C’è qualcosa di vagamente malinconico nel cercare le tracce di una comunità che c’era e non c’è più del tutto. Diverso è andare ad Astoria a cercare la Grecia, dove le bandiere bianche e blu sventolano ancora orgogliose e il profumo del polpo alla griglia ti raggiunge prima ancora di scendere dal treno: per trovare l’Italia a Williamsburg bisogna guardare con più attenzione, rallentare il passo, imparare a leggere quello che resta tra le pieghe di un quartiere che ha cambiato volto più volte e che continua a farlo, a ritmo sempre più accelerato. Eppure, a Williamsburg, l’Italia c’è ancora. Bisogna solo sapere dove cercarla.
La zona di quartiere che ci interessa occupa la parte nord-est di Williamsburg, grossomodo delimitata dalle strade Montrose, Union, Richardson e Humboldt. Per gran parte del Novecento, questa enclave fu uno dei quartieri italoamericani più significativi di New York, anche se forse meno celebre di Little Italy a Manhattan o della più raccolta Carroll Gardens. Eppure, qui si viveva un’italianità concreta e quotidiana, fatta di botteghe a conduzione familiare, circoli sociali, chiese cattoliche e associazioni di mutuo soccorso. I primi immigrati italiani che fecero di queste strade la propria casa erano per lo più del Sud Italia, arrivati in ondate successive a partire dal 1860 e ancora fino a tutto il secondo Novecento.
A tenere insieme la comunità italiana di Williamsburg era la stessa miscela che ritroviamo in ogni storia di migrazione: il cibo, la fede, la festa. Tra i momenti più importanti c’era (e c’è ancora!) la Festa dei Gigli, esportata da Nola, in provincia di Napoli, in onore di San Paolino. Gli emigrati nolani si stabilirono qui a fine Ottocento e da allora, ogni estate, ripropongono la celebre alzata del Giglio: un obelisco di metallo di venticinque metri sollevato a ritmo di musica dai Giglio Boys, seguito da una nave di legno alzata a spalla in una danza rituale sotto una pioggia di coriandoli. Per due settimane ogni luglio, le strade intorno alla chiesa di Our Lady of Mount Carmel, all’angolo tra Havemeyer Street e North 8th Street, si trasformano in un mare di celebrazioni per una tradizione che ha radici a Williamsburg addirittura più antiche della più famosa Festa di San Gennaro a Little Italy e che risale al 1903. Oltre ad essere una ricorrenza molto sentita si tratta anche, per noi italiani, di un’esperienza da vivere almeno una volta nella vita durante l’estate newyorkese (per il 2026 in programma dall’8 al 19 luglio).

La festa si svolge intorno alla chiesa e non è un caso che proprio questo tratto di strada porti un nome particolare: North 8th Street tra Meeker Avenue e Havemeyer Street fu ribattezzata “Padre Pio Way” nel 2000, per volere del sindaco Giuliani, in onore del frate cappuccino di Pietrelcina canonizzato due anni dopo. Una targa stradale che per questa comunità non è solo toponomastica, ma devozione quotidiana che si ritrova anche nelle immaginette sacre appoggiate sui davanzali e nelle statuette della Madonna che fanno capolino tra i vasi di basilico alle finestre.
Prima di entrare nei negozi e nei ristoranti, vale la pena fermarsi un momento a guardare le strade. Perché questa Williamsburg italiana non si legge solo attraverso le insegne ma anche e soprattutto nei dettagli: gli idranti dipinti con i colori del tricolore accanto a quelli a stelle e strisce, le immagini sacre alle finestre, le sedie portate fuori sul marciapiede nelle serate d’estate. Ci vuole un attimo di adattamento a queste strade in apparenza come tante altre, ma ogni italiano che passa di qui ritrova presto un pezzo di “casa”.
La comunità italiana di Williamsburg ha subito una diaspora silenziosa, accelerata dalla gentrificazione degli anni Duemila. Molti si sono spostati nei sobborghi, altri sono rimasti ma in numero sempre più esiguo. Eppure, alcuni luoghi resistono come presidi vivi di una memoria che continua a nutrire chi la porta dentro. Il primo nome che viene in mente è Bamonte’s. Fondato nel 1900 da Pasquale Bamonte, immigrato da Salerno, al 32 di Withers Street, è il ristorante italiano più antico di Brooklyn e uno dei più longevi di tutta New York. Gestito ancora dalla famiglia, ha un’atmosfera sospesa nel tempo e un menu che non stupirà i foodie più esigenti ma che vale il viaggio per chi ama la storia viva di New York. A poca distanza, al 289 di Manhattan Avenue, Fortunato Brothers Cafè è aperto dal 1976, fondato da tre fratelli arrivati direttamente da Napoli con le loro ricette originali di cannoli, biscotti e sfogliatelle tramandate perfettamente fino a oggi. Quello che mi conquista qui è l’atmosfera: la vetrinetta, il profumo, la sensazione di essere entrata in un posto lontano nello spazio e nel tempo.

