Nei suoi ottant’anni di vita le Nazioni Unite hanno avuto nove Segretari Generali – dieci, se si conta anche il britannico Gladwyn Jebb, che resse la carica ad interim tra l’ottobre 1945 e il febbraio 1946, prima dell’elezione del norvegese Trygve Lie – e nessuno è mai stato una donna. Quest’anno potrebbe cambiare: il secondo mandato di António Guterres si chiude il 31 dicembre 2026, e il decimo Segretario Generale entrerà in carica il primo gennaio 2027 per un mandato di cinque anni. Dei candidati oggi in corsa, cinque su otto sono donne.
Il processo è partito ufficialmente il 25 novembre 2025, quando la presidente dell’Assemblea Generale Annalena Baerbock e il presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, Michael Imran Kanu, hanno inviato una lettera congiunta ai 193 stati membri per invitarli a presentare candidature. Nel testo si notava con rammarico che nessuna donna ha mai ricoperto la posizione e si incoraggiavano esplicitamente gli stati a considerare con forza candidature femminili, richiamando allo stesso tempo l’importanza della diversità regionale.
Le candidature sono arrivate nell’arco di nove mesi. L’Argentina ha presentato Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, il 26 novembre 2025. Brasile, Cile e Messico hanno candidato Michelle Bachelet, ex presidente cilena ed ex Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, il 2 febbraio: il 24 marzo il governo di José Antonio Kast ha ritirato il sostegno del Cile, e la candidatura prosegue con l’appoggio di Brasile e Messico. Il 2 marzo il Burundi ha candidato l’ex presidente del Senegal Macky Sall, il giorno dopo il Costa Rica ha presentato Rebeca Grynspan, ex vicepresidente del Paese e segretaria generale dell’agenzia ONU per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD), che ha poi lasciato temporaneamente l’incarico per fare campagna. L’11 maggio Antigua e Barbuda ha candidato l’ecuadoriana María Fernanda Espinosa, ex ministra degli Esteri e della Difesa ed ex presidente dell’Assemblea Generale; il 15 giugno la Guyana ha presentato la propria rappresentante permanente all’ONU, Carolyn Rodrigues Birkett, già ministra degli Esteri del Paese; il 24 luglio l’Uganda ha candidato Olara Otunnu, ex sottosegretario generale delle Nazioni Unite. L’ultima candidatura è arrivata il 18 agosto, quando Baerbock ha comunicato che il Regno di Tonga aveva presentato la diplomatica ecuadoriana Ivonne A-Baki, ex ministra dell’Industria, ex presidente del Parlamento Andino e ambasciatrice a Washington, Parigi e Doha. Una nona candidatura, quella dell’argentina Virginia Gamba presentata dalle Maldive l’11 marzo, è stata ritirata il 25 dello stesso mese.
A New York la fase pubblica del processo si è aperta il 21 e 22 aprile, nella Sala del Trusteeship Council, con i cosiddetti interactive dialogues: tre ore a testa, dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, per esporre la propria visione e rispondere alle domande di stati membri e organizzazioni della società civile, con diretta su UN Web TV. Poiché nel frattempo sono arrivate nuove candidature, altri dialoghi si sono tenuti il 15 e il 18 giugno e poi il 19 e 20 agosto. Il momento di maggiore visibilità è però arrivato il 23 luglio, con il town hall nell’aula dell’Assemblea Generale: un confronto in stile presidenziale che ha portato i candidati sullo stesso palco. In un sondaggio informale condotto da Bloomberg tra i presenti in sala subito dopo, il 49 per cento ha indicato Rodrigues Birkett come la più convincente, seguita da Grynspan con il 14 per cento ed Espinosa con il 10.
Poi la partita si è spostata nel Consiglio di Sicurezza, che ha avviato l’esame delle candidature il 29 maggio. Il primo straw poll, la votazione informale e segreta con cui i quindici membri indicano per ogni candidato «incoraggiare», «scoraggiare» o «nessuna opinione», si è tenuto il 30 luglio. Secondo i risultati riferiti da fonti diplomatiche, Grynspan è arrivata prima con dieci voti di incoraggiamento, uno contrario e quattro astensioni, seguita da Rodrigues Birkett con nove e da Grossi con sette; più indietro gli altri quattro candidati allora in corsa. Un dato ha colpito gli osservatori: circa il 34 per cento delle schede era «nessuna opinione», contro il 21 per cento del primo straw poll del 2016, segno di una corsa ancora molto aperta.
Il secondo turno si è tenuto venerdì 21 agosto, sotto la presidenza danese del Consiglio. Rodrigues Birkett è passata in testa con otto incoraggiamenti, tre voti contrari e quattro astensioni, superando di misura Grynspan e Grossi, fermi entrambi a sette incoraggiamenti (ma con quattro contrari la prima e sei il secondo). Nessuno ha raggiunto la soglia dei nove voti, e secondo PassBlue la progressione più marcata è stata quella di Otunnu. Anche stavolta i risultati non sono stati pubblicati ufficialmente: l’ambasciatrice danese Christina Markus Lassen si è limitata a confermare che la votazione era avvenuta e che i candidati sarebbero stati informati tramite i rappresentanti permanenti degli stati che li hanno candidati. In questa fase le schede sono tutte identiche, e vengono distrutte dopo il conteggio; solo nei turni successivi il Consiglio passerà a schede di colore diverso per i cinque membri permanenti, rendendo visibile la minaccia di veto.
Per essere raccomandato all’Assemblea Generale un candidato deve ottenere almeno nove voti nel Consiglio e non incassare il veto di Stati Uniti, Russia, Cina, Francia o Regno Unito. Solo a quel punto l’Assemblea, dove siedono 193 stati, formalizza la nomina. Sulla scelta pesa anche la prassi non scritta della rotazione geografica, che molti considerano favorevole al gruppo dell’America Latina e dei Caraibi: sei degli otto candidati appartengono a quel gruppo, perché anche la Guyana ne fa parte.
A New York la campagna per una prima Segretaria Generale donna ha anche un volto organizzato. WomanSG, gruppo di accademici e rappresentanti della società civile presieduto da Jean Krasno, docente al City College of New York, si batte da tempo per questo obiettivo; sul fronte internazionale agiscono la campagna 1 for 8 Billion, che chiede un processo di selezione aperto e basato sul merito e sostiene che dopo ottant’anni di soli uomini gli stati dovrebbero candidare unicamente donne, e GWL Voices con la sua iniziativa #MadamSecretaryGeneral. Il lavoro sembra aver lasciato il segno: secondo il monitoraggio del Global Network of Women Peacebuilders, a marzo 2026 erano 112 gli stati membri che avevano espresso un sostegno «forte» o «molto forte» all’elezione di una donna alla guida dell’organizzazione.




