblica. In quel vuoto Ruini scelse una linea diversa da quella del vecchio collateralismo con un partito: la Chiesa non doveva più limitarsi ad appoggiare una forza politica, ma parlare direttamente alla società, ai governi e ai parlamenti. Fu una scelta efficace, ma anche molto divisiva, perché rese la CEI un soggetto pubblico più visibile e più interventista di quanto fosse stata in altre stagioni.
Il suo strumento principale fu il cosiddetto Progetto culturale, avviato negli anni Novanta. Non era un semplice programma pastorale, ma il tentativo di dare ai cattolici italiani un linguaggio comune dopo la fine del loro partito di riferimento. Ruini insisteva sull’idea che la fede non potesse essere confinata alla coscienza individuale o alla vita parrocchiale. Doveva entrare nel dibattito su scuola, famiglia, bioetica, educazione, rapporti tra scienza e persona. Da qui nacque anche la formula dei “valori non negoziabili”, che negli anni successivi sarebbe diventata uno dei tratti caratteristici del suo modo di intendere il rapporto tra Chiesa e politica.
Il momento in cui questa linea mostrò più chiaramente la sua forza fu il referendum del 2005 sulla legge 40, che regolava la procreazione medicalmente assistita. Ruini sostenne l’astensione, una scelta legittima ma molto discussa, perché puntava a non far raggiungere il quorum invece che a vincere nel merito dei quesiti. Il quorum non fu raggiunto: votò circa un quarto degli aventi diritto. Per i suoi sostenitori fu la prova che la Chiesa italiana poteva ancora orientare una parte importante del Paese. Per i suoi critici fu il segno di una Chiesa troppo dentro lo scontro politico, capace di bloccare una consultazione popolare su temi che riguardavano anche cittadini non cattolici.
Con Giovanni Paolo II Ruini ebbe un rapporto di piena fiducia; con Benedetto XVI la sintonia fu ancora più evidente, soprattutto sui temi del relativismo, della ragione e della presenza del cristianesimo nello spazio pubblico. Con Francesco il rapporto fu più complicato, non tanto per una rottura personale quanto per un cambio di accento: il pontificato di Bergoglio spostò il centro del discorso ecclesiale verso le periferie, l’inclusione sociale, la misericordia, lasciando meno spazio alla stagione delle battaglie culturali condotte dalla CEI come soggetto politico riconoscibile.




