Tribeca a 25 anni dall’11 settembre: può ancora raccontare New York?

A venticinque anni dall’11 settembre, il festival di New York riflette sul futuro del racconto audiovisivo

Quando Robert De Niro e Jane Rosenthal fondarono il Tribeca Festival nel 2002, l’obiettivo non era soltanto organizzare una rassegna cinematografica. Si trattava di riportare persone, attività economiche e vita culturale in una parte di Manhattan ancora traumatizzata dagli attentati dell’11 settembre. Venticinque anni dopo, mentre il festival celebra la sua edizione anniversario dal 3 al 14 giugno, vale la pena chiedersi se quella missione abbia ancora un significato.

La domanda emerge osservando i primi giorni della manifestazione. Non tanto per ciò che accade sui red carpet, quanto per la composizione stessa del programma. Da una parte ci sono film che affrontano identità, memoria, trasformazioni sociali e disuguaglianze; dall’altra una crescente presenza di creator digitali, podcast e nuove forme di intrattenimento che stanno ridefinendo il concetto stesso di narrazione audiovisiva.

È come se Tribeca stesse cercando di capire che cosa sarà un festival nel prossimo decennio.

I film più discussi dei primi giorni sembrano riflettere questa tensione. “The Accompanist”, indicato da molti osservatori tra i titoli più promettenti della manifestazione, utilizza il thriller psicologico per esplorare i rapporti di potere e manipolazione. “Happy Hours” affronta invece la fragilità delle relazioni contemporanee attraverso una struttura narrativa corale che richiama certo cinema indipendente americano degli anni Novanta. Ancora più atteso è “In the Hand of Dante”, adattamento del romanzo di Nick Tosches con un cast che comprende Oscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler e Martin Scorsese tra i produttori. Il film rappresenta una delle operazioni più ambiziose dell’intero festival.

Accanto ai titoli più prestigiosi emergono però opere più piccole che sembrano incarnare meglio lo spirito storico della manifestazione. “Sad Girlz” della regista messicana Fernanda Tovar racconta l’amicizia tra due adolescenti nuotatrici senza cercare scorciatoie sentimentali. “Vanishing Tracks” segue invece i nomadi Qashqai in Iran, trasformando una storia locale in una riflessione universale sulla sopravvivenza delle tradizioni. Sono film lontani dalle logiche commerciali, ma vicini all’idea di cinema indipendente che ha sempre alimentato l’identità di Tribeca.

C’è poi una coincidenza che assume quasi un valore simbolico. Tra gli eventi più raccontati dei primi giorni figura la presentazione di un film firmato da Lily Weisberg, cresciuta proprio nel quartiere di Tribeca. In un festival nato per ricostruire una comunità, il ritorno di un’autrice locale finisce per raccontare qualcosa che va oltre il cinema: il rapporto tra una manifestazione culturale e il territorio che l’ha vista nascere.

Nel frattempo la direzione guidata da Rebecca Glashow sembra voler spingere il festival verso una nuova fase. Le conversazioni pubbliche, gli incontri professionali e la programmazione parallela suggeriscono un’idea meno tradizionale di festival cinematografico. Non più soltanto luogo di scoperta per registi emergenti, ma spazio in cui convivono industria audiovisiva, piattaforme digitali, creator economy e nuove tecnologie.

Da questo punto di vista una delle immagini più significative dei primi tre giorni non arriva da una sala cinematografica. Arriva dalla presenza sempre più evidente degli influencer e dei creator online, invitati a partecipare a panel e presentazioni accanto ai registi. Una trasformazione che divide il pubblico tradizionale ma che riflette una realtà difficile da ignorare: oggi milioni di persone scoprono storie e immagini lontano dai circuiti del cinema.

Per questo il venticinquesimo compleanno del Tribeca Festival non appare come una celebrazione nostalgica. Al contrario. I primi giorni dell’edizione 2026 mostrano una manifestazione che continua a interrogarsi sul proprio ruolo. Venticinque anni fa il problema era come riportare vita culturale a Lower Manhattan dopo una tragedia. Oggi la sfida sembra diversa: capire quale spazio possa occupare il cinema in un ecosistema mediatico che cambia più velocemente di qualsiasi festival.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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