Dopo la terza esclusione consecutiva dell’Italia dai Mondiali, la FIGC ha affidato la propria presidenza a Giovanni Malagò, il dirigente che per dodici anni ha guidato il CONI e che ha poi presieduto il comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026. La sua elezione arriva in un momento in cui la Federazione deve scegliere un nuovo commissario tecnico, rimettere mano alla filiera dei giovani calciatori italiani e preparare l’Europeo del 2032, che l’Italia organizzerà insieme alla Turchia. È un incarico breve, perché Malagò completa il mandato lasciato da Gabriele Gravina, ma arriva in una fase in cui due anni possono bastare per orientare molte decisioni.
Malagò è stato eletto lunedì al Rome Cavalieri Waldorf Astoria Hotel di Roma, durante un’assemblea composta dai delegati delle principali componenti del calcio italiano: Serie A, Serie B, Lega Pro, Lega Nazionale Dilettanti, calciatori e allenatori. Ha ottenuto il 68,58 per cento dei voti, battendo Giancarlo Abete, che si è fermato al 29,17 per cento. Abete, 75 anni, conosce molto bene la Federazione: l’aveva già guidata dal 2007 al 2014 ed era il candidato sostenuto dalla Lega Nazionale Dilettanti. La candidatura di Malagò, invece, era partita dalla Serie A e nelle settimane successive aveva raccolto consensi anche in altre componenti. Il risultato finale mostra che il suo nome è stato considerato più utile per una fase di ricomposizione interna che per una semplice alternanza tra dirigenti federali.
Il presidente uscente, Gabriele Gravina, si era dimesso il 2 aprile, pochi giorni dopo la sconfitta dell’Italia contro la Bosnia nella finale dei playoff per il Mondiale 2026. Gravina guidava la FIGC dal 2018 ed era stato rieletto nel 2025 con una percentuale molto alta, ma la nuova eliminazione della Nazionale aveva reso politicamente difficile la prosecuzione del suo mandato. Durante la sua presidenza l’Italia aveva vinto l’Europeo del 2021, uno dei risultati più importanti della sua storia recente, ma aveva anche mancato due Mondiali. La Federazione si è quindi trovata a gestire un paradosso abbastanza evidente: una Nazionale capace di vincere un grande torneo e, pochi anni dopo, incapace di qualificarsi alla competizione più importante.
Malagò arriva alla FIGC con un profilo diverso da quello dei dirigenti che di solito governano il calcio. È un imprenditore romano, ha avuto un passato importante nel calcio a cinque e ha costruito la propria carriera soprattutto nel sistema olimpico. Da presidente del CONI, tra il 2013 e il 2025, ha accompagnato una stagione molto positiva dello sport italiano: a Tokyo 2020 l’Italia ottenne 40 medaglie, il suo miglior risultato di sempre ai Giochi estivi, e a Pechino 2022 arrivò a 17 medaglie, uno dei migliori risultati della storia olimpica invernale italiana. Questo curriculum spiega una parte del consenso raccolto, ma non risolve automaticamente il problema principale: il calcio è un sistema più frammentato del movimento olimpico, con club, leghe, diritti televisivi, interessi economici e rapporti con la politica che spesso si muovono in direzioni diverse.
Il programma con cui Malagò si è candidato insisteva su parole abbastanza prevedibili: unità, responsabilità, meno burocrazia, più attuazione, più attenzione ai giovani e maggiore coordinamento tra professionismo e base. Dentro queste formule ci sono alcuni temi concreti, come il rafforzamento di Coverciano, la semplificazione amministrativa per le società dilettantistiche, la sostenibilità economica delle categorie professionistiche e il rapporto con il governo su stadi, diritti e risorse. La prima scelta visibile sarà però quella del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Nelle ultime settimane è circolato anche il nome di Roberto Mancini, che aveva vinto l’Europeo nel 2021 e poi aveva lasciato l’Italia nel 2023 dopo la mancata qualificazione al Mondiale precedente. Sarebbe una decisione comprensibile sul piano dell’esperienza, molto meno sul piano del segnale politico: Malagò è stato eletto promettendo di rimettere insieme il calcio italiano, ma la sua presidenza verrà giudicata soprattutto dalla capacità di cambiare alcune abitudini che la Federazione conosce da anni.




