La per nulla scontata storia dell’Amerigo Vespucci

La Nave Scuola Amerigo Vespucci è il secondo veliero della Marina Militare italiana a portare questo nome, ma lo scopo resta sempre lo stesso: addestrare i cadetti a vivere e governare le onde nella più classica delle tradizioni marinare

Per secoli le navi a vela erano il mezzo con il quale l’Europa oltrepassava i propri confini. Prima delle rotte a vapore e dei motori, erano i velieri a portare uomini, merci, eserciti e conoscenze da una costa all’altra dell’Atlantico. Con navi molto diverse tra loro, ma tutte in legno e mosse dal vento grazie alle loro vele, Cristoforo Colombo arrivò nelle Americhe nel 1492, mentre Amerigo Vespucci contribuì pochi anni dopo a capire che quelle terre non erano una parte dell’Asia, ma un continente nuovo per gli europei. Anche per questo la storia della Nave Scuola Amerigo Vespucci non è la semplice storia di una nave militare: si intreccia con un’idea più antica – e nobile – di navigazione, in cui il mare si governava prima di tutto con l’aiuto del vento.

L’Amerigo Vespucci nacque infatti da una scelta che, già negli anni Venti, poteva sembrare anacronistica. La Marina italiana, come tutte le marine del mondo, stava entrando in una nuova fase, dove le navi dipendevano sempre di più dai motori, dagli apparati elettrici e da una tecnologia sempre più complessa fatta di radar, sonar e rilevatori vari. Nonostante questo, quando ci si domandò come formare gli allievi dell’Accademia Navale di Livorno, lo Stato Maggiore decise che il primo rapporto serio dei propri allievi con il mare dovesse passare ancora da una nave a vela. Perché su un veliero, il vento, le correnti, la meteorologia e la disciplina di bordo non sono dei concetti astratti, ma cose che si vedono e si subiscono sulla propria pelle.

La decisione arrivò mentre stava finendo la vita operativa del primo Amerigo Vespucci, un incrociatore a motore e vela entrato in servizio nel 1885 e adattato a nave scuola nel 1893. Per più di trent’anni aveva portato in mare gli allievi della Regia Accademia Navale, anche in campagne impegnative attraverso l’Atlantico. Alla metà degli anni Venti era però una nave ormai vecchia. Nel 1925, per iniziativa dell’ammiraglio Giuseppe Sirianni, ministro della Marina, fu deciso di costruire due nuove navi scuola: il Cristoforo Colombo e l’Amerigo Vespucci. Il progetto fu affidato a Francesco Rotundi, ufficiale del Genio Navale, che disegnò due velieri ispirati ai vascelli tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

Il Vespucci, però, non era una copia museale di una nave antica. È una nave moderna dalle forme di un’epoca passata. Lo scafo era in acciaio, le lamiere erano chiodate, l’apparato motore era diesel-elettrico, ma l’aspetto richiamava i grandi velieri da guerra, con la fiancata nera attraversata da due fasce bianche da cui si affacciano diversi oblò e che ricordano i ponti di batteria dei cannoni. Il Cristoforo Colombo entrò in servizio nel 1928. L’Amerigo Vespucci fu impostata il 12 maggio 1930 nel Regio Cantiere Navale di Castellammare di Stabia, varata il 22 febbraio 1931 e consegnata alla Regia Marina pochi mesi dopo. Il 4 luglio dello stesso anno partì per la prima campagna addestrativa in Nord Europa, al comando di Augusto Radicati di Marmorito, che era stato anche l’ultimo comandante del precedente Vespucci.

Il Vespucci nel porto di Brindisi nel 1943

Il nome scelto per la nave rimanda a una storia spesso molto semplificata: Amerigo Vespucci non “scoprì l’America” nel senso in cui lo si dice a scuola. Il suo ruolo fu un altro: dopo i viaggi oltre l’Atlantico capì, e contribuì a far capire agli studiosi europei, che quelle terre non erano l’estremità orientale dell’Asia, come aveva pensato Colombo. Erano un continente diverso. Il nome scelto per la nave rimanda anche alla seconda parte della vita di Amerigo Vespucci, meno raccontata ma più utile per capire perché sia diventato un simbolo della navigazione. Dopo i viaggi oltre l’Atlantico, Vespucci tornò a Siviglia e nel 1505 ottenne la cittadinanza castigliana. Tre anni dopo fu nominato Piloto mayor della Casa de Contratación, l’ufficio che a Siviglia controllava il commercio e le spedizioni verso le terre americane. Il suo compito cambiò: non era più soltanto viaggiare, ma formare i comandanti, controllare gli strumenti di navigazione e contribuire a ridisegnare la mappa ufficiale delle nuove rotte e delle coste del continente che aveva scoperto.

