Giorgia Fortunato ha 27 anni, è nata a Roma nel 1998 e con la fotografia ha un rapporto che parte da lontano. Da bambina, sui dieci o dodici anni, voleva una macchina fotografica digitale. Suo padre le regalò invece una analogica, dicendole di imparare prima con quella. Per anni, però, mise da parte l’idea di fotografare sul serio: «I miei limiti mentali mi dicevano: non farlo, perché non sarai mai come i fotografi, non arriverai mai da nessuna parte». Ha ripreso in mano la macchina fotografica anni dopo, per amore, tornando all’analogico quasi per caso.
Hangry Kidz nasce da lì, quasi per caso: una raccolta di ritratti in pellicola scattati in giro per Roma e per il mondo, a persone che la colpivano. Fotografarle voleva dire anche parlarci, ascoltare le loro storie. Da quella raccolta è nato prima un piccolo magazine, poi un evento di lancio, poi altri eventi, su richiesta delle stesse persone che vi partecipavano. «Ho iniziato un po’ senza sapere la direzione che questo progetto avrebbe preso,” racconta. «Poi si è un po’ creato da solo». È durante quegli eventi romani che ha capito qual era l’obiettivo reale del progetto: mettere insieme le persone, soprattutto le menti creative, e vedere nascere connessioni che in altri contesti non sarebbero mai avvenute.
C’è anche un lato più personale nella storia di Hangry Kidz, che Giorgia racconta senza filtri. Aveva iniziato pensando di voler far sentire viste le altre persone, attraverso il momento di connessione che si crea tra chi scatta e chi viene fotografato. «Più lo facevo e più capivo che in verità ero anche io quella che aveva bisogno di essere vista, ascoltata e capita», dice. Ha visto persone rompersi in lacrime davanti all’obiettivo, per un’emozione che non avevano mai provato prima. Scatti che, dice, a livello tecnico non erano perfetti, ma a livello umano lo erano: «Impagabili, senza prezzo in assoluto».

Il passo più recente è stato portare il progetto a New York, con il primo Open Studio Day statunitense, il 30 luglio. Non è stata una scelta a basso rischio: «New York non è una città piccola, o dove fare un evento prova modesto. È stato proprio un tutto o niente», racconta. «Non ho una mia comunità qui, non ho il mio team qui». Ha dovuto fare affidamento sulle proprie capacità, sulla forza del progetto stesso e sulle persone che avrebbe incontrato sul posto. La città, dice, si è rivelata più accogliente di quanto si aspettasse: «Pensavo fosse molto più complessa e tosta, anche più overwhelming. Invece mi sono sentita che dovevo essere esattamente qui, che questo era il trampolino giusto”. Determinante anche l’incontro con la comunità italiana a New York, che descrive come un aiuto concreto durante l’organizzazione dell’evento.
A bilancio chiuso, il giudizio di Giorgia su New York è netto: una città piena di stimoli e di opportunità vere, dove capita di stringere legami con perfetti sconosciuti. «È una di quelle città in cui, anche se parti da zero, secondo me puoi arrivare al top. Perché hai tutte le possibilità». Tornerà, dice, anche se non sa ancora per fare cosa: una sensazione più che un piano, la stessa forza motrice indefinita che l’ha spinta a tentare l’impresa la prima volta.




