Chiara Buratti tra la “sua” New York e i palchi

Chiara Buratti, nata a Cento, in provincia di Ferrara, nel 1977, è un’attrice teatrale, giornalista e conduttrice televisiva. La sua formazione passa dal teatro, che resta il centro del suo lavoro attoriale, ma nel tempo attraversa anche cinema e programmi TV. Parallelamente, Buratti ha costruito un percorso nel mondo della divulgazione culturale, approdando a Rai Cultura, dove è diventata uno dei volti più riconoscibili del canale. È stata la moglie di Massimo Cotto, giornalista e storica voce di Virgin Radio, scomparso nell’estate del 2024. Oggi Buratti è tornata in scena con uno spettacolo teatrale tratto da un testo di Cotto dedicato alla storia del Chelsea Hotel, luogo simbolo della mitologia rock e teatro di alcuni degli episodi più oscuri e leggendari della cultura musicale americana, sullo sfondo di una New York fuori scala.

Partiamo dalla tua carriera. Come hai iniziato a lavorare come attrice? Qual è stato il tuo vero battesimo di fuoco?

Io sono originaria della provincia di Bologna, tra Ferrara, Modena e Bologna, e mentre studiavo all’università coltivavo da sempre una passione per il teatro. Il mio primo provino è stato per uno spettacolo teatrale. Avevo poco più di vent’anni e un agente: stavo muovendo davvero i primissimi passi. Il provino era per uno spettacolo con Lando Buzzanca, che in quel periodo stava lavorando a produzioni di un certo livello, anche musicali. Le musiche erano di Bruno Zambrini e lui stava selezionando diversi giovani interpreti. Mi scelse per il ruolo di una collegiale. Ero poco più di una ragazzina: ci siamo divertiti tantissimo. Abbiamo fatto quasi duecento repliche di quello spettacolo, La Zia di Carlo. È stata un’esperienza molto intensa, anche “violenta” nel senso buono e in quello difficile: mi ha catapultata subito dentro vere tournée teatrali, quelle lunghe, da 180–200 repliche. Oggi sono molto più rare, mentre quindici o vent’anni fa erano più frequenti.

Il tuo percorso parte quindi dal teatro, ma poi attraversa anche televisione e cinema. Dove ti senti più a tuo agio?

In realtà la mia storia è un po’ particolare, perché oltre a essere attrice sono anche giornalista. Da circa tredici o quattordici anni collaboro con RAI Cultura, soprattutto su programmi di carattere scientifico. Come attrice televisiva, invece, ho fatto poche cose: piccole parti, Un posto al sole, esperienze brevi. Se mi chiedi dove mi sento davvero a casa come attrice, la risposta è semplice: teatro, tutta la vita. Il rapporto con il pubblico è completamente diverso, ma soprattutto è diverso il percorso. Non lavori “a scatti”, non giri scene fuori ordine, non entri in una storia già iniziata. La televisione, invece, è un’altra adrenalina. Come conduttrice mi trovo molto bene: davanti a una telecamera accesa sei tu, è un lavoro più individuale. Io ho sempre fatto programmi registrati, quindi c’è meno tensione rispetto alla diretta: se qualcosa non funziona, ci si può fermare. Ma alla base di tutto – teatro o televisione – c’è sempre la stessa cosa: una grande curiosità. Il desiderio di andare a fondo, che sia un personaggio o una persona che stai intervistando, un testo o un argomento.

Oggi su cosa stai lavorando?

Ho appena portato in scena uno spettacolo teatrale che è anche un omaggio a un testo di mio marito, Massimo Cotto, giornalista musicale scomparso l’anno scorso. Si intitola Chelsea Hotel ed è un progetto a cui tengo moltissimo. Racconta la storia di questo hotel leggendario di New York, che ha ospitato artisti straordinari e spesso fuori dagli schemi. Il suo storico proprietario, Stanley Bard, aveva una vera passione per gli artisti “strani”, spesso squattrinati: se non avevano soldi, a volte pagavano con le loro opere. E se a Bard piacevi, potevi restare. Il Chelsea Hotel è un luogo pieno di storie incredibili. Io ci sono stata due mesi fa: ha riaperto da poco, è stato rimodernato, ma conserva ancora quel mistero che aveva negli anni Sessanta e Settanta – e anche prima, visto che esiste dalla fine dell’Ottocento. Nello spettacolo racconto ciò che è successo nelle diverse camere: Sid Vicious e Nancy Spungen, Edith Piaf, Patti Smith e Robert Mapplethorpe, Edie Sedgwick, Andy Warhol. Storie luminose e oscure insieme. In scena sono affiancata da Mauro Ermanno Giovanardi, voce dei La Crus, che accompagna il racconto con la musica, creando una prosecuzione emotiva delle parole.

Il tuo rapporto con Massimo Cotto ha unito teatro e musica. Quanto è rimasto di quel connubio?

Massimo è salito sul palco con me una sola volta, nello spettacolo Decamerock, tratto da un suo libro. Tutti pensano che abbiamo fatto mille cose insieme, ma quella è stata l’unica vera collaborazione scenica. Quanto è rimasta la musica? Tantissimo. Quando l’ho conosciuto ero quasi una profana del rock: amavo di più i cantautori italiani ed ero persino astemia. Lui, piemontese, mi ha introdotta al vino buono e poi al rock. È diventato una parte di me, della mia famiglia, anche di mio figlio. Oggi non potrei vivere senza il rock, inteso non solo come genere musicale, ma come modo di stare al mondo: niente compromessi, dare valore a ciò che desideri davvero, alla tua vocazione. Ci teneva molto a portarmi a New York. Il Chelsea Hotel, certo, ma anche Coney Island, il Village, la Bowery, St. Mark’s Place. Sono luoghi che per me hanno una colonna sonora: Velvet Underground, Ramones, David Bowie. New York è la mia città del cuore. Tornarci è sempre più difficile, viverci ancora di più, ma ogni volta che ci vado torno a casa con qualcosa in più.

Ultima domanda: che sorriso senti di essere, quando sorridi?

Un sorriso libero. Un po’ asimmetrico. E anche un po’ malinconico.

chielliniIl Sorriso delle Star è la rubrica, a cura del dott. Marco Chiellini, specialista del sorriso femminile, con il supporto editoriale della giornalista Elisabetta Colangelo, che ogni mese illumina il volto più autentico delle celebrità. Attraverso l’incontro con una protagonista del mondo dello spettacolo, la rubrica diventa un viaggio affascinante nel potere del sorriso: non solo cifra estetica ma espressione di personalità, forza interiore e consapevolezza. Perché dietro ogni sorriso c’è una storia da raccontare.

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