La cultura come responsabilità pubblica: Giulia Silvia Ghia tra Roma e New York

Giulia Silvia Ghia lavora da oltre vent’anni intorno al patrimonio culturale, passando dal restauro alla curatela, dalla gestione dei musei all’amministrazione pubblica. Negli ultimi anni una parte importante del suo lavoro si è concentrata su Roma, dove è Assessore alla Cultura e alla Scuola del Primo Municipio di Roma. Qui, ogni giorno, si rapporta con una città dal patrimonio immenso e in continua trasformazione: dalle mostre di arte contemporanea nel centro storico agli strumenti digitali per raccontarlo, fino ai rapporti costruiti con Manhattan e al progetto di una rete internazionale tra i centri storici delle grandi città.

In questa intervista racconta il percorso che l’ha portata fin qui e soprattutto l’idea che lo tiene insieme: considerare la cultura una questione di amministrazione e di responsabilità pubblica, che riguarda il funzionamento delle istituzioni e la vita quotidiana delle persone. La conversazione parte anche da ciò che sta fuori dagli incarichi – la famiglia, lo sport, le amicizie, i fallimenti – e arriva alle sue ambizioni per i prossimi anni, tra Roma, New York e un’attività curatoriale che Ghia non ha intenzione di lasciare.

Se dovesse presentarsi senza utilizzare nessuno dei suoi titoli professionali – storica dell’arte, restauratrice, curatrice, docente, assessora – chi direbbe di essere?

Direi che sono una persona curiosa. È la curiosità che ha guidato ogni scelta della mia vita. Ho sempre avuto bisogno di capire come funzionassero le cose: un dipinto, un museo, una città, un’istituzione, perfino una comunità. Credo che il filo rosso del mio percorso sia questo. Non mi sono mai accontentata di osservare il patrimonio culturale. Ho sempre voluto capire come potesse migliorare la vita delle persone.

Lei viene da una famiglia numerosa e soprattutto da una genealogia di donne molto forti. Quanto hanno contato nel costruire il suo carattere?

Moltissimo. Sono cresciuta in una famiglia nella quale le donne non ci hanno mai raccontato l’emancipazione. L’hanno semplicemente vissuta. Non ho mai avuto la sensazione che esistessero lavori da uomini o da donne. Ho sempre visto persone che studiavano, lavoravano, costruivano, si assumevano responsabilità. Quello è stato il mio modello.

Sua bisnonna Leonarda Vaccari fu la prima donna laureata all’Accademia di Belle Arti in Sicilia…

Sì. Ed è una figura alla quale penso spesso. È stata una pioniera senza volerlo essere. Non cercava di dimostrare qualcosa: semplicemente faceva ciò che riteneva giusto. Pilotava anche aeroplani quando era quasi impensabile che una donna potesse farlo. Credo che da lei abbia imparato una cosa fondamentale: non chiedere il permesso per inseguire un’idea.

Sua madre dirige oggi l’Istituto Leonarda Vaccari…

È probabilmente la persona che mi ha insegnato di più sul significato concreto della parola “cura”. L’Istituto segue ogni giorno oltre trecento persone con disabilità. Crescere accanto a quella realtà significa capire che le istituzioni esistono per prendersi cura delle persone. Questo ha influenzato profondamente anche il mio modo di intendere la cultura. La cultura non serve soltanto a produrre bellezza. Serve a costruire cittadinanza.

E suo padre?

Da lui ho imparato il rigore e la libertà. Sembrano parole lontane, invece stanno insieme. Il rigore nello studio, nel lavoro, nel rispetto degli impegni. La libertà nel pensiero. Mio padre non mi ha mai detto quale strada seguire. Mi ha insegnato ad avere gli strumenti per costruirmela da sola.

È difficile essere una donna che lavora così tanto?

Sì. Ed è inutile fingere il contrario. Però credo che il problema non sia conciliare due mondi. Il problema è costruire una vita nella quale nessuna dimensione cancelli l’altra. Non voglio essere definita soltanto dal mio lavoro. Sono madre, moglie, figlia, amica. Tutto questo rende anche migliore il mio modo di amministrare.

Quando ha capito che il patrimonio culturale sarebbe diventato la sua vita?

Molto presto. Ma ho capito altrettanto presto che conoscere un’opera d’arte non bastava. Bisognava imparare a governare le istituzioni che la custodiscono. Per questo, dopo l’Istituto Centrale per il Restauro, ho scelto il management e il marketing dei beni culturali. All’epoca sembrava quasi una provocazione. Oggi credo che sia una competenza indispensabile.

È da qui che nasce Verderame?

Sì. È stato il mio laboratorio. Per quasi dieci anni ho costruito progetti di tutela, restauro, fundraising, rapporti con enti pubblici, imprese e mecenati. Abbiamo raccolto oltre mezzo milione di euro per il patrimonio culturale. Lì ho imparato che un’idea, per essere davvero pubblica, deve essere anche sostenibile.

Dal 2016 siede nel Consiglio di amministrazione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

È stata un’esperienza fondamentale. Ho visto un museo dall’interno, non solo come luogo di ricerca ma come organismo complesso, fatto di bilanci, strategie, pubblici, personale, sostenibilità. È lì che ho maturato la convinzione che un museo contemporaneo debba essere un’infrastruttura civica, non semplicemente un contenitore di opere.

Poi arriva la politica.

In realtà arriva l’amministrazione. Mi considero ancora oggi una tecnica prestata alla politica. Ho accettato perché ho pensato che fosse arrivato il momento di trasformare idee in politiche pubbliche.

In questi anni ha riportato l’arte contemporanea nel centro storico di Roma.

Sì. Colbert, Meggiato, Botero, Tony Cragg, Joana Vasconcelos, Sean Scully. Non credo che il contemporaneo minacci Roma. Credo il contrario: una città storica rimane viva solo se continua a dialogare con il proprio tempo.

Parallelamente ha investito moltissimo sul digitale.

Perché il digitale non sostituisce il museo. Lo prepara. Lo accompagna. Lo prolunga. ITER nasce proprio da questa idea: aiutare cittadini e visitatori a conoscere una Roma meno prevedibile, distribuendo la fruizione e raccontando storie che spesso restano invisibili.

Il rapporto con New York sembra avere un posto speciale nel suo percorso.

Per me New York non è soltanto una città. È un laboratorio. Ho insegnato negli Stati Uniti, ho fondato una 501(c)(3), ho costruito relazioni che oggi si sono tradotte nell’accordo tra il Municipio Roma I Centro e il Primo Distretto di Manhattan. È un progetto che considero tra i più importanti della mia esperienza amministrativa.

Da questo nasce anche la Carta di Roma?

Esattamente. Vorrei costruire una rete internazionale dei centri storici del mondo. Un luogo permanente di confronto sulle politiche urbane e culturali. Credo che il futuro della diplomazia culturale passerà sempre più dalle città.

Continuerà anche la sua attività curatoriale.

Sì. Mucha a Lione. Il Tesoro di San Gennaro a New York. Marco Tamburro a Roma. Curare mostre mi aiuta a non perdere il contatto con la ricerca scientifica. È importante continuare a vivere entrambe le dimensioni.

Intanto sta per uscire anche il suo nuovo libro.

Sì. Si intitola “Governare l’immaginario. La responsabilità pubblica della cultura”. È il tentativo di mettere in ordine venticinque anni di lavoro e di riflettere su una convinzione che mi accompagna da sempre: la cultura non è un assessorato. È un metodo di governo.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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