Curare la solitudine: il Giappone, i robot e la sfida dell’umano

La tecnologia è utile quando aiuta le persone, non quando prende il posto delle persone. Può diventare un ponte, non la casa. Può offrire un sostegno, non il significato ultimo della cura. Se usata bene, può ridurre fatiche, favorire la sicurezza, alleggerire le forme più dure dell’isolamento. Ma la dimensione umana resta insostituibile rispetto a qualsiasi dispositivo

Esiste un punto in cui la cronaca del futuro incrocia una verità antica: nessuno può vivere bene se viene lasciato solo troppo a lungo. E quando la solitudine diventa stabile, soprattutto nella vecchiaia, smette di essere soltanto un dolore interiore e si trasforma in una questione sociale, sanitaria, perfino politica. È per questo che la scelta del Giappone di affrontare l’isolamento degli anziani anche attraverso la tecnologia non può essere liquidata come una semplice curiosità. Ci parla, invece, di un tema che riguarda tutte le società contemporanee: l’invecchiamento, la fragilità, la rarefazione dei legami e il compito, sempre più urgente, di non separare l’innovazione dall’umanità.

Suscita interesse l’articolo pubblicato su “La Repubblica Salute”, scritto da Ivan Notarangelo, dal titolo “Contro la solitudine degli anziani il Giappone usa un robot”, perché mette al centro una domanda decisiva: fino a che punto la tecnologia può aiutare a curare la solitudine senza sostituirsi alla relazione umana? Il testo racconta una scena che colpisce per la sua forza simbolica: “c’è una poltrona vuota accanto al letto” e su quella poltrona “c’è un piccolo robot bianco con due grandi occhi tondi”, capace di ripetere “le parole, i silenzi e perfino le risate di una persona in carne e ossa” lontana chilometri. Non è solo un’immagine commovente: è la rappresentazione di un mondo che prova a usare la tecnica per colmare una ferita relazionale.

L’articolo ricorda che il Giappone è stato “il primo Paese al mondo” a istituire nel 2021 un ministero della Solitudine e dell’Isolamento. Non è un dettaglio marginale. Significa riconoscere che l’isolamento non è un fatto privato di cui vergognarsi, ma un problema collettivo di cui lo Stato deve farsi carico. E la scienza, del resto, conferma questa impostazione. Notarangelo cita una vasta revisione pubblicata su “Nature Human Behaviour”, secondo la quale “sia l’isolamento sociale sia la solitudine sono associati a un aumento significativo del rischio di mortalità”. Siamo dunque davanti a un disagio che tocca il corpo, la mente, il cuore delle persone e la tenuta delle comunità.

Questo fenomeno richiama subito le riflessioni di Sherry Turkle, che da anni osserva come le tecnologie possano moltiplicare le connessioni senza garantire relazioni autentiche. Possiamo essere sempre raggiungibili e, nello stesso tempo, più soli. E se questo vale per gli adolescenti immersi negli schermi, vale anche per gli anziani, che rischiano di essere accompagnati da dispositivi ma non davvero raggiunti da una presenza umana piena. La solitudine digitale non nasce dalla mancanza di strumenti, ma dall’indebolimento dei legami. È il paradosso del nostro tempo: più reti, meno prossimità.

Sherry Turkle | (IMDb)

Non è un caso che l’articolo riporti anche le parole di Paolo Dario, direttore dell’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che invita a distinguere tra la suggestione tecnologica e le sue concrete possibilità di aiuto.“Il robot che fa le faccine e tiene compagnia è ovviamente fattibile”, osserva, ma “la vera sfida sono le azioni fisiche: sollevare una persona dal letto, accompagnarla in bagno, aiutarla nell’igiene personale”.

E soprattutto sottolinea un aspetto delicato: “Non credo molto nella necessità di una compagnia artificiale”, perché il rischio è quello di “derive simili a quelle degli hikikomori”.

Il riferimento è tutt’altro che secondario. Il fenomeno degli hikikomori, nato e osservato inizialmente in Giappone, ci ha insegnato che il ritiro sociale può diventare una forma estrema di sopravvivenza emotiva in un mondo percepito come troppo esigente o troppo ostile. Se la tecnologia, anziché aprire alla relazione, finisce per sostituirla, il pericolo non è la modernità in sé, ma una modernità disabitata. Un robot può facilitare, supportare, alleggerire, persino accompagnare. Ma non può sostituire il calore di un abbraccio, la densità di uno sguardo, la bellezza di una parola detta con affetto vero.

E qui sta il punto decisivo: la tecnologia è utile quando aiuta le persone, non quando prende il posto delle persone. Può diventare un ponte, non la casa. Può offrire un sostegno, non il significato ultimo della cura. Se usata bene, può ridurre fatiche, favorire la sicurezza, alleggerire le forme più dure dell’isolamento. Ma la dimensione umana resta insostituibile rispetto a qualsiasi dispositivo.

Probabilmente è proprio questo il messaggio più importante che arriva dal Giappone: riconoscere la solitudine come malattia sociale e farsene carico è un gesto di civiltà. Ma la cura più profonda non può essere delegata interamente alle macchine. La vera risposta resta nella capacità delle società di ricostruire legami, di non lasciare soli gli anziani, di far dialogare innovazione e tenerezza. Perché il futuro sarà davvero umano solo se saprà ricordare che nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire il valore silenzioso della presenza.

Immagine di Francesco Pira

Francesco Pira

Professore Associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi, insegna Comunicazione Strategica, Teorie e Tecniche del Giornalismo Digitale e Giornalismo Sportivo, Social Media e Comunicazione d’Impresa, presso i corsi di laurea magistrale e triennale del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina. A marzo 2024 è stato nominato Presidente della branch Comunicazione Media e Informazione dii Confassociazioni, di cui era stato Vice Presidente e dal giugno 2020 è Presidente anche dell’Osservatorio Nazionale sulle Fake News. Il quotidiano italiano Avvenire l’ha definito uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno Fake News.

Condividi questo articolo sui Social

Facebook
WhatsApp
LinkedIn
Twitter

Post Correlati

Ritorna il camping di lusso a Governors Island

Se stai cercando una fuga perfetta dalla frenesia della città senza allontanarti troppo, Governors Island potrebbe essere la tua destinazione ideale. E se desideri trasformare questa breve fuga in un’esperienza indimenticabile, Collective Retreats è pronto ad accoglierti con le sue

Leggi Tutto »
Torna in alto