Cinquant’anni dopo la sua uscita, Taxi Driver continua a inquietare, interrogare e affascinare come pochi altri film nella storia del cinema. «Parla della solitudine, dell’incapacità di connettersi con gli altri, della sensazione di essere isolati», ha spiegato Martin Scorsese durante l’incontro celebrativo organizzato dal Tribeca Festival per il cinquantesimo anniversario del film. «Per me è qualcosa di universale. Continuerà sempre a parlare ai giovani».
Sul palco del BMCC Tribeca Performing Arts Center si sono ritrovati i protagonisti di quella straordinaria avventura cinematografica: Scorsese, Robert De Niro, Jodie Foster e lo sceneggiatore Paul Schrader. «C’è chiaramente qualcosa in questo film che non muore», ha osservato Schrader. «Se nel 1976 avessimo celebrato i cinquant’anni di un film, avremmo parlato di un’opera del 1926. È qualcosa di davvero insolito».
Quando arrivò nelle sale nel febbraio del 1976, Taxi Driver fu immediatamente percepito come un evento. Vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes e ottenne quattro candidature agli Oscar, tra cui miglior film, miglior attore protagonista per De Niro e miglior attrice non protagonista per Jodie Foster, che durante le riprese aveva appena dodici anni.
Al centro del racconto c’è Travis Bickle, il tassista insonne interpretato da De Niro, ex marine incapace di trovare un posto nel mondo. Attraversando una New York sporca, violenta e decadente, Travis osserva il degrado che lo circonda mentre sprofonda progressivamente nella propria alienazione. Una deriva raccontata da Schrader con una scrittura tagliente e implacabile. «Ogni pagina della sceneggiatura era come una lama di rasoio», ha ricordato Scorsese.
Anche De Niro ritiene che il cuore del film sia rimasto intatto. «Quando leggemmo la sceneggiatura, tutti ci riconoscemmo in qualche aspetto del personaggio. Oggi capisco ancora di più quanto la solitudine sia diffusa. Internet e la pandemia hanno reso molte persone più isolate, rinchiudendole in mondi che alimentano ossessioni e pensieri negativi».
Rivedendo oggi Taxi Driver colpisce la sua capacità di anticipare alcune delle inquietudini che avrebbero caratterizzato i decenni successivi. L’immagine del giovane uomo emarginato, armato e consumato dal rancore era ancora lontana dall’immaginario collettivo degli anni Settanta, ma sarebbe diventata tragicamente familiare negli anni successivi.
«Quando lessi la sceneggiatura per la prima volta», ha raccontato Jodie Foster «sentii che c’era qualcosa di assolutamente autentico nel disagio e nella solitudine del personaggio, anche se allora non riuscivo a comprenderlo completamente. Travis non capisce davvero se stesso: il pubblico assiste alla sua discesa e al suo tentativo disperato di creare un legame con qualcuno. È questo il fascino dell’antieroe».
Ma Taxi Driver è anche il ritratto di una città che non esiste più. La New York degli anni Settanta, travolta dalla criminalità, dalla povertà e dal degrado urbano, appare ormai lontanissima dall’immagine attuale di Manhattan. «È diversa oggi, dite?» ha scherzato Scorsese, prima di ricordare la città della sua giovinezza. «Sono nato e cresciuto su Elizabeth Street. Quella vecchia, non quella di oggi. Durante le riprese si percepivano fisicamente la tensione e la violenza nell’aria».
Nel 1975, quando il film venne girato, New York attraversava una delle peggiori crisi della sua storia: criminalità alle stelle, casse comunali vuote e quartieri lasciati al degrado. Paul Schrader, arrivato in città nel 1966, conserva ancora un ricordo quasi romantico di quell’epoca. «Era viva», ha detto. «Ricordo di essere seduto su un marciapiede di MacDougal Street ascoltando Summer in the City e pensando che fosse il posto più straordinario del mondo».
Eppure Taxi Driver è stato imitato infinite volte. Dalla celebre battuta «You talkin’ to me?» — nata durante un’improvvisazione di De Niro che Scorsese ha definito «quasi una trance» — fino all’archetipo dell’antieroe alienato, l’influenza del film continua a essere evidente nel cinema contemporaneo.




