“Solo un Uomo” compie vent’anni: Mondo Marcio racconta il disco che portò il rap italiano in major

Uscì nel 2006, quando l’hip hop italiano era ancora confinato all’underground, e cambiò il modo di pensare suono, temi e ambizioni del rap mainstream

A vent’anni dall’uscita di Solo un Uomo, il disco che nel 2006 ha portato l’hip hop italiano in major con un suono e un immaginario fino ad allora inediti, Mondo Marcio torna su quell’album per raccontarne la genesi, le tensioni, le critiche e l’eredità. Un lavoro scritto e registrato in cameretta, quando aveva ancora 17 anni, che ha segnato un passaggio decisivo per il rap italiano e per la sua carriera. Con lui abbiamo ripercorso quell’epoca, tra influenze americane, responsabilità improvvise e il rapporto con New York.

Partiamo dall’attualità. Si è parlato di una “diatriba” con Salmo per un campionamento presente in un tuo vecchio singolo, “Senza Cuore”: cosa è successo davvero?

Ci tengo a precisare che non c’è nessun beef, nessun caso e sicuramente nessun dissing. È stata più una questione di poca attenzione. Mi hanno scritto in tanti dicendo che mi era stato “rubato” un sample. Il sample non è mio, è un campionamento di “The Traitor” della Menahan Street Band, però se sei un professionista del settore magari fai una ricerca prima di campionare un singolo di un tuo collega. Tra l’altro, il videomaker che ha girato il video di “Senza Cuore” è Alberto Salvucci, che è un videomaker della Machete. Bastava veramente poco. Detto questo, è nata e morta lì, in quelle storie su Instagram.

Quindi nessuna escalation?

No. È bastato parlarne. Alla fine facciamo tutti musica perché ci piace. Se uno usa un sample, può anche dirlo tranquillamente. L’ego spesso complica le cose inutilmente.

Torniamo indietro al 2006. Dove si collocava Mondo Marcio nella scena di allora?

Ero un artista underground, anche perché all’epoca l’hip hop era quasi solo underground. Avevo vinto diversi contest di freestyle, ero molto giovane e in quel momento ero considerato uno dei più promettenti. Questo mi ha aiutato ad arrivare in major: ai tempi le multinazionali non davano spazio al rap, quindi si sono allineati i pianeti.

Quanto hanno pesato le influenze americane in Solo un Uomo?

Tantissimo. Sono cresciuto con il rap americano: 50 Cent, G-Unit, Tupac, Ludacris, Timbaland. Il suono era chiaramente influenzato da quell’ecosistema. In Italia si faceva spesso una versione “all’italiana” dell’hip hop. Io ho portato un suono più vicino alla matrice originale. Penso abbia allargato le possibilità della scena.

Anche nei temi hai fatto una scelta diversa rispetto al gangsta rap più esplicito.

Sì. Non ho mai fatto il gangster. Ho parlato di cose che vivevo: famiglia, madre, padre, conflitti interiori. Più vicino a Tupac che a Eminem, se proprio devo fare un paragone. Eminem era molto più estremo, faceva nomi e cognomi, parlava di dipendenze e malattie mentali. Io ho sempre raccontato il mio vissuto, ma in modo che fosse universale.

In quegli anni l’hip hop italiano era ancora molto legato ai centri sociali e a un immaginario politico. Ti sei sentito un corpo estraneo?

C’erano critiche, era fisiologico. Non c’erano altre vie oltre all’underground, quindi vedere uno che firmava con una multinazionale poteva far storcere il naso. Ma alla fine è stata una vittoria per tutti. Quel disco ha aperto il mercato, ha dimostrato che il rap poteva funzionare anche a livello mainstream.

Che differenza senti tra il primo album e Solo un Uomo?

Creativamente pochissima. Entrambi sono stati scritti e registrati in cameretta, quando vivevo ancora con mia madre. Erano autoprodotti a livello artistico. La differenza era la responsabilità: una major aveva investito su di me e io ero diventato una sorta di “poster child” dell’hip hop italiano. Sentivo molto quel peso.

