Annamaria Colao: «La prevenzione ci permette di vivere più a lungo senza patologie»

La luminare della Federico II, intervenuta nel podcast Ritratti de ilNewyorkese, racconta Campus Salute e spiega perché alimentazione, movimento, sonno e relazioni sociali sono parte della stessa idea di salute

Anna Maria Colao | (c) Annalisa Carbone

La prevenzione come strumento per vivere più a lungo, ma soprattutto per vivere meglio. È uno dei temi al centro dell’intervento della dottoressa Annamaria Colao, professoressa ordinaria di Endocrinologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II e fondatrice di Campus Salute, ai microfoni de ilNewyorkese nel podcast Ritratti. La professoressa Colao ha raccontato il lavoro portato avanti negli ultimi anni per diffondere una cultura della salute che non cominci dalla cura di una malattia, ma molto prima: dalle abitudini quotidiane: «La prevenzione è un po’ il fanalino di coda della medicina, ed è un peccato, perché in realtà è proprio quella che ci permetterà di spendere molto meno per le cure, di stare molto meglio e di vivere più a lungo. In fondo è il sogno di tutti: vivere a lungo senza patologie».

Questa impostazione è alla base di Campus Salute, il progetto che torna a New York per il terzo anno e che negli Stati Uniti metterà insieme, come sempre, educazione, visite mediche e screening. «Siamo partiti due anni fa e abbiamo avuto un grande successo, anche perché la sanità negli Stati Uniti è molto diversa da quella italiana. Lì, senza una buona assicurazione, ci possono essere maggiori difficoltà nell’accesso alle cure».

Il punto di partenza, però, non è soltanto offrire una visita gratuita: «Il nostro format parte innanzitutto da un principio: spiegare che cosa significa prendersi cura della salute umana. La salute si coltiva a tavola, passeggiando, stando in buona compagnia, dormendo il numero giusto di ore, restando svegli durante la giornata invece di dormire di giorno e stare svegli di notte».

Alla Scuola d’Italia di New York il progetto coinvolgerà ragazzi e genitori attraverso lezioni, incontri e attività cliniche: «Ci sono visite, ecografie, counseling nutrizionali e consulti durante i quali gli studenti possono fare domande. E devo dire che i giovani fanno sempre domande molto appropriate, sono interessati e chiedono cose molto precise».

Negli anni il Campus è cresciuto negli USA anche grazie alla collaborazione con ilNewyorkese, diventando per la dottoressa Annamaria Colao un’occasione per osservare cosa accade alle abitudini degli italiani quando si trasferiscono all’estero: «È interessante osservare come cambino le nostre abitudini quando ci trasferiamo in altre parti del mondo. Sono abitudini che hanno trovato una loro sintesi nella dieta mediterranea. Metterle a confronto con quelle di altri paesi rende questi scambi particolarmente utili».

Campus Salute è nato nel 2009 quasi per caso, quando alla professoressa Colao fu proposto di partecipare a una manifestazione dedicata alla prevenzione del tumore della mammella. L’idea fu quella di allargare subito il campo: «Dissi: se dobbiamo andare in piazza per prevenire una sola malattia, allora proviamo a fare qualcosa di più. Facciamo certamente prevenzione del tumore della mammella per le donne, ma aggiungiamo anche la prevenzione dell’obesità, del diabete e di altre patologie frequenti nella popolazione femminile». Poi è arrivato il passaggio successivo: «Pensai: queste donne probabilmente saranno accompagnate anche dagli uomini, quindi perché non offrire anche una visita cardiologica? Se siamo già in piazza, approfittiamone».

Da qui ha avuto origine l’idea delle tende trasformate in ambulatori. «Chiamai i miei colleghi e chiesi loro: “Scendereste in piazza con me per fare visite per un paio di giorni in piazza del Plebiscito?”. Quando lo raccontai al mio direttore, mi disse: “Ma sei pazza? Non l’ha mai fatto nessuno”. E io gli risposi: “Appunto, non l’ha mai fatto nessuno. Proviamo”». Nei primi due giorni sono state effettuate circa 500 visite, un numero che allora sembrava enorme: «Oggi, nello stesso arco di tempo, arriviamo a farne anche 3.000». Il progetto si è poi spostato in diverse regioni italiane e anche nelle periferie: «Una parte importante della nostra idea è proprio quella di andare dove c’è maggiore bisogno di portare visite gratuite».

