Un camionista ha impiegato più di vent’anni per costruire New York in miniatura

Joe Macken ha riprodotto a mano più di 800 mila edifici dei cinque borough, il suo enorme modello è ora esposto al Museum of the City of New York

Per più di vent’anni Joe Macken ha guidato camion di giorno e costruito New York di notte. Non è un architetto, non ha studiato urbanistica e prima di cominciare non aveva esperienza come modellista. Nel seminterrato della sua casa vicino ad Albany ha però riprodotto, uno alla volta, gli edifici dei cinque borough: grattacieli, case unifamiliari, ponti, fabbriche, stadi, parchi e interi quartieri.

Alla fine sono diventati più di 800 mila. Tutti insieme formano oggi un modello lungo circa 15 metri e largo 9 che occupa una sala del Museum of the City of New York, sulla Fifth Avenue. La mostra si chiama He Built This City: Joe Macken’s Model ed è aperta fino al 12 ottobre.

Macken ha 63 anni ed è cresciuto a Middle Village, nel Queens. L’idea di costruire una New York in miniatura risale a quando era bambino. Come ha raccontato lui stesso, durante una gita scolastica visitò il Panorama of the City of New York, il gigantesco plastico realizzato per la World’s Fair del 1964 e ancora oggi conservato al Queens Museum. Guardandolo disse a un compagno di classe che un giorno ne avrebbe costruito uno anche lui.

Sembrava il sogno di un bambino, invece è diventato realtà, anche se ci ha messo qualche decennio per iniziare effettivamente l’opera.

Nel 2003 Macken ha iniziato a costruire con i bastoncini di legno un ponte ispirato a quelli di Brooklyn, Manhattan e Williamsburg. Il modellino era stato poi distrutto durante un trasloco. Poco dopo ha deciso di riprovarci, questa volta partendo da un edificio vero: il 30 Rockefeller Plaza. Il giorno successivo ne ha costruito un altro.

Macken ha iniziato così ad allargare il modello intorno a Rockefeller Center, usando soprattutto legno di balsa, cartone, pannelli di materiale espanso e colla, prodotti che poteva acquistare nei normali negozi di modellismo. Da Midtown ha proseguito verso il resto di Manhattan. Solo quella parte gli ha richiesto circa dieci anni. L’Empire State Building è stato uno degli edifici più difficili da realizzare, soprattutto per la guglia Art déco, che Macken voleva abbastanza precisa per rimanere credibile allo sguardo di chi l’avrebbe osservata da vicino.

Quando ha finito Manhattan non si è fermato. È passato a Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island, utilizzando mappe, immagini satellitari e fotografie per ricostruire strade e isolati. La scala scelta è stata di circa un pollice ogni 160 piedi reali, poco meno di 49 metri. Il modello è stato costruito in centinaia di sezioni separate, che possono essere assemblate come un enorme puzzle.

L’aspetto più sorprendente della vicenda è che l’opera è stata realizzata quasi tutta nel tempo libero, dopo il lavoro vero. Macken tornava a casa, trascorreva la serata con la moglie e i figli e poi scendeva nel seminterrato. In alcuni periodi continuava per ore, nonostante dovesse alzarsi alle quattro del mattino per andare a lavorare. La sua ossessione è arrivata al punto che si portava dietro pezzi e materiali anche durante le vacanze della famiglia sulla costa del New Jersey e approfittava delle pause quando, nei fine settimana, lavorava come autista di autobus.

«Era semplicemente una cosa che non riuscivo a smettere di fare», ha raccontato all’Associated Press. La curiosità è che la sua New York non è una riproduzione esatta della città così come la conosciamo oggi. In alcuni punti del modellino Macken ha deciso deliberatamente di ignorare il presente.

Nel Queens ha ricostruito il diner che frequentava da ragazzo, anche se al suo posto oggi c’è un edificio nuovo. Tra Brooklyn e Queens ha lasciato il vecchio Kosciuszko Bridge, demolito nel 2017 e sostituito dal ponte attuale. A Lower Manhattan ha fatto una scelta ancora più evidente: accanto al One World Trade Center e agli edifici costruiti dopo gli attentati dell’11 settembre ci sono ancora le Torri Gemelle.

Macken le aveva viste costruire dalla casa in cui era cresciuto nel Queens. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta era solito salire sul tetto dell’abitazione dei genitori per guardare lo skyline di Manhattan in lontananza. Le Torri Gemelle erano tra i suoi edifici preferiti e quando ha costruito la propria città ha deciso che sarebbero rimaste lì.

Il modello è quindi anche una mappa dei ricordi di chi lo ha costruito. La New York contemporanea e quella dell’infanzia di Macken convivono nello stesso spazio, senza che lui abbia provato a nascondere le incongruenze.

Per molto tempo quasi nessuno, al di fuori della famiglia, ha saputo cosa ci fosse nel suo seminterrato. Quando il lavoro era ormai vicino alla conclusione, sua figlia gli ha suggerito di pubblicare qualche video su TikTok. Macken non utilizzava i social network e non si aspettava molto. In una settimana i filmati hanno superato le 10 milioni di visualizzazioni.

Tra le persone che li hanno visti c’erano anche i responsabili del Museum of the City of New York. Da lì hanno deciso di contattarlo ed è nata l’idea della mostra.

Portare il modello a Manhattan è stato un problema quasi paragonabile a costruirlo. L’opera è composta da centinaia di pannelli numerati, che una volta riuniti occupano circa 1.350 piedi quadrati, più di 125 metri quadrati. Sono stati assemblati nel Museo per permettere ai visitatori di girare attorno alla città e cercare singoli edifici e quartieri. Sono disponibili anche dei binocoli per osservare le zone più lontane.

Credits: sito web del Museum of the City of New York

La cosa che molti visitatori fanno, infatti, non è cercare l’Empire State Building o la Statua della Libertà. Cercano casa propria o scorci della città che per loro hanno un significato particolare.

È uno degli effetti più comuni e diretti dell’opera di Macken. Vista da lontano è una riproduzione enorme di New York; avvicinandosi ai dettagli diventa una somma di centinaia di migliaia di posti, di scorci  molto piccoli, ognuno dei quali per qualcuno ha un significato particolare.

Macken, intanto, non considera davvero terminato il lavoro. Il modello comprende già alcune parti del New Jersey e di Long Island, adesso il nuovo proposito del’autore è quello di aggiungere almeno una cinquantina di nuovi edifici e continuare ad allargarlo oltre i confini della città.

È coerente con il modo in cui tutto è cominciato, più di vent’anni fa. Macken aveva costruito 30 Rockefeller Plaza e avrebbe potuto fermarsi lì. Il giorno dopo, invece, aveva già iniziato a costruire l’edificio accanto.

Immagine di Guglielmo Timpano

Guglielmo Timpano

Laureato in Scienze Politiche. Giornalista freelance. Conduttore radiofonico. Presentatore televisivo. Appassionato di sport, storia e animali: per combinare tutti questi interessi, il sogno sarebbe seguire un torneo di calcio tra dinosauri.

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