E con Generazione X, il disco successivo, cosa cambia?

Ero più consapevole. Nel 2007 ho creato la mia etichetta, Mondo Records. Per me è stato fondamentale avere una mia realtà discografica, che poi stringe accordi con le multinazionali. Mi ha dato autonomia.

Perché secondo te Solo un Uomo è rimasto, mentre oggi molti dischi sembrano durare pochissimo?

Perché ha introdotto cose nuove: la pronuncia masticata, il suono americano, le tematiche intime. Oggi tutti fanno il pezzo sulla madre, sul figlio, sulla famiglia. Molti adottano quel tipo di flow. Era avanti per l’epoca e alcune di quelle scelte sono diventate standard.

Oggi i dischi sono pieni di featuring. Tu invece li hai sempre usati con parsimonia.

Per me l’atto creativo è personale. I featuring aiutano gli stream, ma la caccia allo stream non è mai stata il mio obiettivo primario. Non mi interessa fare il featuring “a tavolino” con l’artista del momento. Se non è genuino, si sente.

Guardando alla tua carriera, ti sei mai sentito isolato dalla scena?

No, in realtà ho collaborato con tantissimi rapper italiani. Non ho mai costruito una cricca, ma non ho percepito un vero isolamento. Ho sempre seguito la mia strada.

Parliamo di New York. Che ruolo ha avuto nella tua crescita?

Negli anni è diventata casa. È una città che ti obbliga a dare il 110%. Se non lo fai, non ci resti. Mi ha insegnato a essere la migliore versione possibile di me stesso. È piena di persone che si danno da fare, c’è un’energia produttiva e costruttiva che mi ha formato.

C’è qualcosa di quella mentalità che porteresti in Italia?

La voglia di collaborare e di costruire. In Italia spesso c’è un clima più polemico e distruttivo. Negli Stati Uniti, quando uno ha successo, si tende a pensare: “Come posso lavorare con lui?”. Qui a volte prevale l’idea che la vittoria dell’altro sia la tua sconfitta. È una mentalità che frena tutti.

Venti anni dopo Solo un Uomo, cosa rappresenta per te quel disco?

È stato il momento in cui si è aperta una porta. Per me e per tanti altri. Ha dimostrato che si poteva fare rap in modo diverso e portarlo in alto. È stato un punto di svolta.

E ora?

Sto lavorando a nuova musica. Dopo il singolo Nonostante Tutto, che ripercorre anche alcune tappe della mia carriera, penso che già quest’anno potrebbe arrivare qualcosa di nuovo.

Immagine di Francesco Caroli

Francesco Caroli

Francesco Caroli, nato a Taranto, ha iniziato a scrivere di musica e cultura per blog e testate online nel 2017. È autore per le riviste cartacee musicali L'Olifante e SMMAG! e caporedattore per IlNewyorkese. Nel 2023 ha pubblicato il saggio "Il mutamento delle subculture, dai teddy boy alla scena trap" per la casa editrice milanese Meltemi.

Condividi questo articolo sui Social

Facebook
WhatsApp
LinkedIn
Twitter

Post Correlati

Ritorna il camping di lusso Governors Island

Se stai cercando una fuga perfetta dalla frenesia della città senza allontanarti troppo, Governors Island potrebbe essere la tua destinazione ideale. E se desideri trasformare questa breve fuga in un’esperienza indimenticabile, Collective Retreats è pronto ad accoglierti con le sue

Leggi Tutto »

La caduta dei giganti…e dell’AIA

Week end di Serie A clamoroso, o quasi. Risultati alla mano, in pochi avrebbero potuto prevedere, nella stessa giornata di campionato, la concomitante caduta di Milan, Napoli e Juventus. Al vertice sorridono solo l’Inter, che rischia di diventare Campione d’Italia

Leggi Tutto »
Torna in alto