Su Graham Avenue, Emily’s Pork Store è aperto dal 1974 e rimasto quasi immutato mentre il Metropolitan Fish Market su Metropolitan Avenue è il riferimento del quartiere per il pesce che resiste con le sue vasche di aragoste e le decorazioni da villaggio italiano di pescatori. Poco distante, al 636 della stessa via, si trova invece Pecoraro Latteria, uno dei miei posti preferiti di questa Williamsburg italiana, dove la famiglia Pecoraro è radicata a Brooklyn da oltre sessant’anni con la propria tradizione casearia. Quello che oggi si presenta come un accogliente ristorante moderno, era in origine una fabbrica di formaggi di quartiere e con i prodotti made in Italy disponibili per l’acquisto è esattamente il tipo di posto che in Italia diamo per scontato e che a New York, ogni volta che lo si trova, vale doppio.
Parlando di posti preferiti, se c’è una storia che racconta meglio di tutte le altre il senso di questa Williamsburg italiana ed è quella di Settepani Bakery. Lo chef Nino Settepani è arrivato dalla Sicilia da ragazzo, si è formato alla French Culinary Institute di New York e ha aperto la sua prima bakery di Lorimer Street nel 1992, nel quartiere italiano dove era cresciuto. Con lui c’è sempre stata sua moglie Leah Abraham, che nel 2000 ha aperto il ristorante Settepani ad Harlem, diventato uno dei locali storici di Lenox Avenue. Oggi è la simpaticissima figlia Bilena a portare avanti l’azienda con energia e visione propria, servendo con passione clienti vecchi e nuovi e diffondendo la cultura della vera pasticceria italiana. Sono queste storie di eredità famigliari quelle che mi affasciano di più quando vado a scoprire un nuovo quartiere e sono le stesse che credo meritino di essere raccontate per la resilienza, la passione ma anche la capacità di adattamento a una realtà come quella newyorkese che è in continua evoluzione.
Accanto ai luoghi storici, Williamsburg ha accolto anche una nuova italianità, più contemporanea ma non meno autentica. Lella Alimentari, su Manhattan Avenue, è il tipo di posto che riconosco come italiano a prima vista: scaffali esuberanti e curati, piadine sfornate con il cuore e ingredienti autentici. Non so per voi, ma per me questi luoghi che fanno da ponte tra generazioni di italiani a New York hanno sempre qualcosa di profondamente rassicurante e gli aperitivi della domenica sera qui sanno proprio di estate italiana!
E poi c’è Lilia, che merita un discorso a parte. Ha appena compiuto dieci anni (un traguardo che in un quartiere che cambia con questa velocità non è affatto scontato) e in tutto questo tempo non ha mai smesso di essere uno dei ristoranti italiani più amati della città. La chef Missy Robbins ha trasformato un ex carrozziere su Union Avenue in una sala luminosa dove la pasta fatta a mano è, come ha scritto il New York Times, “una via diretta alla felicità.” Prenotare richiede pazienza e strategia ma il bancone è walk-in, e vale la pena tentare. Da non trascurare infine è Best Pizza, su Havemeyer Street, dove il proprietario porta con sé l’eredità siciliana in un forno a legna che ha più di cent’anni. Il nome è generico, certo, ma la pizza è seria. E in questa città, dove la pizza è una questione identitaria quasi quanto il passaporto, questo conta tantissimo.

Quello che colpisce, esplorando questa Williamsburg italiana, è la sottile differenza rispetto alle altre tappe del nostro Giro del Mondo a New York. Ad Astoria o a Greenpoint la comunità è ancora visibile, tangibile, rumorosa nel senso migliore del termine. Qui l’italianità è più silenziosa, quasi sotterranea, affidata ai luoghi più che alle persone. Chi è rimasto ha fatto la scelta precisa di portare avanti le tradizioni. È una forma di resistenza discreta che rispetto enormemente, forse anche perché la riconosco: è la stessa ostinazione affettuosa con cui noi italiani a New York continuiamo a cercare la mozzarella giusta, a portare il caffè italiano in valigia, a spiegare agli americani la differenza tra un cappuccino e un caffelatte.
In questo senso, Williamsburg è forse la tappa più personale del nostro viaggio. Non perché ci sia più o meno dell’altro da scoprire, ma perché guardandola mi ritrovo a pensare che ogni comunità di migranti lascia tracce diverse, alcune rumorose e festose, altre più silenziose, e che tutte, a modo loro, raccontano la stessa storia: quella di chi ha scelto questa città come seconda patria e ci ha messo dentro tutta la propria storia.




