A cosa servono un miliardo di ostriche nel porto di New York?

In breve: servono a ricostruire un ecosistema scomparso quasi un secolo fa, migliorare la biodiversità e rendere le coste un po’ più resistenti all’erosione

A Governors Island, a parte del lavoro per ricostruire l’ecosistema del porto di New York comincia con gli avanzi dei ristoranti. Sono gusci di ostriche consumate poche settimane o mesi prima a Manhattan, Brooklyn e negli altri borough, raccolti invece di essere buttati e trasportati sull’isola, dove vengono puliti e lasciati all’aperto. Serviranno come base su cui far crescere nuove ostriche da riportare nelle acque della città.

È il sistema messo a punto dal Billion Oyster Project, un’organizzazione non profit nata nel 2014 con un obiettivo piuttosto facile da ricordare: riportare un miliardo di ostriche nel porto di New York entro il 2030. Secondo i dati più aggiornati pubblicati dall’organizzazione, finora ne sono state reintrodotte oltre 200 milioni, su circa 19 acri di fondale, poco meno di otto ettari. Alla fine del 2025 erano ancora 180 milioni, secondo il rapporto annuale di monitoraggio pubblicato ad agosto: il progetto è quindi arrivato a circa un quinto del suo obiettivo.

Per capire perché proprio le ostriche bisogna tornare a una New York molto precedente ai grattacieli. Prima della trasformazione industriale della città, il suo porto ospitava circa 220mila acri di barriere di ostriche. Erano una parte centrale dell’ecosistema dell’estuario e anche della dieta dei newyorkesi: nell’Ottocento le ostriche erano un alimento economico e diffusissimo, venduto nei mercati e per strada. La pesca intensiva, il dragaggio dei fondali e soprattutto l’inquinamento delle acque fecero progressivamente scomparire quelle barriere. Nel 1927 chiuse l’ultimo banco commerciale di ostriche della città.

La situazione cominciò lentamente a cambiare nella seconda metà del Novecento, soprattutto dopo il Clean Water Act del 1972 e con il miglioramento dei sistemi di trattamento delle acque reflue. Il porto rimane molto diverso da quello precedente all’industrializzazione, ma è tornato abbastanza salubre da permettere alle ostriche di sopravvivere e riprodursi. È da questa possibilità che è nato il Billion Oyster Project, inizialmente sviluppato intorno alla New York Harbor School, la scuola pubblica di Governors Island specializzata nelle professioni marine.

Il problema è che per riportare le ostriche non basta liberarne milioni nell’acqua. Le larve hanno bisogno di una superficie dura alla quale attaccarsi e i gusci delle ostriche adulte sono particolarmente adatti. Quando le vecchie barriere scomparvero, venne meno anche questo substrato. Il progetto sta quindi cercando di ricostruirlo artificialmente partendo, tra le altre cose, dai gusci che New York produce ogni sera nei suoi ristoranti.

Oggi partecipano al programma di raccolta più di 80 ristoranti. I gusci vengono separati dagli altri rifiuti, raccolti e portati prima alla stazione di trasferimento del Fulton Fish Market e poi, circa una volta al mese, a Governors Island. Qui rimangono all’aperto per mesi, in modo che batteri e residui organici scompaiano. Volontari e studenti li selezionano e puliscono prima che vengano utilizzati insieme a strutture di cemento progettate per riprodurre le superfici irregolari di una barriera naturale. Più di 16mila volontari hanno partecipato finora a queste operazioni. Complessivamente sono state recuperate 3,2 milioni di libbre di gusci, circa 1.450 tonnellate.

Sui gusci vengono poi fatte depositare le larve allevate nelle strutture del progetto. Quando si attaccano diventano spat, cioè giovani ostriche, e possono essere trasferite nei siti di ripristino sparsi nel porto. Il punto non è semplicemente aumentare il loro numero. Le osservazioni condotte negli ultimi anni mostrano che le ostriche riescono a crescere e, in alcuni siti, a riprodursi autonomamente; mostrano però anche che le barriere piccole e isolate difficilmente riescono a mantenersi senza nuovi interventi. Per questo il Billion Oyster Project sta cercando di costruire una rete di habitat abbastanza estesa e collegata da sostenere nel tempo una popolazione capace di riprodursi senza essere continuamente rifornita dall’uomo.

Le ostriche sono utili soprattutto perché modificano l’ambiente nel quale vivono. Le loro barriere creano cavità e superfici utilizzate da pesci, granchi, gamberi, molluschi e altri organismi. Nel monitoraggio svolto nel 2025 in dodici siti del porto, i ricercatori del progetto hanno registrato 44 diversi gruppi tassonomici e contato più di quattromila tra pesci e invertebrati intorno alle aree studiate.

C’è poi la filtrazione dell’acqua, probabilmente la caratteristica più conosciuta delle ostriche. Un esemplare adulto può filtrare, in condizioni favorevoli, fino a una cinquantina di galloni d’acqua al giorno, circa 190 litri, rimuovendo alghe e parte dei nutrienti sospesi. È però facile attribuire a questo dato più importanza di quanta ne abbia realmente. Un miliardo di ostriche non risolverebbe da solo il problema dell’inquinamento del porto di New York. Una parte della città utilizza ancora sistemi fognari combinati che, durante le piogge più intense, possono scaricare acque reflue non trattate nei fiumi e nella baia. Proprio per questo le ostriche del progetto non sono considerate sicure da mangiare e non vengono allevate per il consumo.

Le barriere possono avere anche un altro effetto, particolarmente importante per una città che negli ultimi anni ha investito molto nella protezione delle coste: la loro struttura irregolare assorbe parte dell’energia delle onde e può ridurre l’erosione delle rive. La NOAA considera le barriere di ostriche una delle possibili forme di infrastruttura naturale per la resilienza costiera, insieme a zone umide, mangrovie e praterie marine. L’efficacia dipende però dalle dimensioni e dalla posizione della barriera: non sono un sostituto delle opere contro le grandi inondazioni né una difesa sufficiente, da sole, contro eventi come l’uragano Sandy.

L’altra metà del Billion Oyster Project si svolge fuori dall’acqua. L’organizzazione vuole coinvolgere un milione di studenti entro il 2030, facendoli partecipare al monitoraggio delle ostriche, all’analisi della qualità dell’acqua e alle attività sul campo. Alla fine del 2025 ne aveva coinvolti più di 40mila; i dati più recenti pubblicati sul suo sito parlano ormai di oltre 66mila. L’idea è che un progetto di ripristino lungo decenni abbia bisogno anche di persone che sappiano come funziona il porto e continuino a occuparsene quando le prime barriere sperimentali saranno diventate vecchie.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Classe ’97, laurea in Scienze Politiche, scrive di musica dal 2017 per riviste online e cartacee. Appassionato e grande fruitore di rap, nel 2023 ha pubblicato il saggio “Il mutamento delle subculture, dai Teddy boy alla scena trap” per la casa editrice milanese Meltemi.

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