Giornate degli Autori 2026 alla Mostra di Venezia

Dal 2 al 12 settembre la sezione indipendente della Mostra presenta venticinque anteprime mondiali, dieci film in concorso

Quando Giorgio Gosetti diceva «non mollate», negli ultimi giorni delle Giornate degli Autori, probabilmente pensava a qualcosa di molto concreto: proiezioni da seguire, ospiti da accompagnare, discussioni da chiudere, errori da evitare quando la stanchezza comincia a sembrare una giustificazione accettabile.

Gosetti, morto improvvisamente il 6 marzo, è stato uno dei più importanti organizzatori culturali del cinema italiano. Nel 2004 ha fondato le Giornate degli Autori, sezione autonoma della Mostra di Venezia ispirata alla Quinzaine des cinéastes di Cannes: un festival nel festival nato per dare spazio a registi emergenti, cinematografie poco rappresentate e film meno condizionati dalle gerarchie dell’industria.

Dopo la sua morte, quel «non mollate» diventa inevitabilmente lo slogan dell’edizione 2026. Il rischio è che, ripetuto troppo, perda il tono familiare e un po’ brusco con cui Gosetti lo pronuncia. Ma contiene anche il problema centrale di quest’anno: come continuare una manifestazione costruita per più di vent’anni intorno alla presenza e alla capacità di mediazione del suo fondatore.

La risposta del programma è prudente. Non ci sono rivoluzioni o tentativi di simulare una ripartenza da zero. La direttrice artistica Gaia Furrer, cresciuta all’interno delle Giornate, ha scelto la continuità: dieci film in concorso, un titolo di chiusura, cinque eventi speciali e nove opere nelle Notti Veneziane. La selezione è nata da 1.036 candidature provenienti da 114 paesi e comprende venticinque anteprime mondiali, quattordici delle quali dirette da donne.

Il filo comune sembra essere quello dello sradicamento. I personaggi attraversano frontiere geografiche, familiari o intime, cercano una casa o scoprono di non riconoscersi più in quella che avevano. È un tema sufficientemente largo da tenere insieme film molto diversi e sufficientemente attuale da non sembrare inventato dopo la selezione.

Ad aprire il concorso sarà My Notes on Mars dell’ungherese Lili Horvát, con Mackenzie Davis e Rupert Friend. Margot, una scienziata in crisi con il marito, scompare durante un’escursione e ricompare alcune settimane dopo, proprio nel giorno della cerimonia organizzata in sua memoria. Non ricorda la sua vita precedente, ma vuole ritrovare e distruggere le sue ricerche su Marte.

I

l film è la prima opera in inglese di Horvát, che nel 2020 aveva presentato alle Giornate Preparativi per stare insieme per un periodo indefinito di tempo: un titolo inutilmente complicato ma adatto a una storia in cui un incontro sentimentale diventava un problema di percezione. La fantascienza potrebbe permetterle di spingere ancora più avanti il suo interesse per personaggi incapaci di stabilire se quello che stanno vivendo appartenga alla realtà, al desiderio o all’ossessione.

I Plant My Hand in the Garden, opera prima di Boris Hadžija e Hoda Taheri, è coprodotta da Germania, Serbia e Stati Uniti. Hoda è una rifugiata iraniana che vive a Berlino, aspetta un bambino ed è innamorata di Boris, un uomo gay serbo. I due decidono di sposarsi e crescere insieme il figlio, immaginando una famiglia costruita secondo regole proprie. La burocrazia, le aspettative dei parenti e le idee ereditate sull’amore rendono però il progetto meno semplice di quanto sembrasse.

È forse il titolo che interpreta in modo più diretto la linea dell’edizione: non lo sradicamento come condizione romantica, ma come esperienza amministrativa, sentimentale e quotidiana. Il film sembra chiedersi se una famiglia possa essere inventata senza riprodurre, quasi involontariamente, i modelli da cui voleva liberarsi.

La presenza degli Stati Uniti emerge nel progetto Miu Miu Women’s Tales. La regista norvegese Mona Fastvold presenta Discipline, cortometraggio statunitense con Amanda Seyfried, ambientato in un collegio femminile dominato da rituali, bambole e figure mascherate. Claire Denis firma invece il corto francese Avec Kim, interpretato da Suzanne Lindon e dall’artista americana Kim Gordon, storica voce e bassista dei Sonic Youth.

L’unico film italiano in concorso è Balcanica, opera prima di Nicola Sorcinelli con Matilda De Angelis. Parte dall’Afghanistan, dove un direttore d’orchestra e suo figlio, suonatore di tuba, sono costretti a fuggire dopo la proibizione della musica. Lungo la rotta balcanica incontrano una dottoressa italiana. Essere l’unico rappresentante nazionale garantisce al film una certa visibilità, ma lo espone anche alla consueta domanda sullo stato del cinema italiano, come se una singola opera dovesse rispondere per un’intera industria.

Tra gli autori più conosciuti c’è Robert Guédiguian con Une femme aujourd’hui. Il regista continua a lavorare con Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan, costruendo da decenni un cinema fondato sulla fedeltà: agli attori, a Marsiglia, alla classe operaia e a una sinistra sconfitta ma non ancora disposta a considerarsi un reperto storico.

Il film di chiusura sarà Peau d’homme di Léa Domenach, con Catherine Deneuve e Karin Viard. Ambientato nel quindicesimo secolo, racconta di una principessa costretta a sposare un comandante dell’esercito. Una pelle magica le permette di assumere le sembianze di un uomo e di esplorare un mondo altrimenti vietato alle donne. 

Il programma rende inoltre omaggio a Carla Lonzi, Natalia Ginzburg e Fernanda Wittgens. Tre figure molto diverse che sarebbe facile riunire sotto l’etichetta rassicurante di “grandi donne italiane”. Lonzi ha contestato il linguaggio della critica d’arte ed è diventata una figura decisiva del femminismo; Ginzburg ha raccontato la famiglia, il fascismo e la perdita attraverso le parole della vita quotidiana; Wittgens ha diretto la Pinacoteca di Brera, protetto le opere durante la guerra e aiutato ebrei e perseguitati politici a fuggire dal regime.

Carla Lonzi

Il modo in cui saranno raccontate sarà decisivo. Il cinema contemporaneo ha riscoperto molte donne dimenticate, ma a volte le ha trasformate in icone edificanti, ripulite dalle contraddizioni. Lonzi, Ginzburg e Wittgens sono interessanti proprio perché resistono a questa semplificazione.

Le Giornate degli Autori sono nate per creare a Venezia un luogo meno gerarchico, dove la scoperta non coincidesse soltanto con la presentazione di un nome nuovo, ma con la possibilità di vedere film che altrove avrebbero avuto meno spazio. Nel 2026 dovranno dimostrare che questa idea può sopravvivere all’uomo che l’aveva costruita.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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