Dietro Campus Salute c’è anche una risposta, necessariamente parziale, alle difficoltà di accesso alla sanità: «La popolazione soffre le difficoltà legate all’accesso agli ospedali e alle prenotazioni, e le liste d’attesa sono spesso lunghe. Noi arriviamo e cerchiamo di dare un po’ di sollievo». La dottoressa Colao non attribuisce all’iniziativa la capacità di risolvere problemi strutturali, ma rivendica il valore di quello che può fare concretamente. «Certamente è una goccia nell’oceano, ma, come diceva Madre Teresa di Calcutta, se quella goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe comunque una goccia. Noi cerchiamo di portare la nostra dove riusciamo ad arrivare. Poi magari qualcun altro si aggiungerà e le gocce diventeranno due».

La prevenzione passa necessariamente anche dalla riscoperta della dieta mediterranea, intesa però in un senso molto più ampio dell’alimentazione. «La dieta mediterranea non è soltanto nutrizione: è uno stile di vita». Alla sua base c’è innanzitutto il rapporto con la terra e con l’ambiente: «Riconosce la terra come la nostra principale sorgente di nutrimento. Quella terra deve quindi essere protetta e coltivata bene. Non possiamo riempirla di inquinanti e di sostanze chimiche. C’è un rapporto diretto tra la protezione della nutrizione e quella dell’ambiente». È il principio che oggi viene ricondotto alla One Health, cioè alla stretta relazione fra salute umana, animale e ambientale.

Il problema, secondo l’endocrinologa, è che il modo di mangiare si è progressivamente allontanato da quello schema: «Consumiamo prodotti modificati dall’industria, nei quali necessariamente vengono inseriti conservanti, additivi ed edulcoranti. L’industria deve fare in modo che quel cibo sia estremamente gradevole per noi, al punto da farci desiderare di mangiarne ancora». Il risultato è anche un cambiamento nella percezione stessa dei sapori. Per questo Annamaria Colao invita a recuperare «l’idea che la nutrizione abbia bisogno di principi solidi: il cibo originario, fresco, da preparare e modificare in casa».

Il confronto con gli Stati Uniti ha reso ancora più evidente questa trasformazione: «Una delle cose che ho osservato negli Stati Uniti, soprattutto nelle grandi città, è che molte abitazioni hanno angoli cottura molto piccoli e bagni enormi. Si cucina sempre meno». Il cambiamento non riguarda però soltanto quello che si mangia: «Quando qualcuno ha fame ordina del cibo da asporto, se lo fa portare a casa e magari ciascun componente della famiglia mangia nella propria stanza. Viene meno perfino il tavolo come luogo nel quale stare insieme e condividere il pasto». Ed è proprio la socialità, secondo la professoressa Colao, uno degli elementi più trascurati quando si parla di salute: «Il dialogo tra le persone accende e spegne dei segnali, degli interruttori che hanno un effetto sulla nostra salute. Quando parliamo con una persona alla quale vogliamo bene, per esempio, il nostro livello di stress diminuisce e questo ha conseguenze anche sul sistema immunitario».

Mangiare bene, quindi, non basta se il resto dello stile di vita procede nella direzione opposta: «Vivere da soli, chiudersi in una stanza con uno smartphone e ascoltare o guardare continuamente qualcosa in maniera isolata può contribuire a farci stare male, anche se nel frattempo stiamo cercando di mangiare correttamente». Il significato originario della parola dieta aiuta a capire questo approccio: «La parola dieta deriva dal greco “diaita” e indica ciò che facciamo tutti i giorni. Noi mangiamo tutti i giorni, dobbiamo muoverci tutti i giorni, dobbiamo svegliarci possibilmente presto e andare a dormire spegnendo, a una certa ora, tutti quei segnali che continuano a mantenerci attivi. E dobbiamo stare insieme agli altri». Un insieme di comportamenti che, ha spiegato, può ridurre in maniera significativa il peso delle malattie croniche non trasmissibili, da quelle cardiovascolari e oncologiche alle patologie neurodegenerative e autoimmuni.

