Il midterm italiano

I referendum erano, sono e rimangono la metafora della democrazia. Quello che dicono è quello che dicono i cittadini e i responsi vanno accettati nel loro valore oggettivo. In Italia molta gente è corsa alle urne (quasi il 60 per cento, in controtendenza rispetto alle ultime consultazioni amministrative) per dire NO a due quesiti che riguardavano l’impianto della riforma della giustizia: la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti e la formazione di due nuovi CSM con un cambio storico di metodo di composizione, ovvero il sorteggio.

La vittoria dei NO congela la riforma della giustizia, che probabilmente in questo Paese non si farà mai, e scatena un vero e proprio terremoto politico. Il ministro della Giustizia Nordio per ora resiste ma cadono le teste del sottosegretario Del Mastro e del capo di gabinetto Bartolozzi, entrambi protagonisti di polemiche molto forti e in controluce, diciamo così, nei giorni che hanno preceduto il voto.

Mentre scriviamo si è dimessa il ministro del Turismo Santanchè, coinvolta da tempo in varie inchieste che nulla però hanno a che fare con il suo operato al governo. La sensazione e forse la tentazione è quella di un Meloni bis, ma al di là di tutto colpisce la quantità e la qualità del voto.

Hanno votato tanti giovani che evidentemente non solo non vogliono cambiare qualcosa che per loro ha a che fare con una sorta di solidità costituzionale, ma hanno anche espresso una loro inquietudine al di là di quesiti che rimangono secondo me molto tecnici.

In America ci sono le elezioni di midterm, un termometro appunto per i presidenti in carica. Qui, a un anno dalle nuove politiche, maggioranza e opposizioni si sono misurate a tutto campo senza fare metafore, con un premier costretto a scendere nella battaglia viva negli ultimi giorni perché la narrazione del Sì era diventata debole.

Quante volte abbiamo detto che in questi tempi di Internet noi viviamo in un mondo di narrazioni? L’abilità del narratore non sempre copre il problema dell’oggetto profondo della narrazione medesima.

L’Italia è un Paese in trasformazione e tutti hanno capito che la geopolitica può cambiare il nostro quotidiano (energia, benzina e costo del denaro). Le ferite di Tangentopoli che dal 1992 mettono di fronte politica e giustizia contano meno, mi sembra, dell’arrivare a fine mese o avere chiaro un progetto per il futuro.

Immagine di Claudio Brachino

Claudio Brachino

Giornalista, saggista ed editorialista italiano. Laureato in Lettere, passione per il teatro, ha scritto con De Filippo e Michalkov. Poi 32 anni in Fininvest e Mediaset, dove è stato vicedirettore ed anchor di Studio aperto, due volte direttore di Videonews, la fabbrica dei format, direttore di Sport Mediaset e di Radio Montecarlo news. Inoltre, ha diretto per due anni il Settimanale, magazine cartaceo e web sulle Pmi, ha scritto per Il Tempo e Il Giornale, ora è editorialista del Multimediale di Italpress, opinionista tv per Rai e La7 e direttore editoriale di Good Morning Italy. Da poco ha firmato una collaborazione per lo sport del circuito Netweek.

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