Amerigo Vespucci morì il 22 febbraio del 1512 e ancora oggi molti lo accreditano, oltre che come colui che scoprì l’America come detto poc’anzi, anche come colui che diede il nome all’America. Ma in realtà non fu una sua scelta: nel 1507, il cartografo tedesco Martin Waldseemüller propose di chiamare “America”, dal nome di Vespucci, quel continente appena scoperto. E se oggi la più importante e prestigiosa nave scuola italiana porta quel nome, lo deve ad un uomo legato non solo alla navigazione, ma anche alla costruzione di una nuova immagine del mondo.

Ancora oggi il Vespucci funziona perché obbliga chi sale a bordo a imparare il mare. È una nave lunga 101 metri da poppa a bompresso, ha tre alberi più il bompresso, 24 vele per oltre 2.600 metri quadrati di superficie velica e decine di chilometri di cavi necessari per manovrarle. L’equipaggio è formato da militari con compiti molto diversi, dalla navigazione alla macchina, dalla sanità alla logistica, ma durante le campagne di istruzione la nave si riempie di allievi. È allora che la messa a vela completa diventa davvero possibile: servono persone sugli alberi, persone alle manovre, ordini chiari, tempi coordinati. La formazione non riguarda solo il sestante o la nomenclatura delle vele, ma il lavoro di squadra per permettere alla nave di funzionare.

La storia del Vespucci è anche la storia di una sopravvivenza. La sua gemella, il Cristoforo Colombo, ebbe un destino molto diverso: dopo la Seconda guerra mondiale fu ceduta all’Unione Sovietica come risarcimento di guerra, ribattezzata Dunay e impiegata nel Mar Nero, prima di essere radiata negli anni Sessanta dopo un incendio. Il Vespucci invece rimase in servizio e continuò a fare quello per cui era stato costruito, con interruzioni dovute alla guerra e ai lavori straordinari. Nel tempo è stato aggiornato, restaurato, adeguato alle nuove esigenze della Marina, senza però mai perdere la sua funzione principale.

Questa continuità spiega perché il Vespucci sia diventato qualcosa di più di una nave scuola. Ha fatto campagne in Mediterraneo, Nord Europa, Atlantico, Nord America e Sud America; tra il 2002 e il 2003 ha compiuto una circumnavigazione del globo, e tra il 2023 e il 2025 è tornato a fare un lungo tour mondiale. E poi c’è la definizione più famosa, “la nave più bella del mondo”, nata da un saluto attribuito alla portaerei americana USS Independence nel 1962. È una frase che conoscono quasi tutti e che ha fatto commuovere in tanti, ma il Vespucci non è importante perché è bello: è importante perché incarna il simbolo di “italianità” nel mondo, ed è un esempio di attaccamento alle tradizioni, di manifattura d’eccellenza e di raffinatezza ed eleganza tipicamente italiani.

Oggi questa storia è tornata in Nord America con il “Tour Mondiale Vespucci – Campagna in Nord America 2026”, partito da Genova e inserito anche nelle celebrazioni per i 250 anni dell’Indipendenza degli Stati Uniti. Il “Tour Mondiale Vespucci – Campagna in Nord America 2026” è un’iniziativa del Ministero della Difesa e della Marina Militare prodotta da Difesa Servizi S.p.A. Il progetto è sviluppato in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, il Ministero della Cultura, il Ministero del Turismo, il Ministro per lo Sport e i Giovani e il Ministro per le Disabilità. In questo senso il Vespucci continua a fare due lavori insieme: addestra gli allievi ufficiali e, quando entra in porto, diventa una forma di diplomazia italiana all’estero.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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