La luminare si è soffermata anche sulle differenze fra Italia e Stati Uniti nel mondo della ricerca: «Gli Stati Uniti sono stati e continuano a essere un paese all’avanguardia nel mio settore, quello della ricerca scientifica, anche perché hanno sempre avuto una grandissima capacità di investire sulle persone e sui talenti che arrivavano dall’estero». L’Italia, al contrario, riesce a formare ricercatori competitivi ma fatica a trattenerli e ad attrarne da altri paesi: «La formazione italiana, e in particolare quella accademica, è molto forte. Siamo però deboli nella capacità di attrarre cervelli provenienti dall’estero e siamo deboli perfino nel far tornare i nostri ricercatori dopo un’esperienza fuori dall’Italia».

A tal proposito, la dottoressa Colao ha ricordato anche le proposte ricevute personalmente dagli Stati Uniti quando era una giovane ricercatrice. A colpirla era soprattutto la capacità delle università americane di considerare il lavoro di uno scienziato dentro un progetto di vita complessivo: «Quando negli Stati Uniti offrono un lavoro a un ricercatore, non stanno offrendo soltanto uno stipendio. Offrono anche la casa, le soluzioni per la famiglia, i servizi per il coniuge, la palestra e cercano di capire di cos’altro possa esserci bisogno». È uno degli aspetti dai quali l’Italia potrebbe e dovrebbe imparare: «Dovremmo mettere insieme le tante cose che anche noi possediamo e che potrebbero avere un grande appeal per uno straniero che vuole venire nel nostro paese e portare qui la propria formazione, la propria esperienza e il proprio cervello».

Il filo che lega il suo lavoro clinico, la divulgazione e Campus Salute è però soprattutto una disponibilità ad accettare progetti inizialmente non previsti: «Io ogni giorno penso: chi l’avrebbe mai detto che sarei andata a New York? Chi avrebbe mai immaginato che avremmo organizzato questa iniziativa?». Anche la scrittura di libri è arrivata quasi per caso, dopo la proposta di Eliana Liotta. «Una cosa ne ha tirata un’altra. Sono arrivati altri libri e ce ne sarebbero ancora tanti da scrivere». Il prossimo sarà dedicato alla nutrizione e al suo ruolo nella prevenzione del cancro e nell’accompagnamento dei trattamenti.

Per Annamaria Colao, però, i progetti hanno senso soprattutto se diventano un lavoro collettivo: «Per me i sogni sono questo: ogni giorno c’è una cosa buona che possiamo fare. E soprattutto c’è una cosa che mi viene naturale, cioè non pensare mai soltanto a me stessa, ma guardare tutto ciò che ho intorno: la mia squadra e i miei collaboratori». Una squadra che negli anni ha seguito anche le idee apparentemente più difficili: «Quando propongo: “Andiamo in mezzo a una strada”, loro non mi rispondono di no. Mi dicono: “Va bene, vuoi andare? Ti seguiamo. Andiamo a vedere dove finiamo”».

Tra i progetti più recenti c’è infine una ricerca sul cibo del futuro, che ha coinvolto anche lo chef Alain Ducasse. Ancora una volta il punto di partenza è il recupero di qualcosa che, secondo la dottoressa Colao, si sta perdendo: il gusto. «Uno dei grandi problemi della popolazione moderna è proprio quello di avere perso il senso del gusto. Non siamo più capaci di sentire veramente i sapori e, per ottenere soddisfazione, finiamo quindi per mangiare alimenti sempre più sbagliati». L’obiettivo è lavorare su preparazioni semplici e poco caloriche che restituiscano centralità agli ingredienti originari: «I grandi chef possono aiutarci proprio in questo: possono prendere il cibo originario e presentarlo in una maniera capace di esaltarne al massimo il gusto. L’idea è arrivare a preparazioni semplicissime che, con poche calorie, siano però in grado di dare una grandissima soddisfazione. Questo, secondo me, potrà essere una parte importante del cibo del futuro».

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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