Nella notte di sabato 28 febbraio, intorno all’una di notte americana, Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione militare su larga scala contro l’Iran, colpendo obiettivi a Teheran e in altre città strategiche del paese. L’intervento pone fine alle trattative tenute negli scorsi giorni circa la fine del programma nucleare iraniano e segna un salto di livello rispetto ai bombardamenti limitati condotti a giugno 2025, quando Washington aveva preso di mira tre siti legati al programma nucleare iraniano senza estendere gli attacchi alla capitale.
L’operazione è stata denominata “Epic Fury” per gli Stati Uniti e “Lion’s Roar” per Israele; nell’estate 2025 Washington aveva denominato l’operazione “Midnight Hammer”, mentre Israele aveva usato “Rising Lion”: il riferimento al leone ricorre spesso nella retorica israeliana e viene talvolta associato a un’immagine biblica di forza, ma allo stesso tempo il leone era presente nella bandiera iraniana precedente alla rivoluzione del 1979 ed è oggi impiegato da settori dell’opposizione al regime iraniano.
OPERATION EPIC FURY 🇺🇸
— Department of War 🇺🇸 (@DeptofWar) February 28, 2026
Secondo quanto riferito dai media statali iraniani e da fonti altre internazionali – Wall Street Journal, Reuters – le esplosioni hanno interessato Teheran, Tabriz, Isfahan, Qom, Karaj e Kermanshah. Nella capitale sarebbero stati colpiti il quartiere dove si trova la residenza della Guida Suprema Ali Khamenei, oltre a sedi istituzionali tra cui il ministero dell’Intelligence e quello della Difesa. Reuters ha riferito che Khamenei si troverebbe in un luogo considerato sicuro fuori da Teheran, considerando anche che l’Iran si prepara all’attacco da giorni.
In un messaggio video diffuso sulla piattaforma Truth, il presidente statunitense Donald Trump ha confermato la partecipazione diretta degli Stati Uniti, definendo l’operazione “imponente” e finalizzata non solo a impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare, ma anche a distruggere le forze missilistiche, le infrastrutture produttive e la marina iraniana. Trump ha esplicitamente evocato la prospettiva di un cambio di regime, invitando le forze di sicurezza iraniane ad arrendersi.
President Trump announces that the U.S. has begun a "massive" campaign against Iran.
— OSINTtechnical (@Osinttechnical) February 28, 2026
Says that the US intends to destroy Iran's missile forces, missile industry, navy, nuclear program, and proxies. pic.twitter.com/d2VUKJTn6m
Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di un’azione destinata a creare le condizioni per un cambiamento politico interno all’Iran. Dichiarazioni analoghe erano state pronunciate nel 2025, durante il conflitto di dodici giorni conclusosi con un cessate il fuoco a fine giugno. Allora l’amministrazione statunitense aveva chiarito di non voler avviare un conflitto prolungato nella regione; l’attuale intervento appare invece più ampio per estensione geografica e obiettivi.
La prima risposta iraniana è arrivata con il lancio di missili balistici verso Israele. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver intercettato diversi vettori, mentre in gran parte del paese sono state attivate le sirene di allerta e dichiarato lo stato di emergenza. Lo spazio aereo israeliano è stato temporaneamente chiuso, così come quello iraniano, con decine di voli civili deviati secondo i dati di tracciamento di Flightradar24.
Nelle ore successive sono arrivate segnalazioni di esplosioni anche in altri paesi del Medio Oriente che ospitano basi militari statunitensi, tra cui il Bahrein, il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti. In Bahrein, dove ha sede la Quinta Flotta della marina statunitense, le autorità hanno inviato notifiche ai cittadini invitandoli a raggiungere rifugi sicuri. Qatar, Kuwait ed Emirati hanno annunciato la chiusura dello spazio aereo come misura precauzionale.
Le ambasciate statunitensi in diversi paesi del Golfo hanno raccomandato al personale di limitare gli spostamenti e di utilizzare i rifugi antiaerei. Nei giorni precedenti parte delle basi americane nell’area erano state parzialmente evacuate in vista dell’escalation. Resta da capire se Teheran estenderà le ritorsioni direttamente contro strutture statunitensi nella regione.
Come accaduto durante gli attacchi dell’estate scorsa e le ultime proteste di qualche settimana fa, la rete internet iraniana è risultata quasi completamente inaccessibile dalle prime ore dell’attacco. I principali siti di monitoraggio del traffico dati hanno registrato un crollo drastico delle connessioni. Non è chiaro se il blackout sia stato causato dai danni alle infrastrutture o da una decisione delle autorità, ma è molto probabile il secondo caso, diventato ormai prassi per il regime ed utile ad evitare la circolazione di informazioni e l’intromissione di messaggi propagandistici stranieri rivolti alla popolazione iraniana e alle forze armate.

Anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran e che da anni cerca di accreditarsi come figura di riferimento dell’opposizione in esilio, ha commentato l’intervento militare: ha detto che l’attacco è diretto contro il regime e non contro la popolazione, e anche lui ha invitato le forze armate iraniane a disertare. Nelle settimane precedenti aveva intensificato l’attività diplomatica negli Stati Uniti e in Europa per sostenere un intervento internazionale contro Teheran.
هممیهنان عزیزم،
— Reza Pahlavi (@PahlaviReza) February 28, 2026
لحظاتی سرنوشتساز پیشِ روی ماست.
کمکی که رئیسجمهور ایالات متحده به مردم شجاع ایران وعده داده بود، اکنون رسیده است. این یک مداخله بشردوستانه است؛ و هدف آن، جمهوری اسلامی، دستگاه سرکوب و ماشین کشتار آن است؛ نه کشور و ملت بزرگ ایران.
اما، با وجود رسیدن این کمک،… pic.twitter.com/kRiamgeCpS
Negli Stati Uniti l’operazione ha suscitato le prime critiche politiche. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha parlato di “atto di guerra non autorizzato dal Congresso”: la Costituzione attribuisce infatti al Congresso la facoltà di dichiarare guerra, ma negli ultimi decenni i presidenti hanno spesso avviato operazioni militari senza una formale autorizzazione preventiva.




