Difendere la cultura per difendere la pace, il messaggio dell’Italia a bordo del Vespucci

Sulla nave scuola della Marina, ormeggiata al Pier 86, il side event "Cultural Heritage Protection in Peace Operations: Security Challenges and Criminal Threats" del Summit dei capi di polizia dell'ONU ha riflettuto su come la protezione del patrimonio culturale sia diventata una questione di sicurezza, perché colpire l'arte e la memoria di un popolo significa colpirne l'identità

Quando si vuole cancellare un popolo, la prima cosa che si colpisce è la sua cultura. È da questa consapevolezza che è partito l’evento ospitato il 7 luglio a bordo di Nave Amerigo Vespucci, ormeggiata al Pier 86, nell’ambito del quinto Summit dei capi di polizia delle Nazioni Unite, il V UNCOPS 2026. Un incontro dedicato a un tema che, negli ultimi anni, è uscito dai confini della cultura per entrare in quelli della sicurezza, la protezione del patrimonio culturale nelle operazioni di pace, all’interno del Tour Mondiale Amerigo Vespucci 2026.

A raccontare il senso della giornata è stato l’Ambasciatore Giorgio Marrapodi, Rappresentante Permanente d’Italia alle Nazioni Unite, che ha spiegato come la Nave sia stata scelta non a caso. «Siamo a bordo del Vespucci per un evento oggi veramente particolare, perché siamo su un assetto navale italiano che però utilizziamo come strumento di soft power, uno strumento di diplomazia culturale», ha detto. La Nave, in altre parole, diventa il luogo giusto per far capire quanto conti proteggere i beni culturali. «Serve a far capire che la protezione dei beni culturali, il divieto di scavi illegali, la lotta al contrabbando di beni archeologici, una delle piaghe dei conflitti internazionali, è qualcosa che dobbiamo combattere».

Marrapodi ha ricordato il risultato raggiunto dalle Nazioni Unite in questo campo, con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza diventata una pietra miliare, la 2347 del 2017, la prima a riconoscere che la protezione del patrimonio culturale è parte del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Un impegno a cui l’Italia partecipa con uno dei suoi corpi di eccellenza. «L’Italia partecipa a questo sforzo con uno dei suoi corpi di eccellenza, il Comando per la protezione dei beni culturali dell’Arma dei Carabinieri, presente oggi insieme al comandante generale dell’Arma», ha detto. «Vogliamo mettere a disposizione tutta l’expertise del nostro Paese in questo settore».

A raccogliere il testimone è stato proprio il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il Generale Salvatore Luongo, che ha spiegato il valore dell’incontro tra le due eccellenze italiane. «Oggi è un evento molto importante perché abbiniamo due eccellenze italiane. Il Vespucci non è solo un simbolo e un’identità nazionale, ma anche un messaggio che diamo alle nuove generazioni, il modo con cui le tradizioni servono a veicolare messaggi positivi», ha detto. Allo stesso tempo, ha aggiunto, l’evento mette in risalto la capacità dell’Italia, e in particolare dei Carabinieri, nella tutela del patrimonio culturale e artistico, in un ambito, quello del Summit dei capi di polizia dell’ONU, in cui le Nazioni Unite hanno scelto di fare di questo tema una delle loro future attività.

Per l’Arma, ha spiegato Luongo, è un momento importante anche perché permette di diffondere un modello. «Rappresentiamo la nostra nazione qui a New York, non solo nell’ambito del patrimonio culturale, ma anche per diffondere il modello dell’Arma dei Carabinieri, una forza di polizia a competenza generale con uno status militare, che è una peculiarità tra tutte le forze di polizia», ha detto, ricordando come accanto alla tutela del patrimonio culturale ci sia l’altra grande specificità dell’Arma, la difesa dell’ambiente e delle foreste.

Il cuore del messaggio, ripreso durante tutto l’evento, è che la distruzione del patrimonio culturale non è mai un semplice danno collaterale. Dalle guerre antiche fino ai conflitti dei nostri giorni, colpire monumenti, luoghi di culto, archivi e opere d’arte è stato spesso una strategia deliberata, quella che è stata definita “pulizia etnico-culturale”, con cui si cerca di cancellare l’identità, la memoria e la dignità di interi popoli. Per questo la Risoluzione 2347, adottata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 24 marzo 2017, ha segnato un passaggio storico, riconoscendo per la prima volta che proteggere il patrimonio culturale è un contributo essenziale alla pace e alla sicurezza internazionali.

L’Italia, in questo campo, porta un’esperienza unica. Il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, primo reparto di polizia al mondo specializzato in questo settore, è stato istituito nel 1969 e gestisce oggi la più grande banca dati al mondo dedicata ai beni culturali illecitamente sottratti. Accanto a esso, la task force dei Caschi Blu della Cultura, nata nel 2016 con l’UNESCO, interviene nelle aree di crisi per documentare, recuperare e proteggere il patrimonio a rischio.

Il ruolo dell’UNESCO è stato al centro dell’intervento di Eliot Minchenberg, direttore del suo ufficio di collegamento a New York, che ha citato le parole con cui si apre la Costituzione dell’organizzazione, secondo cui le guerre nascono nella mente degli uomini ed è lì che vanno costruite le difese della pace. Non è un caso, ha osservato, che chi combatte prenda così spesso di mira la cultura, dai roghi di libri dei nazisti alla distruzione dei mausolei di Timbuctù, con l’obiettivo non di distruggere semplicemente dei monumenti, ma di cancellare l’identità e dividere le comunità. Eppure, ha aggiunto, la cultura è anche una delle prime basi su cui la pace può essere ricostruita.

Il patrimonio culturale, del resto, è molto più di monumenti, siti archeologici e opere d’arte. È l’identità di un popolo, la memoria di una civiltà, un ponte che collega le generazioni attraverso il tempo. E come il Vespucci, che porta con sé la storia e l’identità dell’Italia mentre solca gli oceani, difendere la cultura, anche quando tutto intorno crolla, è un modo per difendere la pace.

Immagine di Silvia Bendicenti

Silvia Bendicenti

Silvia Bendicenti: Classe 2003, laurea in International Business e Business Administration. Ha studiato tra Pechino, Washington D.C. e Roma, sviluppando un forte interesse per la comunicazione internazionale, i media e le relazioni interculturali. Appassionata di storytelling e attualità, racconta storie che mettono in dialogo culture, comunità ed esperienze diverse

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