“Sono Raffaello, il divin pittore” scritto da Giulia Silvia Ghia (l’abbiamo intervistata qui) e Alessia Muroni Ramus, racconta Raffaello Sanzio in modo inedito, tenendo insieme ricerca storica e narrazione con l’obiettivo di rendere una figura spesso percepita come distante più accessibile e, soprattutto, più umana.
Il libro nasce da un podcast che immaginava di far parlare Raffaello in prima persona e questo modus operandi è rimasto nella struttura del volume, diviso in due parti: una più storico-critica e una narrativa in cui l’artista prende voce e ripercorre la propria vita. Una scelta che evita uno dei rischi più comuni nei libri d’arte: ridurre tutto a una sequenza di opere, date e attribuzioni. Qui, invece, il contesto ha un ruolo centrale. Il Rinascimento non è solo quello delle botteghe e dei capolavori, ma anche quello delle guerre d’Italia, delle tensioni politiche tra stati frammentati e delle ambizioni dei papi. In questo scenario, Raffaello appare meno come un genio isolato e più come un professionista capace di muoversi dentro un sistema complesso.
La costruzione di questo equilibrio, però, non è stata semplice. «Senz’altro è la cosa più complessa», spiega Ghia, riferendosi al tentativo di tenere insieme rigore storico e accessibilità. «Serve molta ricerca e una conoscenza ampia del personaggio. La parte più difficile è proprio la sintesi». Ma è anche, aggiunge, una responsabilità: «Essere studiosi significa non tenere i propri studi nel cassetto, ma renderli comprensibili al maggior numero possibile di persone».
La struttura in due parti nasce proprio da questa esigenza. Il racconto narrativo, da solo, non basta a spiegare le scelte di Raffaello, come i suoi spostamenti da Urbino a Firenze e poi a Roma. «Si comprendono soltanto allargando lo sguardo all’Italia di quel tempo», dice Ghia, parlando di dinamiche «quasi geopolitiche». Un artista, allora come oggi, si muove dove ci sono opportunità. E all’inizio del Cinquecento quel luogo era Roma, diventata il nuovo centro del potere culturale anche grazie all’azione dei papi e a eventi come il Giubileo del 1500.

Da questo punto di vista, uno degli aspetti più interessanti del libro è la lettura di Raffaello come una figura sorprendentemente moderna. Non solo pittore, ma organizzatore, mediatore, imprenditore. «È stato grande proprio perché ha saputo costruire una rete relazionale come nessun artista prima di lui», spiega l’autrice. Questa abilità gli ha permesso di gestire una bottega complessa, produrre un numero notevole di opere e affrontare anche incarichi istituzionali, come quello di sovrintendente alle antichità di Roma. «In un certo senso è stato un imprenditore ante litteram», dice Ghia, «e per questo resta ancora oggi una fonte di ispirazione».
Nella seconda parte del volume entra in gioco la scrittura di Muroni Ramus, più evocativa, pensata per dare corpo e voce ai personaggi. Il passaggio tra le due sezioni può risultare netto, ma è anche il punto in cui il libro si distingue: nella scelta di una forma ibrida che prova a parlare a tutti. Una direzione che risponde anche a un cambiamento più generale nel modo in cui si fruisce la storia dell’arte. «Il grande pubblico non si accontenta più di contenuti puramente didascalici», osserva Ghia. «Vuole narrazione, vuole storie in cui riconoscersi».
Un esempio è quello della Dama col liocorno, opera attribuita a Raffaello che nel corso dei secoli è stata modificata fino a diventare una Santa Caterina, prima di essere riportata al suo aspetto originale grazie alle indagini diagnostiche. Nel libro, questo processo viene raccontato dando voce direttamente al dipinto. Un espediente narrativo che traduce un tema tecnico in qualcosa di immediato, mostrando come queste analisi servano a «vedere sotto il visibile».
È forse qui che il progetto trova il suo equilibrio più convincente, non tanto nell’aggiungere nuove informazioni su Raffaello, quanto nel cambiare il modo in cui lo si racconta.




