Kate e Rooney Mara sono cresciute a Bedford, nello stato di New York, in una famiglia legata a due dinastie del football americano, i New York Giants e i Pittsburgh Steelers. Entrambe hanno scelto il cinema, costruendo però carriere autonome e molto diverse. Non avevano mai recitato insieme. A riunirle sullo schermo è Werner Herzog con Bucking Fastard, presentato il 3 settembre in concorso all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Nel film sono Jean e Joan Holbrooke, due sorelle così unite da parlare contemporaneamente, pronunciare le stesse parole con la stessa intonazione, innamorarsi dello stesso uomo e condividere perfino i sogni. Più che due persone inseparabili, sembrano un’unica identità distribuita fra due corpi. Il mondo non sa come accoglierle e tenta quindi di definirle, giudicarle oppure trasformarle in spettacolo.
Jean e Joan indossano gli stessi abiti, mangiano le stesse cose e attraversano lo spazio sempre affiancate. La macchina da presa non può isolare l’una senza spezzare l’altra. Deve considerarle una sola figura e trovare una diversa geometria per osservarle.
«All’inizio era molto intimidatorio pensare di dover interpretare la stessa persona», racconta Rooney. La familiarità tra le due attrici permette però di superare rapidamente la tecnica. «Mia sorella mi conosce da più tempo di chiunque altro al mondo», spiega. Tra loro esiste già un linguaggio sotterraneo, fatto di ricordi, gesti e reazioni che non hanno bisogno di essere concordati.

Kate descrive invece il dialogo sincronizzato come un esercizio musicale. Le battute diventano una partitura: non basta ricordare le stesse parole, perché anche le pause, il respiro e le esitazioni devono coincidere. «Era molto musicale ed è avvenuto in modo piuttosto naturale», racconta. Herzog aveva previsto due settimane di prove, ma dopo cinque giorni decide che le sorelle sono pronte per la macchina da presa.
«Non ho mai riso così tanto», aggiunge Rooney, ricordando un’esperienza che, nonostante la complessità della recitazione, si trasforma presto in un gioco condiviso. Per Kate il film rappresenta anche il compimento di una ricerca durata anni: le due attrici avevano ricevuto altre proposte per lavorare insieme, ma nessuna era sembrata adatta. L’incontro con Herzog offre loro una storia nella quale il legame familiare non costituisce un semplice elemento di richiamo, ma la sostanza stessa della narrazione.
L’idea accompagna Herzog da oltre quarant’anni e nasce dal suo incontro con Greta e Freda Chaplin, gemelle inglesi diventate negli anni ottanta una presenza ricorrente nei tabloid britannici. Le due donne si vestivano allo stesso modo, si muovevano insieme e parlavano simultaneamente. La loro ossessione condivisa per un vicino finì davanti a un tribunale, dove pronunciarono nello stesso momento il lapsus che dà il titolo al film: bucking fastard, deformazione di fucking bastard.

Herzog comprende subito che quella vicenda contiene una storia cinematografica, ma per decenni non riesce a immaginare due interpreti capaci di parlare e muoversi come una sola persona. La soluzione arriva quando gli vengono suggerite le sorelle Mara. Il regista scrive allora la sceneggiatura in pochi giorni, prendendo soltanto lo spunto iniziale dalle gemelle Chaplin e conducendo le sue protagoniste in una direzione completamente immaginaria.
Jean e Joan s’innamorano entrambe di Gareth Mulroney, un autista interpretato da Orlando Bloom. Dopo che l’uomo chiede un ordine restrittivo nei loro confronti, le sorelle diventano un caso giudiziario e mediatico. Tentano allora di raggiungere una terra fantastica nella quale il vero amore sia possibile. Per arrivarci decidono di scavare un tunnel attraverso una montagna.

Come il protagonista di Fitzcarraldo trascina una nave oltre una montagna per inseguire il sogno di un teatro d’opera nell’Amazzonia, Jean e Joan penetrano nella roccia alla ricerca di un luogo che potrebbe non esistere. Herzog considera infatti Bucking Fastard la conclusione di un trittico ideale formato da Fitzcarraldo e Grizzly Man: tre opere su esseri umani dominati da una visione e pronti a trasformare il desiderio in un’impresa fisica.
Anche Orlando Bloom viene condotto lontano dall’immagine che lo accompagna dai tempi del Signore degli anelli e dei Pirati dei Caraibi. Herzog racconta di avere intravisto nell’attore “non più «il rubacuori per adolescenti», ma un uomo adulto, ruvido e ambiguo”.
Girato in ventiquattro giorni tra l’Irlanda e le grotte di Postumia, in Slovenia, il film termina con un giorno di anticipo e senza superare il budget. Un metodo rapido e quasi istintivo, nel quale Herzog riconosce ciò che cerca e prosegue senza moltiplicare le riprese.




