Il Borgo Incantato, il paradiso degli animali in Umbria

Il Borgo Incantato è il progetto ideato da Giulio Jacaroni dove gli animali vivono liberi e l’uomo impara a lasciare il controllo

Il motivo per cui un luogo come il Borgo Incantato riesca a parlare anche a chi arriva da molto lontano, perfino da città come New York abituate a ritmi opposti e a un rapporto con la natura spesso filtrato, diventa chiaro non appena si varca la soglia d’ingresso e si capisce dove ci si trova: nelle campagne intorno a Spoleto, in una zona dove il paesaggio è ancora fatto di boschi, silenzi e distanze reali, e dove il tempo sembra avere una consistenza diversa. Non è solo una questione di geografia, ma di ritmo, di prospettiva, quasi di postura mentale.

Gli animali sono ovunque, ma non “mostrati”. Si muovono liberi, si avvicinano senza essere chiamati, osservano e poi si allontanano. Non c’è niente di costruito. E proprio per questo, come racconta Giulio Jacaroni, ideatore del progetto, l’esperienza comincia molto prima dell’arrivo, nel momento in cui si capisce che qui non si viene per una vacanza tradizionale, ma per entrare in un ambiente vivo.

Jacaroni insiste su questo punto con una chiarezza che non lascia spazio a equivoci: il Borgo non è un resort, non è un luogo pensato per offrire comfort standardizzati, ma un rifugio dove convivono animali domestici e selvatici, e dove l’uomo entra come ospite, non come centro. È una distinzione sottile solo in apparenza, perché implica un ribaltamento completo delle aspettative. La storia stessa del Borgo nasce da questa visione e da episodi concreti, come quello di Cinghi, uno dei primi animali accolti, che ha segnato in modo decisivo l’inizio di questo percorso e ha contribuito a definire l’identità del luogo, trasformandolo da semplice spazio rurale in un progetto fondato sulla convivenza.

C’è un’espressione che ritorna spesso nelle sue parole, “Paradiso degli Animali”, e che descrive bene l’origine stessa del progetto. Non si tratta di uno slogan, ma di una visione concreta che ha guidato la nascita del Borgo, sviluppatosi nel tempo non come impresa turistica tradizionale, ma come conseguenza di una relazione sempre più stretta con gli animali. Tutto, dalla gestione degli spazi alla selezione degli ospiti, è pensato per mantenere questo equilibrio, in cui gli animali vivono insieme e liberi, senza separazioni artificiali tra domestico e selvatico.

È qui che emerge una delle difficoltà principali, quella che Jacaroni individua chiaramente: non riguarda gli animali, ma l’uomo. Chi arriva, spesso anche da contesti urbani complessi come New York, è abituato a controllare, a prevedere, a muoversi dentro schemi precisi. Al Borgo, invece, questo schema si rompe. Gli animali vivono insieme e liberi, e l’incontro non è programmato. Accade quando accade, e proprio per questo assume un valore diverso.

Jacaroni parla di sensazioni difficili da spiegare, che sfuggono a una descrizione scientifica e si collocano piuttosto su un piano umano e, in qualche modo, spirituale. Non è solo l’emozione di vedere un animale da vicino, ma qualcosa che riguarda il modo in cui si percepisce la realtà quando si smette di filtrarla attraverso il controllo.

Per questo il Borgo non è aperto a tutti indistintamente. Non è una scelta esclusiva, ma necessaria. Serve una predisposizione, una disponibilità a vivere un’esperienza “wild” nel senso più autentico del termine, non come spettacolo ma come condizione reale. Alcuni ospiti, racconta, incontrano proprio qui la difficoltà maggiore: lasciare andare il bisogno di controllo e accettare un equilibrio che non dipende da loro.

È per questo che tutto parte dalla preparazione, o meglio dalla chiarezza. Fin dal primo contatto deve essere evidente che non si tratta di una vacanza nel senso tradizionale, ma di un’esperienza di natura, un ingresso diretto in un ambiente vivo dove l’interazione non è mediata.

Nel tempo, questa interazione è diventata il cuore del progetto, non come attività organizzata ma come esperienza totale, quella che introduce a un modo diverso di ragionare. Non è immediato, ma accade: cambia lo sguardo, cambia il modo di stare.

A un certo punto, nel racconto di Jacaroni, il discorso si sposta su un piano più profondo. Gli animali, dice, sono più vicini a una dimensione essenziale, non perché sappiano di più, ma perché non hanno quella mente che tende a complicare, a dare per scontato, a sovrastrutturare. In questa semplicità, apparentemente elementare, si nascondono invece valori fondamentali che l’uomo contemporaneo rischia di perdere.

Ritornare a questa semplicità non è un gesto romantico, ma una possibilità concreta, che passa attraverso l’esperienza diretta. Ed è forse questo il punto in cui il Borgo Incantato riesce davvero a parlare anche a chi arriva da lontano: perché offre, senza forzature, un’alternativa reale a un modo di vivere sempre più accelerato e organizzato.

Anche il modo in cui il Borgo si è fatto conoscere riflette questa filosofia. Non grandi campagne, non strategie aggressive, ma un passaparola che cresce nel tempo, alimentato da chi ha vissuto questa esperienza e ne porta via qualcosa di difficile da definire.

Alla fine, ciò che resta non è soltanto il ricordo degli animali o del paesaggio umbro, ma una sensazione più ampia, un cambiamento sottile nel modo di osservare e di percepire. Come succede nei luoghi che non si limitano a essere visitati, ma che continuano ad agire anche dopo essere stati lasciati.

Immagine di Monica Straniero

Monica Straniero

Monica Straniero è una giornalista e collabora con testate italiane e internazionali. Si occupa di cultura pop, storie urbane e immaginari contemporanei.

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