Sangue, diavoli e malanotte: la carta dei vini delle tenebre

A New York, Halloween non è una festa: è una stagione. Le zucche invadono gli stoop dei brownstone della City, i grattacieli si illuminano di arancione e la sera del 31 ottobre migliaia di streghe, zombie e supereroi sfilano lungo la Sixth Avenue per la Village Halloween Parade. Noi italiani, cresciuti al massimo con qualche castagna e il ricordo dei morti, ci siamo adattati in fretta. Ma possiamo portare alla festa qualcosa di nostro: una bottiglia con il nome giusto.

Perché anche il vino italiano, quando vuole, sa essere inquietante. Sulle etichette compaiono sangue, diavoli, inferni, magie nere e notti poco raccomandabili. Basta però guardare meglio per scoprire che dietro certi nomi da film dell’orrore si nascondono un borgo medievale, un cavallo da corsa o famiglie di vignaioli.

Iniziamo la nostra lista con il Sangue del Diavolo, un Raboso del Piave prodotto da Ca’ di Rajo. Il nome nasce da una leggenda locale secondo cui, nelle notti di luna piena, il diavolo scenderebbe sul paese di Rai, appoggiando un piede sulla torre e l’altro sul campanile della Chiesa del Carmine. Dentro la bottiglia, però, niente zolfo: c’è il Raboso Piave, uno dei vitigni storici del Veneto orientale, dalla spiccata acidità e dal carattere deciso. Le uve vengono in parte lasciate surmaturare sulla pianta e in parte appassite, prima dell’affinamento in legno. È un rosso che chiama la tavola autunnale: selvaggina, brasati, formaggi stagionati. Se proprio dobbiamo cenare con il diavolo, tanto vale farlo con un buon bicchiere.

Dal sangue si scende direttamente all’Inferno. Non è una metafora, ma una delle sottozone del Valtellina Superiore, accanto a Sassella, Grumello, Valgella e Maroggia. Qui il Nebbiolo, che i valtellinesi chiamano Chiavennasca, cresce su terrazze ripide e rocciose, così esposte al sole che il nome sembra quasi una descrizione climatica. Ne nascono rossi eleganti e austeri, perfetti per arrosti e cacciagione.

Se “Inferno” è già abbastanza esplicito, Malanotte sembra un nome commissionato apposta per il 31 ottobre. In realtà il Piave Malanotte DOCG lo deve alla famiglia Malanotte, storicamente legata al territorio di Tezze di Piave. Il vino, prodotto principalmente da Raboso Piave con una parte di uve appassite, racconta una storia molto più concreta di quella suggerita dall’etichetta. La Malanotte, insomma, non è necessariamente una brutta serata: dipende dalla compagnia.

E di famiglie dai nomi curiosi l’Italia ne ha più d’una. Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, c’è una cantina che si chiama, senza giri di parole, Velenosi. Nessuna ampolla della strega né mela avvelenata: è il cognome di Ercole e Angela Velenosi, che fondarono l’azienda nel 1984. E per restare in tema, il loro Ninfa ha un’etichetta che sembra uscita da una notte di streghe: una figura femminile rossa, sottile, quasi spettrale, che danza sulla carta bianca. La sua origine è un incidente: durante le prove di assaggio, una goccia di vino cadde su un foglio e prese la forma di una ragazza che balla. Il nome e l’etichetta, a quel punto, si erano scelti da soli. Nel bicchiere la ninfa è tutt’altro che evanescente: un rosso delle Marche a base di Montepulciano con vitigni internazionali come Syrah, Merlot e Cabernet Sauvignon, profondo e speziato, con note di mora, ciliegia, liquirizia e tabacco. Perfetto con brasati, selvaggina e grigliate. Un vino firmato Velenosi, con in etichetta una ragazza danzante che ricorda un fantasma rosso: a Halloween difficile chiedere di meglio.

Se c’è un nome che non ha bisogno di presentazioni è Sangue di Giuda, dall’Oltrepò Pavese. Qui la leggenda si fa teatrale: secondo una tradizione popolare, Giuda sarebbe arrivato nell’Oltrepò dopo il tradimento e avrebbe contribuito a salvare le vigne da una malattia, lasciando il proprio nome al vino. Il colpo di scena è che dietro uno dei nomi più cupi della lista troviamo un rosso dolce e frizzante, generalmente ottenuto da Croatina e altri vitigni locali. Il tradimento, questa volta, è quello delle aspettative: vi aspettate qualcosa di austero e drammatico e vi ritrovate con un vino che sorride.

Beldemonio potrebbe invece essere il nome di una creatura evocata davanti a un camino, con tanto di libro antico e candela consumata. La storia vera è molto più terrena: era il nome di un cavallo da corsa della famiglia proprietaria di Poggio della Dogana. Oggi Beldemonio è un Vermouth Rosso a base di Sangiovese, prodotto nelle annate più calde e aromatizzato con agrumi, erbe e spezie. Arancia rossa, amarena, pepe nero, cannella, cacao, anice e china: più che un vermouth, la ricetta di una pozione. La differenza è che questa si può ordinare al bancone.

Per chi cerca la Magia Nera la troverà tra le bollicine. Il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro firmato La Piana porta un nome da seduta spiritica, ma nel bicchiere offre frutta rossa, freschezza e una vena dolce, ed è perfetto con la pasticceria e con una tavola informale. Evidentemente non tutte le streghe bevono vini austeri: alcune hanno semplicemente capito che le bollicine fanno più festa.

E poi c’è Falò di Lungarotti, forse il più cinematografico di questa piccola carta delle tenebre. Il vino arriva sul mercato proprio il 31 ottobre e prende il nome dai fuochi propiziatori della tradizione contadina. Sangiovese e Merlot, giovane e fresco, è pensato per una cucina autunnale fatta di caldarroste, brace, zuppe e piatti rustici. È il vino che trasforma Halloween in una scena: il fuoco acceso, il fumo nell’aria, le castagne che scoppiettano e la bottiglia che passa di mano in mano.

Alla fine, questa piccola carta delle tenebre racconta qualcosa di curioso sul vino italiano. Il diavolo diventa una leggenda veneta, l’Inferno una terrazza valtellinese, Malanotte e Velenosi due famiglie interessanti nel mondo del vino, Beldemonio un cavallo. Eh sì, vi svelo un segreto: anche il vino ama travestirsi. Halloween è la notte perfetta per ricordarci che le bottiglie, proprio come le persone, non sono sempre ciò che sembrano…

Immagine di Rachele Papi

Rachele Papi

Originaria di Livorno, si è trasferita a New York per amore. Qui, la sua passione per l'arte e la natura si è presentata in una forma diversa: attraverso il vino. Da sette anni nel settore vinicolo, Rachele ha coltivato la sua conoscenza e la sua passione per il mondo enologico, diventando una figura rispettata nel settore. Nonostante la sua nuova vita in America, Rachele non dimentica mai le sue radici, che continuano a ispirare il suo lavoro e la sua vita quotidiana.

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