Nelle ultime ore la notizia della nuova stretta sull’immigrazione dell’amministrazione di Donald Trump è circolata anche in Italia con titoli che, abbreviandola, possono far pensare a una sospensione generale dei visti per entrare negli Stati Uniti. Non è quello che è successo. La misura riguarda i visti d’immigrazione, cioè quelli richiesti da chi vuole trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, e in particolare gli appuntamenti e i colloqui necessari per ottenerli. I normali visti temporanei per turismo, studio o lavoro non sono stati sospesi.
La distinzione cambia parecchio la portata della notizia: un turista italiano che deve chiedere un visto, uno studente diretto in un’università americana o un lavoratore che rientra in una categoria di visto temporaneo non è coinvolto automaticamente dal provvedimento. Lo sono invece le persone che stanno seguendo una procedura per immigrare permanentemente negli Stati Uniti: per esempio per ricongiungersi con un familiare, trasferirsi attraverso una sponsorizzazione lavorativa o ottenere la residenza permanente attraverso una delle categorie previste dalla legge americana. Il Wall Street Journal ha chiarito esplicitamente che la sospensione non riguarda i cosiddetti nonimmigrant visas, quelli utilizzati da turisti, studenti e lavoratori temporanei.
Quello che l’amministrazione Trump ha effettivamente fatto è comunque piuttosto rilevante: ha fermato o rinviato in tutto il mondo gli appuntamenti per i visti d’immigrazione, mentre i funzionari delle ambasciate e dei consolati statunitensi seguono una nuova formazione su come valutare le condizioni economiche dei richiedenti. La notizia è stata data per prima dal Financial Times, che ha raccontato di persone con colloqui già programmati che hanno ricevuto un’email con la cancellazione dell’appuntamento e nessuna nuova data. Anche Reuters parla di una pausa globale degli appuntamenti legati ai visti d’immigrazione. Il dipartimento di Stato non ha ancora detto quando riprenderanno normalmente.
Al centro della nuova formazione c’è soprattutto il criterio della «public charge», che nella legislazione americana permette di negare un visto a una persona ritenuta potenzialmente dipendente dall’assistenza pubblica una volta arrivata negli Stati Uniti. È un principio che esiste da molto prima di Trump, ma sul quale la sua amministrazione sta insistendo molto di più. La legge prevede che i funzionari consolari valutino complessivamente diversi elementi, tra cui età, stato di salute, situazione familiare, patrimonio e risorse economiche, istruzione e competenze professionali. Le linee guida del dipartimento di Stato attribuiscono proprio ai funzionari consolari il compito di stabilire caso per caso se una persona rischi di diventare una «public charge».
Il dipartimento descrive questa condizione come una situazione di dipendenza principalmente dal governo per il proprio sostentamento, per esempio attraverso alcuni sussidi economici o forme di assistenza istituzionale a lungo termine. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha però allargato molto l’attenzione sulle condizioni economiche e personali dei richiedenti. A febbraio il dipartimento di Stato aveva pubblicato nuove indicazioni invitando i consolati a considerare con particolare attenzione salute, disponibilità economiche, istruzione, competenze e precedente utilizzo di benefici pubblici. Ad agosto ha inoltre avviato un programma sperimentale che consente, in alcuni casi, di chiedere ai richiedenti un Public Charge Bond, una garanzia economica destinata a superare una precedente valutazione negativa.
La tempistica della sospensione è particolarmente significativa perché arriva pochi giorni dopo una delle più importanti sconfitte giudiziarie della politica migratoria di Trump. Il 21 agosto la giudice federale di New York Jeannette Vargas ha annullato una misura introdotta a gennaio dal segretario di Stato Marco Rubio, che aveva bloccato il rilascio dei visti d’immigrazione ai cittadini di 75 paesi, tra cui Brasile, Colombia, Pakistan, Bangladesh, Iran, Russia e diversi stati africani e caraibici. Anche quella decisione era stata giustificata sostenendo che i cittadini di quei paesi avessero maggiori probabilità di dipendere dall’assistenza pubblica americana.
Vargas ha stabilito che il segretario di Stato non poteva sostituirsi ai funzionari consolari e impedire in modo generalizzato il rilascio dei visti sulla sola base della nazionalità. Secondo la sentenza, citata dall’Associated Press, la legge assegna proprio ai funzionari dei consolati il compito di esaminare individualmente i requisiti di ogni richiedente. La nuova iniziativa dell’amministrazione aggira almeno formalmente quel problema: non individua un gruppo di paesi ai quali negare i visti, ma prepara tutti i funzionari consolari ad applicare in modo più restrittivo gli stessi criteri economici alle singole domande.
È anche per questo che la sospensione di questi giorni è rilevante al di là dei ritardi che sta causando. Trump è tornato alla Casa Bianca promettendo soprattutto una stretta sull’immigrazione irregolare, ma durante il suo secondo mandato diverse misure hanno interessato anche i canali di immigrazione legale. Il rinvio globale dei colloqui riguarda persone che hanno già iniziato procedure formali per ottenere la residenza negli Stati Uniti, in molti casi per raggiungere familiari o occupare posti di lavoro per i quali hanno già ricevuto un’autorizzazione preliminare.
Per il momento non è chiaro quanto a lungo resteranno sospesi gli appuntamenti né quanto cambierà concretamente la valutazione delle domande dopo la formazione. Il dipartimento di Stato ha spiegato soltanto che vuole rendere le valutazioni dei consolati più uniformi e approfondite.




