Il 1° settembre l’IMOCA di Francesca Clapcich lascia la Brooklyn Bridge Marina per Lorient, in Bretagna: circa 3.000 miglia di Atlantico nella prima edizione della The Ocean Race Atlantic, la prima regata punto-a-punto nei cinquant’anni di storia dell’organizzazione. A bordo un equipaggio misto per regolamento, due donne e due uomini, più un reporter di bordo, con il co-skipper italiano Alberto Bona, la svizzera Elodie-Jane Mettraux e il britannico Will Harris.
Triestina, 38 anni, cittadina americana, Clapcich è l’unica italiana ad aver vinto il giro del mondo in equipaggio, nel 2023 con 11th Hour Racing. Prima erano arrivate due Olimpiadi, Londra 2012 e Rio 2016, e nel 2024 la Puig Women’s America’s Cup. Ora la traversata è un passaggio di preparazione verso il Vendée Globe 2028, il giro del mondo in solitario, senza scalo e senza assistenza. L’abbiamo incontrata in banchina a Brooklyn, a pochi giorni dalla partenza.
Dopo le Olimpiadi, la vittoria alla The Ocean Race e la Women’s America’s Cup, affronti ora la The Ocean Race Atlantic. Cosa rappresenta questa regata nel tuo percorso verso il Vendée Globe 2028 e quali difficoltà ti aspetti?
Intanto questa è la prima edizione della Ocean Race Atlantic. L’Ocean Race ha una grande storia di regate attorno al mondo, anche di giro dell’Europa, ma è la prima volta che l’organizzazione mette in piedi una transatlantica: per me è un grande onore far parte della prima edizione.
E poi io vivo negli Stati Uniti, ormai gli States sono casa, mentre Lorient è la nostra base con la barca. Quindi è una traversata che parte da New York, arriva a Lorient e collega un po’ i nostri due mondi. Vedremo come va: le condizioni sono belle dure, ma siamo pronti.
La tua carriera è diventata un simbolo di determinazione e innovazione nella vela. Guardando al percorso fatto finora, quale traguardo ti ha trasformata di più come atleta e come persona?
Le regate che ho perso, o quelle andate peggio, sono quelle che mi hanno insegnato di più. Da lì ho trovato la forza per migliorare, per provare a costruire progetti fatti meglio, preparazioni fatte meglio. Tutte le esperienze che ho avuto finora mi hanno insegnato qualcosa.
Oggi per me è una grandissima opportunità, ma anche una responsabilità, essere a capo di un team: non solo per la parte velica, per tutta la parte manageriale. È qualcosa di relativamente nuovo, lo faccio solo da un paio d’anni.
Nel 2023 hai vinto The Ocean Race in equipaggio, con altre persone a bordo con cui dividere turni, decisioni e riparazioni. Il Vendée Globe 2028 è invece il giro del mondo in solitario, senza scalo e senza assistenza: due mesi e mezzo da sola in barca. Cosa cerchi nella navigazione in solitario e cosa invece in quella in equipaggio?
La grande differenza è che in solitario devi gestire tutto. Le tempistiche a bordo sono le stesse, non ti fermi mai, la barca va avanti ventiquattro ore su ventiquattro per giorni di fila, ma le manovre le devi fare da sola, i cambi di vela li devi fare da sola, e i turni non esistono perché ci sei solo tu. Anche dormire diventa una serie di riposini da venti minuti, qui e lì. È una vita più difficile.
In equipaggio riusciamo a gestirla meglio, perché dividiamo il tempo a bordo in turni più lunghi, quasi quattro ore, e per le manovre siamo in quattro. Ti faccio un esempio: un cambio di vela in equipaggio richiede venti minuti, da sola quasi un’ora. La differenza è bella grande.
Il sonno lo lasciamo a casa, per quando torno. Il caffè no: la macchinetta per l’espresso a bordo non è male.
Oltre alla competizione sei ambasciatrice della campagna Believe, Belong, Achieve, che promuove uno sport più inclusivo. Quanto è importante che gli atleti usino la propria visibilità per parlare di inclusione, parità di genere e sostenibilità?
Lo sport ha ormai una responsabilità enorme anche a livello sociale. Ci sono studi che mostrano come le persone ascoltino molto di più gli sportivi e le squadre che non i politici: i messaggi che passano attraverso lo sport sono messaggi forti, che arrivano.
Per me era importante costruire un progetto in cui la visione non fosse solo vincere le regate, ma fare qualcosa di più. Believe, Belong, Achieve nasce proprio da qui: usare lo sport per avere una voce, attraverso i media e le competizioni, e mandare messaggi sulla sostenibilità climatica ma soprattutto su quella sociale.

Il tuo equipaggio è internazionale e composto da donne e uomini. Credi che questo modello rappresenti il futuro della vela oceanica?
Penso sia fondamentale nella vela oceanica, ma anche in generale. Vale in un ufficio come a bordo: avere più diversità, background diversi, porta più creatività. E nei momenti difficili, quando ci sono problemi, ti ritrovi accanto persone che ragionano in modo diverso e che attaccano la questione da un altro lato. È un modo per performare meglio e per lavorare con più serenità.
È un obiettivo nostro come team, ma anche delle regate stesse: spingere finalmente lo sport ad allargare le porte, non solo a pochi personaggi, ma per aumentare davvero il bacino di chi ci entra.
In questa traversata sei affiancata dal co-skipper Alberto Bona. Come avete costruito il vostro rapporto di fiducia e come vi dividete le responsabilità a bordo?
Alberto ha tantissima esperienza in solitario e in doppio, esperienza che io non ho allo stesso livello: trovo in lui un grande supporto anche nel decidere quali regate fare e come prepararle bene.
Ci conosciamo da diversi anni, quindi tra noi c’è un rapporto di fiducia, un rapporto di lavoro ma anche di amicizia. E per lui è un’esperienza importante: ritrovarsi co-skipper di un progetto IMOCA non è cosa da poco, la sta prendendo come un’opportunità molto seria. Penso che faremo un bel lavoro insieme.
Nella vela d’altura professionale le opportunità per uomini e donne sono davvero le stesse? Lo chiedo pensando agli sponsor: una campagna oceanica si regge sui finanziamenti, e la sensazione è che a una donna venga chiesto di dimostrare più cose prima che qualcuno decida di investire su di lei.
Purtroppo sì, è ancora un problema. Questi sono progetti da milioni di dollari, e trovare partner e sponsor che investano cifre simili oggi è molto difficile. Per una donna lo è ancora di più.
I tempi stanno cambiando: vediamo tante skipper con barche nuove e progetti molto strutturati intorno. Le donne non sono più legate soltanto a progetti di comunicazione, ma anche a programmi di alto livello, con barche e strutture nuove. Restiamo però una minoranza. Tra qualche giorno partiamo per la Ocean Race Atlantic e sono l’unica skipper donna di tutta la flotta. Di strada da fare ce n’è ancora.




