C’è un silenzio che attraversa le nuove generazioni e non fa rumore: è quello della dissociazione. Una condizione delicata, spesso invisibile, che oggi entra con forza nel dibattito pubblico. È davvero interessante il contributo pubblicato da AdnKronos perché riesce a spiegare con chiarezza una risposta psicologica complessa, collegandola alla vita quotidiana dei ragazzi e ai contesti sociali che li circondano.
Nel pezzo si legge che la dissociazione è “una momentanea disconnessione tra pensieri, emozioni, corpo o ambiente circostante”, un processo che “non è altro che un modo in cui il cervello si protegge da stress o emozioni che giudica eccessive”.
Una definizione efficace che la presenta come una strategia di difesa. AdnKronos la descrive come “un interruttore di sicurezza del cervello” che si attiva quando i vissuti emotivi diventano troppo intensi.
Colpisce il dato riportato: secondo studi citati dal quotidiano britannico Independent, questa condizione riguarderebbe “tra il 7 e l’11% degli studenti delle scuole superiori”, rendendola diffusa quanto i disturbi d’ansia. Un numero che invita a riflettere, soprattutto se si considera che molte forme lievi “possono passare inosservate”.
La crescita dei processi dissociativi tra i giovani racconta molto non solo della psicologia individuale, ma della struttura sociale in cui gli adolescenti sono immersi. Viviamo in un’epoca di “modernità liquida”, come l’ha definita il sociologo Zygmunt Bauman: una condizione in cui le relazioni sociali, le identità e i punti di riferimento non sono più stabili e solidi, ma fluidi e in costante trasformazione. In questo scenario, la costruzione dell’identità giovanile si confronta con incertezza e instabilità, esponendo i ragazzi a nuove forme di disorientamento e disagio proprio mentre cercano di orientarsi nel mondo.
Secondo questa prospettiva, la tecnologia e i media digitali, benché offrano connettività e opportunità di relazione, possono al tempo stesso frammentare l’esperienza sociale e diminuire il senso di appartenenza a comunità stabili, trasformando l’interazione in una serie di segnali rapidi e superficiali. La continua esposizione a immagini violente, contenuti angoscianti, episodi di cyberbullismo e pressione sociale diventa per molti ragazzi una realtà quotidiana, e così come ricorda AdnKronos, anche “la visione di video violenti o episodi di abusi online” può attivare risposte automatiche di distacco.
Emile Durkheim, uno dei padri fondatori della sociologia, aveva già osservato come la modernizzazione e la frammentazione dei legami sociali potessero portare a condizioni di anomia – uno stato di normlessness (assenza di norme) in cui gli individui si sentono disconnessi dalle regole e dalle reti sociali tradizionali. Anche se Durkheim parlava di suicidio e integrazione sociale, il suo concetto rimane utile per comprendere come la perdita di strutture di senso condivise possa incidere sulla salute mentale e sul senso di identità dei giovani.
La dissociazione diventa così una dinamica adattiva a una situazione percepita come eccessiva: una distanza temporanea che il corpo e la mente adottano quando non esistono spazi sicuri per elaborare paure, frustrazioni o fallimenti. È importante leggere questo fenomeno come un segnale sociale: i giovani reagiscono così perché l’ambiente sociale in cui crescono spesso non offre strumenti stabili e condivisi per sostenere il loro equilibrio emotivo.
Diventa, quindi, parte di un più ampio quadro in cui le strutture collettive – dalle relazioni familiari alle comunità locali, dalle pratiche educative ai media digitali – non forniscono sempre punti fermi di riferimento, né reti di supporto integrate. Per affrontare questo scenario in modo efficace, è necessario considerare le condizioni sociali che la producono e lavorare su più livelli: rafforzare i legami sociali, promuovere spazi di dialogo e comunità, e ripensare le modalità con cui la società sostiene le transizioni evolutive dei giovani nella modernità.
Contrastare il fenomeno non significa “spegnere” la dissociazione, ma ridurre le condizioni che la rendono necessaria. AdnKronos suggerisce gesti semplici ma fondamentali: “mantenere la calma e offrire una forma di presenza fisica”, stimolare i sensi, respirare lentamente, camminare. A livello collettivo, servono educazione emotiva nelle scuole, alfabetizzazione digitale, ascolto autentico in famiglia e una maggiore accessibilità ai servizi psicologici. Normalizzare la richiesta di aiuto è prima di tutto una scelta culturale.
L’analisi di AdnKronos ha il merito di accendere una luce su questa dimensione sommersa. Sta ora al sistema sociale – adulti, istituzioni, media – imparare a non distogliere lo sguardo e a offrire una vicinanza reale.




